lunedì 22 gennaio 2018

IMBALSAMAZIONE E RIVOLUZIONE

A 100 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre, una piccola storia delle spoglie dei rivoluzionari (da Lenin a Castro)



Luca D'Ammando

IMBALSAMAZIONE E RIVOLUZIONE


Lenin morì durante un inverno freddissimo, il 24 gennaio 1924. Siccome il Partito intendeva costruire un mausoleo che ne ospitasse la salma, la terra ghiacciata sulla piazza Rossa fu fatta saltare con la dinamite. Da allora il suo corpo imbalsamato, disteso dentro una teca di cristallo, a due metri di profondità, torna a tormentare ciclicamente la memoria dei russi. Nei giorni delle celebrazioni del centenario della Rivoluzione d’ottobre a riaccendere le polemiche ci ha pensato Ksenia Sobchak, già presentatrice tv, ora candidata alle elezioni presidenziali del prossimo marzo. «Se fossi eletta – ha detto la figlia del mentore politico di Putin – ordinerei di rimuovere la mummia di Lenin dal Mausoleo e di seppellirla». Le ha replicato Valentina Matvijenko, presidente del Consiglio della Federazione, proponendo un referendum popolare sulla questione. Ma non subito, «c’è ancora un’intera generazione di russi per i quali Lenin ha un grandissimo significato».






Ecco, l’intramontabile culto della personalità che si intreccia con le contraddizioni della Russia post-sovietica. Più prosaicamente Mikhail Fyodotov, capo del Consiglio russo per i Diritti umani, ha proposto di trasformare il Mausoleo in un museo sulla tecnica dell’imbalsamazione, nella quale i russi sono all’avanguardia nel mondo. Esempio più evidente è il cosiddetto “gruppo del Mausoleo” dell’Istituto di ricerca per le strutture biologiche di Mosca: composto da anatomisti, biochimici e chirurghi, si occupa della manutenzione del corpo di Lenin, ed è arrivato a impiegare fino a 200 persone (oggi sono circa un quarto). Sono loro a conservare anche le salme dei nordcoreani Kim Il Sung e Kim Jong Il e del vietnamita Ho Chi Min. E sono loro che ogni due anni sottopongono la mummia di Lenin a un trattamento speciale: la immergono in una vasca rigenerante riempita di una soluzione formata da glicerolo, formaldeide, acetato di potassio, alcool, perossido di idrogeno, acido acetico e acetato di sodio. Per evitare la disidratazione, il grasso naturale della pelle viene sostituito con un materiale modellabile in paraffina, glicerina e carotene. Infine vengono sostituiti ciclicamente le ciglia e i pezzi di pelle deteriorati.

Ma non c’è solo la Russia. Anche l’Italia può ritenersi storicamente un’eccellenza nell’arte dell’imbalsamazione. Lo testimonia il corpo di Giuseppe Mazzini, spirato il 10 marzo 1872, pietrificato, reso eterno nella carne fatta marmo. La prima vera icona politica del nostro Paese, protagonista di una storia rivoluzionaria anche da morto. Mazzini, che aveva chiesto per sé onoranze funebri discrete («Tutte le commemorazioni, trasporti di cenere, statue, m’intristiscono l’anima»), trovava l’imbalsamazione una profanazione: «Non ho mai capito l’affetto di quei che fanno imbalsamare un cadavere di persona amata». Invece, cercando di trarre dalla morte di Mazzini un’occasione di propaganda, il leader parlamentare dell’Estrema sinistra Agostino Bertani si fece venire l’idea di imbalsamarlo, esponendone la mummia. Per attuare il progetto si rivolse al fratello per affiliazione massonica Paolo Gorini, che da trent’anni andava facendo esperimenti di imbalsamazione nell’ospedale di Lodi. Anziché la tecnica tradizionale, Gorini proponeva la pietrificazione, tecnica che garantiva una maggiore durata (sostituendo i liquidi organici con sali minerali i tessuti s’indurivano), ma richiedeva mesi di lavoro. Così solo il 10 marzo 1873 la salma di Mazzini fu pronta per l’ostensione. Ha scritto Sergio Luzzatto nel saggio 1872. I funerali di Mazzini: «Molta gente villereccia, dinanzi al cadavere, non sapendo come meglio esternare i suoi sentimenti di rispetto e di venerazione, si faceva il segno della croce e mormorava un requie».




Frontespizio dell'opera di Paolo Gorini



Negli stessi anni iniziava a operare la principale dinastia di imbalsamatori italiani, quella dei Signoracci, che si sono occupati di papi, re, aristocratici, artisti e attori. «La nostra famiglia iniziò a lavorare nella morgue dal 1870», ha raccontato Massimo, ultimo erede, tecnico dell’Obitorio comunale del Verano di Roma. «Iniziò tutto con Giovanni Signoracci. Lo chiamavano Er Vetrinone, perché faceva vedere i morti ai parenti solo dietro una vetrina, un po’ quello che succede ancora oggi con i riconoscimenti». La massima notorietà, la famiglia, la conobbe negli anni Sessanta e Settanta con il padre di Massimo, Renato, e con gli altri due zii, Arnaldo e Ernesto, divenuti celebri come imbalsamatori di tre papi: Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo I. Tra gli altri, i Signoracci mummificarono Antonio Segni («dovemmo adattarci a lavorare su una porta messa in piano»), Pietro Nenni, Romolo Valli, Paolo Stoppa e Martin Balsam, l’attore che in Psycho impersona l’investigatore privato ucciso da Norman Bates. Cesare, il più esperto, capotecnico dell’obitorio: «L’imbalsamazione è opera di altissimo artigianato, bisogna esserci portati. Ci vuole amore. A tutti noi Signoracci piace tanto imbalsamare i morti. Servono grande precisione, molta applicazione, profonda conoscenza del corpo umano, rispetto per la salma, pazienza biblica». Massimo Signoracci: «Quasi nessun italiano richiede l’imbalsamazione. Da noi non c’è il culto dei morti».



Mao Zedong


Più che il culto dei morti è stato il culto della personalità a portare alla mummificazione di Abraham Lincoln, il 16esimo presidente americano, nel lontano 1865. Lincoln può essere considerato il primo di una lunghissima schiera. Oggi il corpo di Mao Zedong è esposto nel mausoleo in piazza Tienammen a Pechino. Tra gli ex dittatori comunisti mummificati ci sono anche il bulgaro Georgi Dimitrov e il cecoslovacco Klement Gottwald. Oscura, invece, l’imbalsamazione dell’ex dittatore filippino Ferdinand Marcos: il corpo fu esposto dalla sua famiglia, ma molti sostengono che si tratti solo di una statua di cera. Un capitolo a parte meriterebbe la vicenda del corpo imbalsamato dell’argentina Evita Perón: esposto per due anni, poi scomparso a seguito del colpo di stato militare del 1955, infine ritrovato nel 1971, in una cripta a Milano.
La mancata imbalsamazione del corpo di Hugo Chávez, annunciata alla sua morte ma poi risultata impossibile viste le condizioni del cadavere, è apparsa come una beffa, l’ultimo segno degli ideali rivoluzionari traditi. «Sarebbe stato necessario trasferire il corpo in Russia per 7/8 mesi», spiegò nel marzo 2013 il ministro della Comunicazione venezuelano Ernesto Villegas. Così come la cremazione del corpo di Fidel Castro, di cui il 25 novembre ricorre il primo anniversario della morte, è apparsa come un segnale di cambiamento delle tradizioni, fa pensare che non è più il tempo delle mummie rivoluzionarie.


sabato 20 gennaio 2018

La chiesa di San Giovanni in Valle a Verona coincide con l'Orfanum riportato nelle due riproduzioni della Verona dell'Iconografia Rateriana


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La verità va detta fino in fondo: nell'abside centrale della chiesa di San Giovanni in Valle è ancora visibile dall'esterno quello che rimane dell'Orfanum riportato dalle due
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riproduzioni dell'Iconografia Rateriana, ma davanti alla chiesa si è messo in bella mostra un cartello che smentisce categoricamente che il luogo dove sorge la chiesa sede del vescovo ariano coincida con il luogo dove sorgeva il famoso Orfanum rotondo che probabilmente era in origine una mausoleo romano, in ogni caso posto incantevole, compreso il bellissimo e unico, nel suo genere, sarcofago posto nella cripta che ci parla di un cristianesimo delle origini, molto lontano dalla teologia cristiana, una immagine su tutte il
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cristo è raffigurato da più figure: con barba e senza barba, in queste immagini "strane" si nascondono concezioni religiose antiche e legate allo gnosticismo dei primi secoli ......

CHE FINE HA FATTO IL GRANO DURO CAPPELLI?

Mediterraneo dossier 55 GRANO O GRANE: CHE FINE HA FATTO IL GRANO DURO CAPPELLI?
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Circa una decina di anni fa, per la precisione nel 2006, uscì un libro dal titolo Grano o grane. La sfida OGM in Italia (ed. Manni), che con un taglio divulgativo raccontava gli enormi interessi economici che ruotano intorno al grano e del crescente interesse delle multinazionali ad occuparsi della produzione del seme di grano fino a paventarne una origine geneticamente modificata con tutta una serie di gravi implicazioni per un Paese come l’Italia così legato al cosiddetto “fattore P”: pane, pasta, pizza e pasticceria. Ho voluto riprendere parte di quel titolo in quanto credo sia evocativo per l’argomento che tratterò in questo articolo. Si dirà, “Cosa c’entra tutto questo con il frumento duro Capelli che è un grano “antico” italiano e quindi assolutamente immune dai rischi legati all’OGM?”. Di certo non è a rischio il genoma della varietà Cappelli ma, parimenti alle sementi geneticamente modificate, anche in questo caso viene messo in pericolo il diritto alla coltivazione “libera” da parte degli agricoltori con delle conseguenze particolarmente gravi per le filiere agricole del nostro Paese. di Francesco Torriani Vice Coordinatore Settore Biologico dell’Alleanza delle Cooperative Italiane Agricoltura Biologica Un campo coltivato con il Senatore Cappelli. Per le caratteristiche di questo grano antico si veda l'articolo a pagina 51  Mediterraneo dossier 55 Agricoltura Biologica Grano o grane: che fine ha fatto il grano duro Cappelli? Ma veniamo ai fatti. Quest’anno molti agricoltori biologici non hanno potuto seminare il grano duro varietà Cappelli. Cos’è successo di così grave tanto da impedirne addirittura la semina? E pensare che sono stati soprattutto gli agricoltori biologici, agli inizi degli anni Novanta, a rimettere in coltivazione questa “antica” varietà che nel dopoguerra era stata progressivamente “scartata” a favore delle varietà “moderne” di taglia più bassa e più produttive, promuovendo filiere locali volte alla produzione di paste monovarietali provenienti da semola di grano duro varietà Cappelli. Ricordo che il grano duro Cappelli deriva dalla prima varietà “eletta”, ottenuta da Nazareno Strampelli, il “mago del grano”, nei primi anni del XX secolo per selezione genealogica dalla popolazione nord-africana (tunisina) Jeahn Rhetifah. La selezione era stata eseguita a Foggia, dove era presente una delle stazioni periferiche del CRA, l’attuale CREA - Centro di Ricerca per la Cerealicoltura. Al grano in questione fu dato tale nome in onore del senatore abruzzese Raffaele Cappelli, promotore nei primi del ‘900 della riforma agraria, che portò alla distinzione tra grani duri e teneri ed estese la coltivazione del frumento duro anche in altre zone, rispetto a quelle tradizionali e vocate, proprio per rispondere alle esigenze dell’autosufficienza alimentare. Per decenni è stato il frumento duro più coltivato in Italia, in particolare al Sud e nelle Isole. La coltivazione di questa varietà di frumento era quasi scomparsa dopo gli anni Cinquanta, tuttavia il CRA, ente di ricerca pubblico vigilato dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, che aveva mantenuto la selezione conservatrice, decise nel 1969 di iscriverlo al registro delle varietà di grano duro con il nome “Cappelli”. Mediterraneo dossier 55 Fino all’anno scorso le ditte sementiere italiane autorizzate alla moltiplicazione e alla commercializzazione del seme erano due ed è anche grazie al loro lavoro che si sono sviluppate in Italia tante filiere di frumento duro Cappelli da agricoltura biologica. Nel 2016 il CREA, di fatto il proprietario del Cappelli, ha pubblicato una manifestazione di interesse per affidare l’esclusiva dei diritti di moltiplicazione e commercializzazione “di una nuova cultivar di grano duro denominata Cappelli”. I diritti patrimoniali derivanti dallo sfruttamento della cultivar spettano al CREA, sede in Roma, attraverso il versamento di una royalty. La SIS - Società Italiana Sementi s.p.a. si è aggiudicata per 15 anni la moltiplicazione e la commercializzazione in esclusiva della varietà di frumento duro Cappelli e, con tale aggiudicazione, si è venuta di fatto a creare una situazione di licenza in esclusiva da parte di un’unica ditta sementiera. Inoltre, la fornitura del seme certificato (cosiddetto cartellinato) all’azienda agricola è condizionata alla sottoscrizione di un contratto di coltivazione con la ditta sementiera nel quale si prevede il conferimento dell’intera produzione agriAgricoltura Biologica Grano o grane: che fine ha fatto il grano duro Cappelli?  Mediterraneo dossier 55 Agricoltura Biologica Grano o grane: che fine ha fatto il grano duro Cappelli? cola: sia quella destinata alla riproduzione del seme (questo sarebbe accettabile trattandosi di seme destinato alla moltiplicazione) che di quella destinata alla trasformazione. In tale ultima ipotesi, gli agricoltori sono privati a tutti gli effetti della possibilità di sviluppare e promuovere delle filiere fino al prodotto finito. L’obbligo di riconsegna di tutto il raccolto garantisce alla ditta sementiera di essere di fatto l’esclusivista non solo della riproduzione e commercializzazione della semente, come previsto dal bando CREA, ma anche della granella destinata alla trasformazione in semola. Tutto questo crea un regime di assoluto monopolio della commercializzazione della granella di grano duro Cappelli, in quanto non è possibile il semplice acquisto della semente da parte dell’imprenditore agricolo. Tale situazione sta mettendo in ginocchio filiere già avviate da decine di anni e porta con sé anche un’altra non trascurabile conseguenza: la filiera del grano duro Cappelli inizia e si chiude con l’industria (ditta sementiera), interrompendo a tutti gli effetti la natura agricola della stessa e riducendo fortemente la figura dell’agricoltore ad un mero prestatore d’opera alle condizioni imposte dall’industria sementiera. Un altro aspetto non marginale è anche l’entità della royalty, non solo quella applicata al seme destinato alla moltiplicazione, ma soprattutto quella applicata al seme destinato alla molitura. Quello che sta avvenendo con il frumento duro Cappelli è comunque “paradigmatico” sulla situazione delle sementi in agricoltura, in particolare in agricoltura biologica, e ci obbliga ad avere un’attenzione assoluta su questo argomento. Un argomento dirimente per il futuro dell’agricoltura, sicuramente complesso, che porta in sé sia aspetti normativi e legali che economici e produttivi. Pertanto l’attenzione che siamo chiamati a sviluppare nei confronti delle sementi non potrà limitarsi solo alle denunce “ideologiche”, seppur legittime, ma dovrà promuovere fattivamente filiere che siano in grado di produrre del “buon seme biologico” e dove gli agricoltori associandosi dovranno davvero svolgere un ruolo importante e non meramente simbolico. Infatti, è sempre più evidente che la produzione di sementi e del materiale di moltiplicazione vegetativo è strategico per la crescita del comparto dell’agricoltura biologica. Tale aspetto rappresenta un vulnus per il nostro sistema produttivo biologico che, per diverse ragioni, non ha saputo e/o voluto e/o potuto sviluppare progetti significativi per le produzioni di sementi e di materiale di moltiplicazione vegetativo biologico. In un settore così in crescita come appunto quello dell’agricoltura biologica, dove è sempre più facile costatare l’ingresso di gruppi agroindustriali, si rischia di assistere sempre più di frequente a fenomeni speculativi/opportunistici, soprattutto nel settore sementiero, storicamente integrato con l’agroindustria. Certamente ci sono in Italia e in Europa esperienze molto interessanti da far conoscere e diffondere, ma abbiamo ancora molto da fare e in fretta. La vicenda Cappelli ci insegna, infine, anche un’altra cosa particolarmente importante in materia di politica agricola: non cedere alle sirene dei populismi che hanno forte eco anche in agricoltura e possono colpire facendo danni importanti al nostro settore. Il Cappelli è sì, infatti, una varietà “antica” italiana, ma le sue origini geniche stanno in Tunisia: questo ci dice che per far crescere le nostre filiere abbiamo bisogno di più “carte d’identità”, ma di meno “passaporti”. Visioni “sovraniste” che rifiutano le politiche di cooperazione tra i Paesi sono miopi e spesso dettate più dalla paura per il futuro che da veri progetti di crescita per le nostre imprese. Infine, enfatizzando il Made in Italy senza una vera politica agricola a sostegno delle filiere a favore di una politica agricola legata più ai “fascicoli aziendali” e meno alle produzioni reali, si fa della facile demagogia agroalimentare e si finisce sempre più per ridurre la figura dell’agricoltore a

giovedì 18 gennaio 2018

Le forti similitudini fra le antiche filosofie, riprendendo le teorie del "non fare" legate alle pratiche zen

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“L’inoperosità e l’indolenza sono modi di trovare tempo, o di fare tempo; per questo il ritrarsi dal flusso della vita quotidiana è un modo di occuparsi dell’eterno, e di essere da esso occupati o posseduti. La costanza, il dolore, la letargia e la solitudine non significano soltanto un rallentamento delle cose o un loro protrarsi nel tempo; essi vengono anche a significare modi di fare esperienza dell’essenza senex di Crono-Kronos, dove il tempo è una qualità che rasenta l’infinito (la fedeltà dell’amicizia, il ritorno delle stagioni, la prolungata afflizione del lutto), senza processi o alterazioni di sorta, una condizione dell’essere dove il divenire è stato stipato al massimo. E’ in questo senso che si può parlare di una temporalità peculiare della coscienza senex, che struttura la sua visione in termini di cronicità. Essa scruta l’eterno, giacché è ciò che dura più a lungo; e il suo giudizio viene riconosciuto per veritiero se risponde a requisiti di durata, e non se risveglia l’intuizione, se commuove il cuore, o se è apportatore di bellezza. La bellezza stessa viene definita in base a canoni inalterabili di forma o significato - le verità eterne - mentre la prova d’amore non è l’ardore, ma la costanza”
(James Hillman: “Trame perdute”, Cortina, Milano 1985).

mercoledì 17 gennaio 2018

Anche i Grandi Imperatori, come gli eroi e i poeti salivano al cielo prima dell'avvento del cristianesimo







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Simmaco portato al cielo dagli eroti.

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Antonino Pio e Faustina salgono al cielo

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Alessandro magno sale al cielo portato su di una cesta sollevata da due grifoni

Il giorno magico: Sant'Antonio del fuoco e del deserto protettore delle stalle e degli animali, legato al mistero di Rennes-le Chateau




Sant'Antonio del deserto, lo sciamano che parla con gli animali, 17 gennaio ricorrenza agraria di purificazione attraverso il fuoco


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In alcune zone d’Italia la sera del 17 gennaio si accendono dei falò che simboleggiano la volontà di abbandonare tutto ciò che appartiene ai mesi passati e di rinnovarsi a partire dal primo mese del nuovo anno.
I fuochi purificatori possono essere accompagnati da processioni e celebrazioni, soprattutto nelle località d’Italia particolarmente legate alla figura di Sant’Antonio Abate la cui festa, ad esempio, è molto popolare in Abruzzo, dove si svolgono processioni in costumi ottocenteschi.
Sant'Antonio Abate in Sardegna è chiamato e venerato come ‘Sant'Antoni de su fogu’, cioè Sant'Antonio del fuoco. Si narra infatti che fu lui a rubare dall'inferno il fuoco e a portarlo sulla terra per donarlo agli uomini. In Sardegna, nelle località che festeggiano il Santo, si accendono dei falò e si prepara un dolce tipico, il pan’e saba. In Toscana, a Grosseto, anche quest'anno si festeggia Sant'Antonio Abate in tante realtà parrocchiali.
I falò rievocano il miracolo che Sant’Antonio avrebbe compiuto secoli fa mettendo in fuga gli invasori stranieri e trasformando le querce in grandi torce.

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La data “17 gennaio” nasconde in se un mistero incredibilmente complesso data la sua comparsa in alcuni fatti legati all’ormai famoso mistero della chiesa di Rennes le Chateau:
17 gennaio 357 d.C. morte di San’Antonio Abate
17 gennaio 1781 morte della marchesa Marie d’Hautpoul-Blanchefort
17 gennaio dentro la chiesa si verifica il fenomeno delle “Mele Blu”
17 gennaio 1917 inizio del malessere di Sauniere
17 gennaio 1967 è stato pubblicato “Il Serpente Rosso”
Di certo non possiamo parlare di coincidenza dato che in diversi periodi, ma sempre in quella stessa data, siano avvenuti fatti interconnessi, senza ombra di dubbio, tra loro.
Abbiamo a che fare con tre morti, un evento legato a un gioco di luci e alla pubblicazione di una sorta di manoscritto attorno al quale ruota la morte per impiccagione dei tre autori.
Tutti questi elementi sono legati alla chiesa di Rennes le Chateau nel seguente modo:
1.una statua di Sant’Antonio abate si trova all’interno della chiesa
2.la marchesa Marie d’Hautpoul-Blanchefort è stata una delle ultime proprietaria delle famose pergamene trovate in seguito dall’abate Sauniere (grazie ad esse la chiesa ha subito delle modifiche. Una di esse si basa su sei statue situate dentro la chiesa ed una di esse è quella di San’Antonio abate)
3.fenomeno in base al quale la luce che filtra dalle finestre della chiesa proietti all’interno di essa l’immagine di un albero di “Mele Blu”.
4.momento in cui inizia il malessere dell’abate Sauniere portandolo a morire il 22 gennaio.
5.pubblicazione di una sorta di manoscritto inerente i tredici segni dello zodiaco (il tredicesimo è l’ofiuco o serpente). Ad ogni segno sono attribuiti dei versi in codice con dei riferimenti alla chiesa di Rennes le Chateau. I tre autori sono stati trovati impiccati diversi giorni dopo la pubblicazione.
In questa prima parte affronteremo le varie morti per vedere se tra esse vi sia una logica connessione:
1.marchesa Marie d’Hautpoul-Blanchefort (17 gennaio)
2.abate Berengere Sauniere
3.i tre autori del serpente rosso
Sul primo caso abbiamo una morte naturale, sul secondo un malessere il quale potrebbe farci sospettare un caso di omicidio e sul terzo tre ipotetici suicidi e quindi possibili omicidi.
Se la teoria che ho fatto nell’articolo “La fine della Stirpe Reale (Parte I)” si avvicina alla verità ponendo la marchesa Marie d’Hautpoul-Blanchefort come possibile membro della stirpe reale e se tale stirpe è riuscita, molto bene, a nascondersi a chi volesse toglierla di mezzo possiamo ipotizzare che la sua morte sia stata naturale.
Ma per Sauniere e per gli autori de “Il Serpente Rosso” possiamo dire la stessa cosa ?
Per il primo sappiamo che il malessere è iniziato il 17 gennaio per poi terminare con la morte il 22 dello stesso mese: abbiamo 6 giorni di tempo sono passati tra malessere e morte.
Per il secondo punto sappiamo dai pochi dati in circolazione che i tre autori sono stati trovati impiccati e le ipotesi in circolazione sono per ora solo due:........
L'articolo continua   https://lombardimistero.wordpress.com/2014/03/11/lenigma-del-17-gennaio-parte-i-tantissimi-eventi-in-una-data/

martedì 16 gennaio 2018

Un indovinello di mio padre

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Ricorre spesso nella mia mente la figura di mio padre, uomo imprevedibile e anticoformista.
Vicino a casa esisteva negli anni setanta una fornace dove si cuocevano laterizi per l'edilizia.
Parallelamente ai mattoni  venivano anche prodotti delle piccole travi che andavano a costituire i soffitti delle nuove case in costruzione, si lavorava all'aperto e gli operai erano vicini alla nostra abitazione, spesso mio padre scambiava qualche idea con i lavoratori dirimpettai. Erano contadini, approdati in fabbrica, quasi tutti mantenevano il doppio lavoro di operai giornalieri e una volta a casa  cercavano di arrotondare il lunario mantenendo la poca terra rimasta per produrre il grano e le altre derrate per alimentare i polli,   qualche bovino, ma sopratutto per mantenere il maiale e così avere l'autosufficenza di carne per tutto l'anno. Consapevole di questo, mio padre  provocatoriamente era solito chiedere in maniera sarcastica, a bruciapelo, dato che tutti erano "buoni cristiani" il seguente dilemma: -Te despiase piassè che te mora el mascio o che mora el Papa?-  Alcuni facevano finta di non aver compreso, altri non tanto convinti rispondevano con una certa titubanza: - Ci metti in difficoltà Ugo!-  Allora mio padre gli rispondeva: -Alà imbezzile, se te more el mascio te fe fadiga a passar l'inverno, se more el Papa i ghe ne fa n'altro!-.