giovedì 19 aprile 2018


martedì 17 aprile 2018

Pensieri sulla morte, da un amico appena scomparso

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La Morte non è un fenomeno come qualsiasi altro ma, in certa prospettiva, è l'Evento per antonomasia poiché, sul piano fisico e biologico (e, almeno in apparenza, psichico e intellettuale), coincide con la Fine dell'individuo. Almeno così in prospettiva di mero materialismo (ben misera cosa, parola di uno che ha passato giornate in sala settoria...). 

Si comincia a morire nel momento in cui si nasce; e il decesso è come un nemico perennemente in agguato, nessuno al mondo può essere certo che non sia dietro l'angolo. Tutto questo genera inevitabile angoscia, pur rifiutata ed esorcizzata in vari modi.

Le religioni hanno dunque cercato di offrire risposta e consolazione a tale Paura suprema, con il duplice scopo di lenire la ferita sociale dovuta alla scomparsa del singolo inteso come membro della comunità e, al tempo stesso, far sì che l'esistenza di ciascuno non risulti svuotata di significato come per molti sarebbe se questa si identificasse con una corsa verso il nulla, un baratro oltre il quale nulla sopravvive se non la memoria fra i superstiti (neppure quella, per il defunto anonimo). 

Le parole iniziali dell'ultimo post di sideros tradiscono conoscenza delle tesi di Ariès (riprese e conndivise in misura più o meno ampia da vari autori in letteratura scientifica, anche dal sottoscritto nel suo infinitamente piccolo). 
Più in generale per i popoli antichi, ancora fino a tutto il Seicento e parte del Settecento, la morte era un fatto che rientrava nell'ordine naturale delle cose. Cui si cercava di porre rimedio consolatorio nei limiti del possibile, ma che era conosciuta e accettata nella sua ordinarietà. Subenrerà poi un'alterazione graduale, fino alla tabuizzazione dei giorni nostri nei quali la morte è stata fra l'altro rimossa e spostata fisicamente (dalla casa alla corsia ospedaliera, per esempio) e la cura del moribondo passa non di rado dalla famiglia (che una volta presenziava con solennità al trapasso, "partecipando") a estranei quali infermieri o badanti. 

Ma c'è di più: la morte in sé pare non esistere più. E' sempre ricondotta (anche per i centenari) a un'infinità di circostanze contingenti, patologiche o acciedentali, accomunate dal fatto che, prima o poi, saranno sconfitte. 

E' una vergogna, un oltraggio, una carcassa che ci si sforza di relegare nell'eccezionalità pur essendo, invece, quanto di più normale ci sia. E' "uno scheletro nell'armadio abbandonato nella linda, ordinata, funzionale e piacevole casa che la modernità aveva promesso di costruire" (Z. Bauman, "Il teatro dell'immortalità"). D'altronde, il canto delle sirene della scienza sembrerebbe promettere davvero se non la sconfitta della morte quanto meno la prospettiva di un formidabile aumento della vita media... In ciò vi sono esagerazioni mediatiche, ma anche possibilità reali (come quella offerta dalle ricerche sulle staminali).

E tuttavia, si riscontra un enorme paradosso: mai come adesso siamo stati sopposti a un bombardamento massmediatico di simile imponenza quanto alla morte stessa... Riferimenti abbondano ovunque, dai fumetti al cinema, dai giornali e notiziari agli spot pubblicitari al punto che qualcuno (Giovannini) ha scritto un saggio su questa capillare diffusione della "Necrocultura". 

Cacciata dalla porta, rientra dalla finestra; pur come morte "altrui".

Mauro Biglino VS Arroganza & Bigottismo [RETE4]

domenica 15 aprile 2018

sabato 14 aprile 2018

In principio fu un suono, che creo il tutto. Le teorie del musicologo M. Schneider



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La peculiare visione archetipico-simbolica del filologo e musicologo tedesco Marius Schneider è racchiusa splendidamente in questo primo capitolo de “La musica primitiva” (1960) in cui le forze divine vengono viste, attraverso la meticolosa analisi dei miti di origine delle più svariate tradizioni, innanzitutto come “potenze sonore” 


tratto da M. Schneider, “La musica primitiva, cap. I
Adelphi, Milano, 1992, pp. 13 – 22



IL SUONO CREATORE DEL MONDO
Un gran numero di informazioni sulla natura della musica e sul suo ruolo nel  mondo ci viene dai miti della creazione. Tutte le volte che la genesi del mondo è descritta con sufficiente precisione, un elemento acustico interviene nel momento decisivo dell’azione. Nell’istante in cui un dio manifesta la volontà di dare vita a se stesso o a un altro dio, di far apparire il cielo e la terra oppure l’uomo, egli emette un suono. Espira, sospira, parla, canta, grida, urla, tossisce, espettora, singhiozza, vomita, tuona, oppure suona uno strumento musicale. In altri casi egli si serve di un oggetto materiale che simboleggia la voce creatrice.
La fonte dalla quale emana il mondo è sempre una fonte acustica. L’abisso primordiale, la bocca spalancata, la caverna che canta, il singing o supernatural grounddegli Eschimesi, la fessura nella roccia delle Upanisad o il Tao degli antichi Cinesi, da cui il mondo emana «come un albero», sono immagini dello spazio vuoto o del non essere, da cui spira il soffio appena percepibile del creatore. Questo suono, nato dal Vuoto, è il frutto di un pensiero che fa vibrare il Nulla e, propagandosi, crea lo spazio. È un monologo il cui corpo sonoro costituisce la prima manifestazione percepibile dell’Invisibile. L’abisso primordiale è dunque un «fondo di risonanza», e il suono che ne scaturisce deve essere considerato come la prima forza creatrice, che nella maggior parte delle mitologie è personificata negli dèi-cantori. Nei miti, la materializzazione di questi dèi, nella forma di un musicista, di una caverna nella roccia o di una testa (umana o animale) che grida è, evidentemente, soltanto una concessione fatta al linguaggio più concreto e immaginoso del mito.
In origine il termine Brahman significava «forza magica, parola sacra, inno». È dalla «bocca» di Brahmā che uscirono i primi dèi. Questi Immortali sono canti. Le Upanisad non si stancano di ripeterci che i suoni OM e AUM sono la sillaba «immortale e intrepida» creatrice del mondo. Secondo la Nādabindu Upanisad, il soffio sonoro dell’Ātman (cioè l’Ātman stesso) è simboleggiato da un uccello la cui coda corrisponde al suono della consonante M, mentre la vocale A rappresenta l’ala destra e la U l’ala sinistra. Prajāpati, il dio creatore vedico, nato anche lui da un soffio sonoro, è un canto di lode. Le sue membra e il suo tronco sono composti di inni, la sua attività è perciò puramente musicale.
« Tutto ciò che gli dèi fanno, lo fanno tramite la recitazione cantata. » (Śatapatha Brāhmana)
Gli Iakuti, come pure gli antichi Egizi e alcune tribù primitive dell’Africa, immaginano dio come un grande urlatore. Nella mitologia cinese sono numerosi gli dèi che operano essenzialmente mediante grida o strumenti musicali. I ventidue caratteri enumerati dal Sefer Yezirah sono le emanazioni sonore e creatrici di Dio.
Molto spesso il canto del creatore è identificato con il tuono. Tale assimilazione è sicuramente molto antica: la troviamo infatti già nella mitologia di popoli primitivi come i Californiani, gli Aranda dell’Australia, i Samoiedi e i Coriaki dell’Asia settentrionale. Essa esiste inoltre nell’Africa meridionale (Zulu, Bashilange), in Congo, in Niger e presso i Masai. In America, la sua diffusione è notevole e persiste nelle grandi civiltà del Vicino e dell’Estremo Oriente. In Africa e nell’Asia settentrionale, nel rumore della pioggia o del vento turbinante si riconosce la voce di Dio.
Molto spesso il creatore si presenta anche come un quadrupede ruggente (il toro vedico o persiano), un insetto ronzante, un uccello-tuono oppure un dio-cantore antropomorfo completamente bianco e splendente. Il dio Śiva è un danzatore che suonando il tamburo, il flauto, la conchiglia o la cetra fa in modo che il mondo continui a esistere. In Africa il dio creatore dei Kamba è chiamato «Mulungu», che significa «felicità, bambù cavo, flauto». In California (Kato, Pomo, Yuki) la voce tonante del creatore è prodotta da un grande rombo. Il coccodrillo (egizio e cinese) che, per mettere ordine nel caos, si percuote il ventre con la coda è un tamburo, ed è molto probabile che il dio degli Uitoto (America), il quale estrae le acque primordiali dal proprio corpo, sia anch’egli un tamburo. In Asia Minore, il dio Ea o Enki è «bulug», il tamburo («la Parola del creatore»), così come lo sono gli dèi che, guidando la creazione, si trovano incarnati in alberi parlanti (Lango, Ottentotti, Pangwe), che corrispondono ai grandi tamburi-alberi, di solito intagliati in forma di uomini o animali. Il dio Taaroa (Isole della Società) generò se stesso in una conchiglia, probabilmente una conchiglia marina. Secondo il Taitirīya Brāhmana, per dare origine ai primi ritmi del mondo (rsi) Prajāpati scosse se stesso. Prajāpati era forse un sonaglio?
In certi miti, il suono creatore non è simboleggiato direttamente da uno strumento musicale, ma da alcuni oggetti ai quali si attribuisce la capacità di risonare. È molto probabile che la canna di cui parlano i miti giapponesi fosse un flauto di bambù. Il fumo della pipa, nel quale il gran Manitù raccoglie le anime umane, simboleggia il ponte sonoro del sacrificio. Numerosi racconti californiani ci riferiscono che il mondo sorse dal canto di una penna o di una piuma. All’inizio la penna galleggiò immobile sulle acque del nord, ma presto cominciò a cantare e a volteggiare dirigendosi verso est, dove i suoi suoni fecero apparire la Terra. I riti ci inducono a supporre che il volteggiare della penna disegnasse la forma di una spirale.
L’idea del mondo generato da un canto deve avere un’origine molto remota. A dimostrarlo basterebbe la sua diffusione, ma appare antichissima anche perché non implica la preesistenza di uno strumento di lavoro più o meno perfezionato. Le civiltà tecnicamente più progredite ci mostrano spesso il creatore come un vasaio, un falegname o uno scultore il quale, dopo aver foggiato i corpi, comunica loro la vita mediante un grido, un’espirazione sonora o la saliva. […]
Se il creatore è un canto, è evidente che il mondo a cui dà vita è un mondo puramente acustico. La Chāndogya Upanisad ci dice che il ritmo gāyatrī è «tutto ciò che esiste». I ritmi o i metri enumerati dai riti vedici sono però molti di più. Tali cerimonie ci dimostrano che il suono e il ritmo peculiari a ciascun essere o il nome loro assegnato costituivano in effetti l’essenza degli dèi invocati e degli esseri creati da loro. La radice, la potenza e la forma di tutte le cose esistenti sono costituite dalla loro voce o dal nome che portano, perché tutti gli esseri non esistono se non in virtù del solo fatto di essere stati chiamati per nome.
La natura dei primi esseri è puramente acustica. I loro nomi non sono definizioni, ma nomi o suoni propri: non sono dunque solamente supporti vocali della forza vitale degli esseri, ma gli stessi esseri. Anche il dio supremo, che crea se stesso, ottiene l’esistenza pronunciando il proprio nome, salvo nel caso in cui sia lui stesso generato dal suono di una campana (Giava), di un’orchestra di tamburi (India), di una parola trasmessa con il tam-tam (Uitoto) o di un flauto di bambù (Zulu). Questi suoni costituiscono allora, nell’ordine della creazione, il più alto e antico grado sonoro concepibile.

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IL SUONO-LUCE
In un gran numero di miti si dice che i primi canti della creazione portarono il chiarore o l’aurora. I popoli primitivi attribuiscono spesso quel grido di luce al sole, al canto di un gallo divino o al ruggito di una belva affamata. Nelle grandi civiltà questa azione meravigliosa è generalmente opera di un animale domestico particolarmente venerato. Nell’antica Persia, la luce fu evocata dal toro celeste di Ahura Mazdah. La letteratura vedica ci parla del «muggito di una vacca luminosa» che simboleggia la nube gravida di pioggia. La Kāthaka Upanisad descrive l’Ātman (l’essere supremo), che si esteriorizza nella sillaba OM, come una luce intensa.
I Tahitiani credono che la luce creatrice provenga dalla bocca del dio Tane. Secondo i Maori, Dio creò l’Universo per mezzo di una parola che evocò la luce. Nei miti polinesiani, Atua cominciò il suo canto nel mezzo della notte e il chiarore se ne sprigionò soltanto verso il mattino. Quei canti sono dunque ora voci luminose, ora suoni che producono chiarore. In genere i testi non sono molto espliciti a questo proposito: in diverse leggende il creato nasce da un semplice suono o da un raggio di luce, ma forse questi testi sono incompleti. È molto probabile che la versione originale considerasse il fuoco o il sole-cantore come un elemento primordiale, inudibile e celato nelle acque tenebrose. Uscendo dal mare, quel canto (ora il creatore, ora una creatura di Dio) si unisce al canto delle acque e appare l’aurora. Se ci atteniamo al simbolismo del temporale, il pensiero creatore di Dio è il grido-lampo che produce il tuono, e soltanto dopo il temporale il canto di luce del sole comincia a irradiarsi.
La Maitrāyana Upanisad considera l’Ātman come il «primo» sole da cui emanano numerosi ritmi che, dopo aver «sfavillato, versato pioggia e cantato inni», ritornano alla «caverna» dell’essere supremo. A volte questa caverna sonora o questo sole primordiale sono simboleggiati da un uovo splendente o da una lucente conchiglia dalla quale spuntò l’astro solare. Dopo che il dio egizio Amon, sotto forma di oca, ebbe covato l’uovo solare, con la voce annunziò la luce. Secondo la Chāndogya Upanisadtutto ciò che esiste si sviluppò in un uovo munito di una fessura da cui uscì il sole cantore. Ora, simbolicamente, l’uovo con la fessura corrisponde, sul piano antropologico, a una testa la cui bocca emette il primo canto della creazione. L’Aitareya Brāhmana ci dice che l’uovo covato dall’Ātman «si aprì come una bocca» per proferire la prima parola o per dare alla luce la testa di Purusa (il gigante cosmico). Il Rg Veda ci segnala i sette Rsi, poeti mitici o metri poetici il cui canto generò la prima aurora e formò la testa di Prajāpati, incaricata di pronunziare le sillabe creatrici del mondo. Secondo un’altra versione, Prajāpati nacque da un concerto di diciassette tamburi.
L’immagine della testa come simbolo dell’uovo o della caverna può facilitare la comprensione di certe formule frequentemente usate nella descrizione di questo primo stadio, puramente acustico, della creazione. Dire che gli dèi «producono» e «fecondano» per mezzo della bocca, mentre si «nutrono» e «concepiscono» tramite l’orecchio, è soltanto un modo di esprimersi simbolico per significare che, durante il primo stadio della creazione, tutti gli atti erano di natura acustica. […] Cantando dapprima tra sé e sé, gli dèi realizzano la partenogenesi, caratteristica degli inizi della creazione. Thot, il dio creatore della musica, della danza e della scrittura, e anche il dio-sole si fecondano perciò da se stessi ridendo o lanciando un grido di luce. La scuola di Heliopolis esponeva la storia della creazione in due differenti versioni. Secondo la prima il dio-sole generò gli altri dèi per mezzo di un grido di luce. Nella seconda versione questo grido è sostituito da un atto di masturbazione o da una espettorazione del sole.
Poiché la parola, il sole o l’uovo sono dapprima immersi nella notte delle acque eterne, è evidente che quando evocano l’aurora essi sono impregnati di umidità. Nella cosmogonia dei Dogon (Africa), questa «parola umida e luminosa» interviene in tutti gli stadi della prima fase della creazione. Il ruolo di rischiaratore attribuito agli dèi-musicisti sembra implicare, fin dagli inizi della creazione, la posizione che le antiche civiltà riconoscevano anche alla musica all’interno della cultura umana. Situata fra le tenebre e la luce del primo giorno, sul piano umano la musica si trova fra l’oscurità della vita inconscia e la chiarezza delle rappresentazioni intellettuali; appartiene dunque in gran parte al mondo del sogno. Nel primo stadio della creazione, durante il quale i suoni si rivestono a poco a poco di luce, la musica precorre il linguaggio intelligibile come l’aurora precede il giorno. Essa racchiude al tempo stesso l’oscurità e la luce, le acque e i fuochi. La musica è il sole umido che canta l’aurora. Ma, via via che i suoni si precisano, questo «linguaggio» primario si divide: una parte si avvia a divenire la musica propriamente detta; un’altra si incarna nel linguaggio composto di frasi chiare e distinte, soggette al pensiero logico; la terza parte si trasforma a poco a poco in materia.
È stata rilevata più volte la strana caratteristica che questi miti hanno di menzionare spesso, agli inizi della creazione, alcuni elementi concreti (acque, fuochi, uovo, testa, penne, animali) che sono già oggetti creati. In realtà, tali elementi non sono che simboli materiali dei primi fenomeni puramente acustici. In quel mondo umido di suoni e di luce, la musica è la sola realtà, e si trasforma parzialmente in fuoco, in acqua e in altri oggetti concreti soltanto dopo l’apparizione della materia. Le tenebre e le acque simboleggiano probabilmente il suono puro, mentre la luce che precisa a poco a poco i contorni delle acque corrisponde al metro. Le «acque eterne incorporate dai raggi dell’aurora» possono essere interpretate soltanto come un simbolo della musica primordiale.

Tale musica sembra composta ora di grida o di sillabe magiche, ora di gemiti o di rumori inarticolati. Sotto questo aspetto i documenti sono contraddittori, ma è molto probabile che si tratti di un grido di gioia mescolata a dolore, dal momento che tutti questi dèi hanno una natura duplice. Nel linguaggio simbolico, il carattere ermafrodita di quella musica è espresso chiaramente dalla sua identificazione con l’aurora, poiché la fusione della notte e del giorno, delle acque e dei fuochi o della pioggia e dei raggi di sole «nel rumore delle nozze lucenti dell’aurora» (Rg Veda) è una metafora del matrimonio, ossia di un ritmo prodotto dall’unione del suono e del metro. La musica è il prototipo del principio concertante delle forze della natura. Tutti gli altri fenomeni della natura concreta che presentano due aspetti antitetici sono soltanto espressioni materiali di una legge essenzialmente musicale. Gli antichi filosofi non si stancarono perciò di usare metafore attinte alla musica, che è la prefigurazione e l’essenza del cielo e della terra.

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giovedì 12 aprile 2018

I grossi dubbi che il sarcofago posto in San Fermo sia la tomba del G. M. templare........


Articolo di ieri sul Corriere Veneto riguardante la presunta tomba del G. M. templare e le perplessità dell'attribuzione del sarcofago................


La poesia di Odysseas Elitis musicata da Theodorakis: un inno alla Madre Iside

mercoledì 11 aprile 2018

Le cattedrali gotiche francesi e la costellazione della Vergine

Quasi quarant’anni fa, uno scrittore dal nome significativo pubblicava un testo destinato a divenire un piccolo classico, fondamentale per gli indagatori degli aspetti ancora poco chiari della storia antica.
Il libro ha per titolo “I misteri della cattedrale di Chartres”, e l’autore, Louis Charpentier, dimostrò di avere delle conoscenze singolari per quanto riguarda l’architettura gotica.
Vengono svelati alcuni aspetti della geometria e della sapienza dei Mastri Muratori , aspetti che ancora oggi lasciano parecchi interrogativi in sospeso.
Tra le altre cose Charpentier dimostra come le principali cattedrali Gotiche alto medioevali vennero costruite in modo da rispecchiare sulla terra la disposizione delle stelle che formano la costellazione della Vergine.
Sotto: la cattedrale di Ghartres, la prima chiesa gotica dedicata alla Nostra Signora (ovvero la costellazione della Vergine, Vir Virgo)

martedì 10 aprile 2018

Mafia

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Secondo il significato estensivo del termine, si indica una qualsiasi organizzazione criminale retta dall' omertà e regolata da riti, legami familiari e percorsi iniziatici peculiari che ciascun appartenente, detto affiliato è tenuto a rispettare.
Una associazione segreta per atto costitutivo, verticistica, unitaria e su base familistica.
L'effettiva origine del lemma e del fenomeno sono incerte. 
Alcuni ritengono che il fenomeno abbia origine e sia ispirato dalla setta segreta dei Beati Paoli, operante in Italia nel XII secolo circa.
Una delle prime descrizioni del fenomeno fu nel 1838 in un documento redatto in Italia dal funzionario del Regno delle Due Sicilie Pietro Calà Ulloa, che a proposito del fenomeno scrisse:
« Ci sono, in molti paesi, delle fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di fare esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggerlo, ora d'incolpare un innocente... Molti alti magistrati coprono queste fratellanze di una protezione impenetrabile".

lunedì 9 aprile 2018

Una divinità femminile immersa nelle acque (primordiali) una dea bianca da immolare; la Balena Bianca

Centosessant'anni fa Melville pubblicava il suo capolavoro
E la Balena bianca torna. Fino a poco tempo fa, era la sinistra a sventolare lo spauracchio del ritorno dei vecchi democristiani: cronaca recente vuole che siano anche i “giovani” virgulti del Popolo della Libertà a tacciare Pisanu & Co. di veterodemocristianismo da prima Repubblica. La Balena bianca che incrociava nelle lande desolate del Mezzogiorno e delle verdi pianure venete, in questa lunga notte della (seconda) Repubblica che ormai volge alla fine (quale fie però non si sa...) s' è vista come un essere del mito: ora immergendosi, ora apparendo all’improvviso. Facendo capolino tra i flutti inquietanti della politica italiana, il povero cetaceo albino ogni volta si è sorpreso che non ci fosse l’arcigno grugno di Achab ad aspettarlo per fiocinarlo. Beh, Achab non c’è più, profondato sempre di più nell’abisso della sua coscienza, troppo impegnato a chiedersi: “Ma io chi sono, da dove vengo, dove vado e soprattutto stasera per cena che mi preparo?”

E la Balena bianca, quella della bassa metafora politica, torna in queste ore sulla scena!
L'altra, il Leviatano del mito, rimane nel suo spazio di sogno.
La Balena era ingannatrice, di proporzioni abnormi, era simile a un’isola. I marinai, ignorando questa tradimentosa realtà, approdavano, legavano ad essa le loro navi. Bivaccavano e accendevano i fuochi per cuocersi qualcosa. Non appena avvertiva il calore sul dorso, s’immergeva trascinando le navi nel fondo del mare. Questo è il mostro, simbolo del demonio.
Poi, poi c'è la Balena dell'arte, del cinema, della letteratura e della musica.[1]
Questa Balena bianca è doppiamente ambigua: perché il suo biancore, comune segno di purezza e candore, è in realtà un terribile presagio della fine e della perdizione. Ambasciatrice d’inquietudine: il banco simbolo del bene, allorquando appare spoglio del bene stesso, è foriero di male e peccato.
L’Achab di Melville, questo lo sapeva molto bene. «Si sa, in molti oggetti naturali la bianchezza aumenta e raffina la bellezza, come se le impartisse qualche sua speciale virtù: come nei marmi, nelle camelie, e nelle perle. In certo modo, vari popoli hanno riconosciuto in questo colore una qualche preminenza regale. […] Perfino nei più profondi misteri delle grandi religioni, il bianco è stato fatto simbolo della purezza e della potenza divine: per gli adoratori del fuoco persiani, la fiamma bianca a due punte era la più santa sugli altari; nei miti greci, il grande Giove in persona s’incarna nel toro candido; […] nella Visione di San Giovanni i redenti portano vesti bianche, e i ventiquattro anziani stanno vestiti di bianco davanti al gran trono candido, e il Santo che vi siede è bianco come la lana. Eppure, nonostante questa montagna di associazioni con tutto ciò che è soave e venerabile e sublime, sempre nell’idea più profonda di questo colore si acquatta un che di ambiguo, che incute più panico all’anima di quel rosso che ci atterrisce nel sangue. È questa qualità inafferrabile che rende l’idea della bianchezza, quando è separata da associazioni più benigne e accoppiata con un oggetto qualunque che sia terribile in se stesso, capace di accrescere quel terrore fino all’estremo.» (Moby Dick, Cap. XLII)

Melville, più avanti spiega il suo pensiero: «In un uomo albino, cosa c’è che ripugna in modo così particolare e spesso offende l’occhio, tanto che a volte egli è aborrito perfino da amici e familiari? […]E da quel pallore dei morti prendiamo in prestito il colore simbolico del sudario in cui li fasciamo. Nemmeno nelle nostre superstizioni ci dimentichiamo di gettare lo stesso mantello di neve attorno ai fantasmi: tutti appaiono in una nebbia lattiginosa. Sicuro, e mentre siamo soggetti a queste paure, aggiungiamo che lo stesso re del terrore, com’è personificato dall’evangelista, monta un cavallo pallido. Perciò, sebbene in diversi stati d’animo l’uomo si compiaccia di simboleggiare col bianco tante cose delicate o grandiose, nessuno può negare che nel suo più profondo, ideale significato, la bianchezza evochi nell’anima come uno strano fantasma. […] So bene che la mente comune non riconosce che questo fenomeno della bianchezza è la causa principale che aumenta il terrore di cose già terribili; e chi manca di fantasia non ha affatto paura di certi oggetti apparenti che per altri sono orribili solo perché presentano quel fenomeno, sopratutto se esso si manifesta in una forma che tende al silenzio o all’astrazione.»
Devo esser sincero, io Moby Dick l’ho letto solo dopo aver sentito l’efficace compendio fattone da Vinicio Capossela ne La bianchezza della balena in Marinai, profeti e balene:
Sebbene sia bianco il signore degli elefanti bianchi
Che i barbari Pegu pongono sopra a ogni cosa
E bianche le pietre che i pagani antichi donavano
in segno di gioia, per un giorno felice
Bianche cose nobili e commoventi,
Come i veli di sposa
L’innocenza, la purezza, la benignità dell’età
Sebbene abiti bianchi vengano dati ai redenti
Davanti a un trono bianco,
Dove il santissimo siede, bianco come la lana
Sebbene sia associato a quanto di più dolce,
Onorevole e sublime
La bianchezza della balena
Niente è più terribile di questo colore,
Una volta separato dal bene,
Una volta accompagnato al terrore
La bianchezza dello squalo bianco,
L’orrida fissità del suo sguardo
che demolisce il coraggio
La fioccosa bianchezza dell’albatro,
nelle sue nubi di spirito
La bianchezza dell’albino bianco
E cosa atterrisce dell’aspetto dei morti
se non il pallore
Bianco sudario colore?
Spettri e fantasmi immersi in nebbie di latte
Il re del terrore avanza nell’apocalisse
Su un cavallo pallido
E pallidi i cappucci della pentecoste
E il mare nel suo richiamo abissale
Nell’antartico, bianco sconfinato cimitero,
il bianco sogghigna nei suoi monumenti di ghiaccio
Il pensiero del nulla si spalanca nella profondità lattea del cielo
Bianco l’inverno bianco, la neve bianca,
bianca la notte
Bianca l’insonnia bianca, la morte bianca
e bianca la paura è bianca
L’universo vacuo e senza colore
Ci sta davanti come un lebbroso
Anche questo è la bianchezza della balena
La bianchezza della balena
Capite ora la caccia feroce? Il male abominevole,
l’assenza di colore
Moby Dick è un gran bel romanzo. Forse un po’ prolisso per la sensibilità del lettore moderno affascinato da Dan Brown. È un capolavoro. Vale la pena ricordare la trama del libro: il Pequod, una nave baleniera comandata dal capitano Achab, attraversa l'oceano a caccia di capodogli e balene, e in particolare della enorme balena bianca. Ma il romanzo, come ogni grande libro, è qualcosa che va oltre. Le scene di caccia, che pure ci sono, sono inframmezzate dalle dissertazioni, dalle riflessioni scientifiche, teologiche, protopsicologiche e filosofiche di Ismaele, il narratore. Il risultato finale è che il libro è un’allegoria e, al contempo, un vero e proprio racconto epico.
Il Pequod è una nave di morti, è una nave di morte. Il capitano precedente Peleg l’ha decorata con le ossa-trofeo delle balene catturate. Affonderà a causa della balena, come accadeva, aldilà della pura dinamica, nelle descrizioni dei bestiari medievali.

L'Achab di Gregory Peck

Nocchiero di questo terribile bastimento è il capitano Achab. Incurante di tutto guida il proprio equipaggio alla folle impresa dell’uccisione del terribile mostro. Un’idea fissa la sua: se capitan Uncino c’ha rimesso una mano, Achab è mosso dalla vendetta perché il cetaceo gli ha divorato una gamba e qualcos’altro: un corpo straziato, uno spirito umiliato, l’odio covato nella convalescenza, la brama di riscatto. Moby Dick è dunque una storia dell’abisso, l'abisso reale delle profonde oscurità oceaniche e le profondità inquietanti di una mente tormentata dell'idea della salvezza: Achab si perde perché si illude di poter uccidere il demonio, il Leviatano, la Balena bianca. Si perde perché non sa resistere al richiamo della vendetta e di ultimo riscatto.

Vinicio Capossela
E qui è la fine: un’unica fiamma brucia tutto e tutti, e quella fiamma è, e non può non essere, che bianca:
Sì sì, marinai, osservatela bene, la fiamma bianca
illumina soltanto la via verso la balena bianca
sebbene tu sia luce, che prorompe dalla tenebra
io sono tenebra che prorompe dalla luce!
Io brucio con te, forza del cielo, io ti adoro sfidandoti!
Achab e Moby Dick sono complementari e opposti, una sorta di ying e yang (vedi l'articolo di Manuela Bellomo. È ancora l’acuto Capossela,che canta la fine del Pequod nella sua Fuochi fatui.
In definitiva Moby Dick di Melville, pubblicato centosessanta anni fa e tradotto da Pavese ottanta anni dopo, è un capolavoro perché parla anche di noi e del minacciosissimo oceano che stiamo attraversando in questi ultimi anni.

lunedì 2 aprile 2018

L'infinita conoscenza storico-archeologica di Umberto Grancelli sull'altra storia di Verona e della sua provincia

Grancelli ebbe fare una conferenza che poi riprese come articoletto sulla rivista <> a riguardo del "Panteon di Santa Maria in Stelle".
Quello che ebbe a dire nelle sue pochissime conferenze non lo scrisse mai: in più occasioni ebbe a sottolineare che nel Ninfeo, dove venne costruita sopra la chiesa della frazione di Santa Maria in Selle, era presente per secoli un oracolo che elargiva vaticini ai potenti come ai popolani. Ecco che come Montegrotto, la città scaligera, nel suo piccolo, non aveva nulla da invidiare alla tradizione dei santuari greci...........
Pianta dell'Ipogeo di S. Maria in Stelle. Sorto in epoca romana
Nel V secolo è diventato un "Sacello” cristiano.

domenica 1 aprile 2018

L'etimo di sacredote da varie prospettive

SACERDOTE : "ministro di un culto, la cui funzione è quella di celebrare i riti // nel cattolicesimo e in altre chiese cristiane, chi ha ricevuto il sacramento dell'ordine e perciò può celebrare la messa e amministrare i sacramenti; chi esercita un'attività o coltiva una disciplina sentendosi come investito di una missione sacra".
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·Dall'enciclopedia Dioccani di Pitzalis:
SACERDOTE:  dal latino SACERDOS, composto da SACER, «sacro», «venerando» ma anche «maledetto», «esecrabile», «infame»,
più DOS, «dote», «qualità», «pregio».
Quindi, propriamente, "colui che ha dote infame".
........il serpente ancora vive in un luogo che è aperto ai tempi del mondo.
Non visti essi camminano tra voi in luoghi dove i riti sono pronunciati.
Ancora come il tempo avanza progressivo essi prenderanno le sembianza di uomini.»
(dal Libro di Thoth, VIII Tavola)