giovedì 22 giugno 2017

Le forme del sacro

LA RISCOPERTA DELLE FORME UNIVERSALI: IL MESSAGGIO NASCOSTO DELL’UNIVERSO
Ti è sufficiente la specie della figura che hai dinanzi e non ti sono necessarie altre parole per giungere alla dimostrazione… ognuno riconosce nel volto misterioso dell’archetipo il proprio sigillo ed i segreti…Non vi sono principio, misura e figura che non derivino da uno di codesti ordini…Riterrai feconde queste figure, non solo perché comprendono i presupposti di ogni genere di misura, ma anche perché, con la loro configurazione, rappresentano l’archetipo ed il sigillo delle cose.
G. Bruno: de Minimo
Immagine: Cattedrale di Anagni, pavimento cosmatesco

mercoledì 21 giugno 2017

La nascita del sole è um miracolo e i pitagorici ne erano consapevoli

Il miracolo che si perpetua da sempre: la nascita giornaliera del sole, una stella che segna la vita dell'umanità da sempre, è un qualcosa di straordinario.........la costanza di un fatto straordinario che si ripete, lo sapevano bene i pitagorici..

Nasciata del sole da Pian de Castagnè questa mattina 21 giugno 2017

martedì 20 giugno 2017

Parlano di umilta e di povertà


Il cristianesimo attraverso i suoi alti sacerdoti invita i fedeli verso l'umiltà e la povertà e poi abbiamo banche che si chiamano San Paolo e società intrallazzone come Cattolica Assicurazioni..
Vedo delle forti contraddizzioni per non dire di peggio!
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lunedì 19 giugno 2017

La basilica di Sant'angelo in Formis costruita sopra il grande santuario pagano dedicato a Diana Tifatina


Il Tempio di Diana Tifatina che sopravvive sotto la basilica: era tra i santuari pagani più importanti del mondo antico


La Basilica di Sant’Angelo in Formis è un gioiello campano unico, non solo per il ciclo di affreschi che conserva tutt’oggi ma anche per le sopravvivenze archeologiche che essa custodisce.
Sotto la struttura benedettina sopravvive il tempio pagano di Diana Tifatina, che sorgeva alle pendici del monte Tifata, un’altura di circa 600 metri sul livello del mare che domina da vicino l’antica Capua e la via Appia.
Oggi il monte appare totalmente diverso da come doveva essere in antichità, è devastato dalle cave e dal disordine urbanistico contemporaneo, invece in epoca romana il Tifata era ricco di boschi di querce, ruscelli, animali selvatici e anche campi coltivati dove nel bel mezzo troneggiava un tempio, tra i più famosi della Campania, dedicato proprio alla dea della caccia affiancato da un altro tempio, invece posizionato sulla vetta del monte, dedicato a Giove Tifatino.

Ricostruzione della pianta del tempio di Diana (foto da S. Quilici Gigli)
Il tempio fu costruito nel IV secolo a.C., anche se la scoperta di alcune terrecotte architettoniche fa presagire l’esistenza di un tempio o comunque di un luogo di culto, già nel VI secolo, alle falde del Tifata. Ad Alfonso De Franciscis e ai suoi studi si deve il riconoscimento delle evidenze archeologiche del tempio antico poi inglobato nella basilica benedettina. Di questo edificio si conserva il podio, eretto tra la fine del IV secolo e gli inizi del III secolo a.C., costituito da grandi blocchi di tufo grigio e alto oltre due metri, che oggi è scarsamente visibile attraverso un’asola coperta da vetri, sul fianco destro della Basilica.
Il tempio era a pianta rettangolare, con cella addossata al muro di fondo, pareti laterali chiuse e colonne sulla fronte e sui lati, che in termini tecnici descrive un tempio periptero sine postico ed esastilo (con 6 colonne davanti). La decorazione era affidata a lastre di terracotta con gocciolatoi a testa di leone affiancate da palmette.


L’edificio era collocato vicino al lato a monte di una terrazza, il cui muraglione di contenimento a valle fu celebrato in un’iscrizione, incisa su tre lastre di calcare, conservata oggi nel Museo Campano di Capua: “Servio Fulvio Flacco (console del 135 a. C. n.d.r.), figlio di Quinto, mentre era console appaltò i lavori per la costruzione del muro, con i proventi del bottino di guerra”. L’epigrafe, costituita da lettere alte ben 17 centimetri, testimonia la realizzazione di un’imponente scenografia monumentale in opus incertum, sulla fronte del santuario.
In seguito all’intervento di Fulvio Flacco ne vennero fatti altri: possono essere letti osservando la pavimentazione attuale della Basilica. Quest’ultima riprende il perimetro del tempio ed incorpora buona parte del pavimento dell’edificio antico (in foto). Nel centro della chiesa e davanti l’altare si conserva un pavimento in opus tessellatum (a mosaico, con tessere bianche), mentre la navata centrale e le laterali conservano un pavimento in opus scutulatum (marmi policromi o bianchi, tagliati a tessere e accostati in questo caso “a canestro”). Il resto della chiesa è composto da parti di pavimento medioevale, lastre di marmo bianco e battuto cementizio. La differenza tra i due tipi di mosaico quello fine e quello a canestro è sottolineato da una striscia di circa 90 centimetri che costituisce in negativo l’impronta della cella del tempio. Dunque una pavimentazione più fine ed accurata riservata alla zona della cella, che doveva accogliere la divinità (oggi zona dell’altare), ed una parte più resistente per lo spazio esterno che era aperta ai fedeli.


Questi lavori di rifacimento della pavimentazione sono documentati epigraficamente con un’iscrizione a mosaico, posizionata oggi nella navata centrale della basilica a poca distanza dall’ingresso. Scopritore fu proprio Alfonso De Franciscis che ne diede una prima lettura ed interpretazione: occupava un campo di oltre 5 metri, in tessere nere e presentava un elenco di magistrati (“Tituli Magistrorum Campanorum“) che effettuarono i lavori, chiudendosi con la data consolare indicata dalla coppia di consoli del 108 a.C. Ser. Sulpicius Galba e M. Aurelius Scaurus. I lavori, come si legge dall’iscrizione, consistettero nel rifacimento del tempio e nella messa in opera di colonne e nel rifacimento dello stesso pavimento, spesa con ogni probabilità tratta dalla stipe votiva di Diana o dal bottino di guerra.

Un altro intervento al Santuario fu applicato nel 99 a.C., con la costruzione di una grande sostruzione, di una cucina (per i pasti rituali, per il ristoro dei fedeli e per i banchetti sacri), di un portico, di statue di Castore e Polluce (i gemelli figli di Giove) e tutta una serie di edifici volti ad offrire servizi al culto e ai fedeli.



Da recenti studi sappiamo che è stato riconosciuto il temenos (recinto del santuario) nel lato occidentale costituito da un muraglione in opus reticulatum e latericium con mensole per reggere il porticato (in foto); il lato orientale dove era posizionata l’iscrizione di Fulvio Flacco (nella parte davanti della terrazza), il lato meridionale in opera laterizia (dove si accede oggi all’area della Basilica) e il lato settentrionale, che corrisponde forse al dislivello del terreno, nella zona dove sorse in epoca medioevale un convento benedettino.


Ma cosa si venerava nel Santuario alle falde del Tifata? Il tempio era dedicato a Diana, divinità romana derivante dall’Artemide greca, ma che nell’Italia centro meridionale assumeva un’accezione del tutto indipendente. La Diana venerata nel tempio capuano è raffigurata secondo l’iconografia classica, cacciatrice, munita di arco e frecce, con una torcia nella destra. Così appariva, infatti, in un affresco trovato nei pressi del tempio. In una zona come quella del tifata, ricca di boschi e ruscelli il culto della dea boschiva poteva trovare il suo luogo ideale. Ma non era raro che in un Santuario venissero venerate più divinità e questo è quello che probabilmente accadeva a Sant’Angelo. Sono state trovate iscrizioni votive dedicate ad altre divinità e a fine ‘800 una stipe votiva con statuine ex – voto di Attis, il servitore eunuco della dea Cibele.
La leggenda della Cerva bianca. La storia del tempio di Diana Tifatina è strettamente collegata con quella di Capua. La conferma la si trova anche nella tradizione, raccontata da Silio Italico, che collega la fondazione di Capua all’apparizione di una cerva bianca bellissima, ancella della dea della caccia e donata ai capuani da Capys, mitico fondatore della città. Quando i romani assediarono Capua (211 a. C.) la bestia fuggì nel campo dei nemici che la sacrificarono a Diana per propiziarsi la vittoria. La leggenda attribuisce mille anni alla cerva e dimostra quindi l’antichità di quel culto alle pendici del Tifata.
Nella storia dei culti della Campania antica il tempio di Diana Tifatina ha costituito per gli studiosi ed eruditi di antichità classica un capitolo di importanza ed interesse enorme, non solo per le evidenze archeologiche ed epigrafiche ma anche per il ruolo dominante che ebbe quel santuario in età preromana e romana. Inoltre risulta essere un esempio più unico che raro, dove l’eredità cattolica si fonde con il suo passato pagano.

Le vie del labirinto


Chartres il principio del motore elettrico, l'avvolgimento di Pacinotti: segni di passo di una danza che porta alla salvazione, nel moto centripeto e centrifugo.....

giovedì 15 giugno 2017

Il sindacato dei preti: “Basta lavoro domenicale!”




DIACO (NO) – Sta suscitando grande scalpore la prima protesta sindacale dei preti cattolici. Le rivendicazioni sono iniziate quando la CGIL ha deciso di aprire un sindacato dedicato ai ministri del culto. La FIOCA (Federazione Italiana Officianti Clericali Apostolici), guidata dall’agguerrito Lando Maurizini, ha da subito ascoltato le lamentele dei lavoratori ecclesiastici e strutturato le loro richieste.
Molti preti non sopportano l’odore di incenso – che secondo recenti studi sarebbe cause di disturbi come dermatite, asma e pedofilia – e chiedono di sostituirlo con patchouli o cannella. Altri si lamentano degli abiti da lavoro: le tonache sono sempre uguali da anni, rifinite malamente e con colori lugubri. Si rivendica un ricambio almeno annuale degli abiti talari, che dovranno avere un taglio moderno e colori e fantasie alla moda. Il sangue di Cristo poi, spesso costituito da dozzinale vino in cartone, dovrà essere rimpiazzato come minimo da bottiglie a Denominazione di Origine Controllata.
Ma le rivendicazioni principali riguardano gli orari di lavoro. Le messe serali sono sempre più numerose e impediscono ai preti di dedicarsi a moderni riti di socializzazione come le apericene. E soprattutto i ministri del culto sono tra quelli che più di tutti lavorano le domenica, il giorno che per la maggior parte degli italiani è dedicato al riposo e allo svago. Maurizini dice basta al lavoro domenicale! Che i preti siano da subito liberi di godersi piaceri a loro da sempre preclusi, come consumare il brunch, andare allo stadio o fare shopping nei centri commerciali.
Le gerarchie ecclesiastiche si sono fatte trovare decisamente impreparate di fronte a rivendicazioni così precise e puntuali, ma sono prontamente corse ai ripari. I vescovi, guidati dal Cardinal Bagnasco, si sono incontrati in gran segreto con i massimi esperti di lotta contro i diritti dei lavoratori, i dirigenti della FCA (per ironia della sorte quasi omonima del temibile sindacato guidato da Maurizini). L’incontro, a cui hanno partecipato oltre 100 vescovi e che si è tenuto nel sottoscala di casa Bertone, è servito a delineare le prossime mosse dei vertici del clero: chiudere le chiese con preti appartenenti alla FIOCA e delocalizzarle all’estero, fondersi con la Chiesa Americana e trasferire il Vaticano a Detroit.

L’ORRENDO COLLE, CON LA DAMIGIANA



In fianco alla collina del colle di San Pietro, esiste monte San Leonardo o meglio quella che resta della torricella di san Leonardo, dove il bel edificio  difensiva austriaca, negli anni 1950 veniva  pesantemente alterato nell'aspetto e nella sostanza trasformandolo  nel santuario della Madonna di Lourdes: architettonicamente e paesaggisticamente un obbrobrio, un pugno nell’occhio.
 Ancora oggi quando lo sguardo cade su quella parte alta della città scaligera si nota la bruttura e la saggezza popolare dei Veronesi ha battezzato quella chiesa della madonna  nella“ DAMIGIANA”. Come dire: “Vux popoli vux dei”, in maniera precisa e concisa si è messo così il dito sulla piaga!        
Pensate che quel santuario mariano doveva essere eretto sul Colle di San Pietro, ma la provvidenza ha fatto in modo che una aggregazione trasversale di esponenti di vari partiti: liberali, comunisti e socialisti si coalizzassero opponendosi alle forze cattolico-democristiane e il colle fu salvato per un miracolo.

Accontentiamoci e per ora conviviamo con questo obbrobrio in attesa di tempi migliori, poiché poteva andare anche peggio, dato che Il Colle di San Pietro, che è l’acropoli, il cuore della sacralità romana di Verona, si è salvato dalla cristianizzazione scellerata.

giovedì 8 giugno 2017

Il Tempio dell'Uomo. Opera in due volumi di René Adolphe Schwaller de Lubicz

Testo straordinario che ci apre alla maestosa sapienza antica che rimane viva attraverso l'architettura di templi sublimi e carichi di patos.....
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Quest’opera si propone di mostrare le modalità d’espressione degli “antichi” per trasmettere la conoscenza e lo dimostra attraverso l’analisi del Tempio di Luxor. È un monumento eccezionale il cui studio conferma anche la teoria che pone l’uomo al centro del cosmo, secondo l’antica sapienza.
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Il Tempio, veramente unico, rappresenta l’uomo in cui sono inscritte tutte le leggi che regolano l’Universo. La conoscenza, infatti, non può venire trasmessa attraverso i soli scritti poiché il simbolismo delle immagini e più ampio e ricco di significati. Gli stessi testi egizi possono essere compresi appieno solo se riferiti al metodo di “iscrizione architettonica”; e anche i testi faraonici confermano che sono proprio i templi a comunicare il significato profondo del loro insegnamento.
Il Tempio dell’uomo è frutto di una lunga, accurata e faticosa ricerca, che esamina palmo a palmo il grande tempio di Luxor, nel quale è inscritta tutta la conoscenza degli antichi egizi. Una panoramica completa del pensiero dell’Antico Egitto, della sua matematica, dei metodi di calcolo, delle applicazioni della scienza sacra del numero nell’architettura, nell’arte figurativa e nelle scienze.

domenica 4 giugno 2017

Quando Guttuso sul letto di morte con il conforto di Andreotti lascia parte dei suoi beni alla chiesa: un comunista pentitto....

Andreotti: io, a messa da Guttuso

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ROMA - Guttuso e la fede. A vent' anni dalla morte, avvenuta il 18 gennaio del 1987, ecco la testimonianza di Giulio Andreotti, suo grande amico e spettatore di una conversione tanto controversa. Una conversione «estorta a un malato terminale», secondo Marta Marzotto, sua musa, sua modella ed amante. «Un ritorno profondo», invece, a parere di Giulio Andreotti, che in una lettera a Repubblica, ritenendolo suo «dovere morale», ripercorre le tappe di un iter spirituale così intenso, i tempi dell' allontanamento e quelli della ritrovata fede. E definisce Guttuso «naturaliter christianus», esortando a «non disturbarne la memoria». La loro amicizia si sviluppò negli ultimi dieci anni. Avevano un appuntamento fisso: loro due, più il "cardinale rosso" Paolo Bufalini, alto dirigente di Botteghe Oscure che tesseva i rapporti con il Vaticano, e monsignor Fiorenzo Angelini, e capitava a volte che discutessero di religione. Nella sua testimonianza lei parla di un ritorno. Guttuso dunque non era un ateo, ma un transfuga della fede? «Fu lui stesso a raccontarmelo. Ci incontravamo per un paio d' ore ogni domenica mattina a casa sua, a Palazzo del Grillo, sempre lo stesso gruppetto: Bufalini, il professor Nino Sapegno, monsignor Angelini che non era ancora cardinale, e spesso, anche se non sempre, Antonello Trombadori. Persone tutte molto piacevoli e divertenti. Avevamo un' unica regola: non parlare mai, per nessun motivo, di politica». Ma di religione sì. «Capitava. E così mi raccontò di essersi allontanato dalla fede per una reazione giovanile diciamo così a un incidente. Era il 1942, sotto il regime fascista, e lui arrivò secondo al Premio Bergamo con una Crocifissione in cui c' era una Maria Maddalena nuda in piedi accanto alla Croce. Un quadro che teneva con sé, nella sua casa a Palazzo del Grillo. Proprio per questo nudo l' arcivescovo Adriano Bernareggi aveva vietato al clero e ai seminaristi di andare a vedere il quadro, pena la sospensione a divinis. La cosa gli provocò un rigetto verso la pratica religiosa. Fu una rottura anche sul piano culturale ed artistico». Venne definito «pictor diabolicus». Quando si riaccostò alla fede? «Quando morì sua moglie. Fu un ritorno profondo. Ebbe una crisi che coincise anche con la diagnosi medica che gli dava non più di sei mesi di vita». Che poi furono tre. «In quell' ultimo periodo ebbe una vita religiosa molto intensa. Un giorno di Natale, il suo ultimo Natale, mi telefonò e mi chiese: dove vai a Messa oggi? Veramente ci sono già stato, dissi io. Peccato, perché monsignor Angelini dice Messa qui a casa mia solo per noi, mi farebbe piacere che tu venissi. Naturalmente sono andato. C' erano solo lui e il figlio adottivo Fabio Carapezza con i genitori. Mi colpì, durante il rito, l' attenzione e la grande intensità con cui Guttuso seguiva. Fece addirittura un' interruzione, quando l' officiante disse: Agnello di Dio che togli i peccati dal mondo. Osservò: in latino è tollis. Bisognerebbe dire: non che togli, ma che prendi su di te i peccati del mondo. Ne rimasi edificato». Marta Marzotto sostiene che lei, Fabio Carapezza e monsignor Angelini negli ultimi tempi abbiate di fatto sequestrato Guttuso, obbligandolo a convertirsi. «Ma guardi, questa è una leggenda che si creò allora. Ridicolo! Pensi che la contessa Marzotto mi fece addirittura telefonare dal questore di Roma il quale mi chiese: ma veramente state tenendo prigioniero Renato Guttuso? Vogliamo scherzare? dissi io, ma le pare? non è vero niente. La verità è che fu lui a rompere questo rapporto, fu lui a volersi isolare, volle vivere in pace nelle ultime settimane. Si era distaccato dalle cose umane. Un distacco che gli era stato provocato dalla vicinanza con la morte». Sull' Avvenire Marco Roncalli ricorda come si ipotizzò che questa conversione avvenne «con l' acquiescenza di diversi comunisti capitolini». «Non mi risulta. Oltretutto Guttuso era proprio distaccato dal suo partito. Viveva da mesi in un mondo suo, superiore, spirituale». Quando lo ha visto per l' ultima volta? «Il giorno prima che morisse. Ormai era quasi spento, però aveva un volto che definirei sorridente, sereno». Secondo lei si convertì per paura? «Direi di no. Era molto razionale anche nei suoi discorsi religiosi. Il suo spirito umano era quello di un naturaliter christianus, anche quando non frequentava i sacramenti. Era un cristiano naturale, nel profondo».
LAURA LAURENZI

Adriano che inseguiva l'Anima

Angolotesti: "Animula vagula blandula" di Publio Elio Adriano

Animula vagula blandula è una brevissima poesia con cui Publio Elio Traiano Adriano si prepara a congedarsi dalla sua anima e si rivolge ad essa salutandola, quasi come fosse sulla soglia che separa la vita dalla morte e si apprestasse a separarsi da una cara compagna. L'incipit è stato usato anche dalla scrittrice Marguerite Yourcenar per dare il titolo a uno dei capitoli che compongono Memorie di Adriano, il suo capolavoro sulla vita dell'imperatore letterato vissuto tra I e II sec. d.C.
Il periodo in cui governò Adriano, tra il 117 e il 138 d.C., viene considerato l'età aurea del principato: lontano dai disordini di Caligola e Nerone, dalla tirannia di Domiziano, sotto la dinastia degli imperatori per adozione, prima l'anziano Nerva, poi Traiano e quindi Adriano, l'Impero di Roma, nella prima metà del II secolo raggiunse il suo massimo fulgore, si espanse dall'Eufrate alla Caledonia, dalla Mauretania alla Dacia. La Pax Romana, oltre alle ricchezze che confluivano dalle nuove provincie, permise di rinnovare lo splendore dell'età di Augusto, che aveva trovato Roma costruita di legno e l'aveva lasciata di marmo.
Traiano e Adriano, i grandi imperatori della dinastia Ulpio-Antonina costruirono il primo la colonna e i mercati che portano il suo nome, il secondo, oltre a restaurare il Pantheon di Agrippa e realizzare il mausoleo poi divenuto Castel Sant'Angelo e una magnifica residenza nella villa di Tivoli, due enormi biblioteche, una greca e una latina, nel foro romano sul Palatino.

"Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di "passato", coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti"
Queste parole, che Marguerite Yourcenar fa pronunciare al suo Adriano, riassumono bene lo spirito attivo e il piglio deciso e fervente con cui il principe umanista, dalla profonda cultura e animato da un intenso amore per il patrimonio della classicità ellenica, intervenne nel panorama delle arti e della letteratura del suo tempo.
Il recupero dei canoni classici per eccellenza, dalla statuaria all'architettura, pervade anche la poesia dell'epoca, che, se anche risulta priva di grandi opere, conta un'ampia produzione nella sua dimensione di rifugio privato, nel suo ritorno verso una dimensione intimistica e di gioco, nugatoria per usare un termine tecnico, e vede impegnato il principe in prima persona, come se le gravose cure di un governo complesso come quello di Roma richiedessero uno spazio riservato alla leggiadra eleganza della poesia come gioco intellettuale.
Attorno alla corte di Adriano, anche grazie al suo mecenatismo, nasce una sorta di circolo, quello dei 
poetae novelli, che richiamano l'esperienza di Catullo e altri scrittori del I sec. a.C., al cui rifiuto dell'impegno civile in favore di temi personali e stili leggeri Cicerone aveva affibbiato l'epiteto dispregiativo di poetae novi o con un grecismo 'neoteroi', cioè poetastri/poetucoli da strapazzo.
Di questa produzione rimangono pochissimi frammenti, qualche citazione, perlopiù testimonianze indirette di un gusto per lo sperimentalismo e la scrittura dotta, quasi come relitti lasciati dal mare sul litorale dopo un naufragio. Tra questi spicca il breve testo presentato di seguito, che Adriano scrisse quasi come un testamento culturale lasciato a se stesso, un commiato dalla vita. L'uso ripetuto di diminutivi e vezzeggiativi, di rime facili e insieme melodiose creano quasi una filastrocca sospesa tra malinconia e gioco di parole.
Il recupero delle forme classiche, a tratti anche arcaizzanti, sembra quasi rappresentare la volontà forte di riaffermare la propria identità e la propria eredità da parte di un mondo, quello greco-romano, sul cui orizzonte, nonostante la sfolgorante gloria dell'acme, si profilavano incombenti le ombre di una crisi profonda e distruttrice, quella che mostrerà le prime avvisaglie nelle invasioni barbariche di Quadi e Marcomanni sotto Marco Aurelio, il principe filosofo, e scoppierà poi nel III secolo. Nell'aurea quiete prima della tempesta, la grazia semplice e insieme raffinatissima, gioconda e insieme carica di inquietudini dei cinque versicoli di Adriano si eleva con la forza monolitica di un epitaffio.





Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis,
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos…


Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora t’appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti… 

trad. Livia Storoni Mazzolani

Publio Elio Traiano Adriano
Nato probabilmente a Italica, colonia romana in terra ispanica nel 76 d.C. da famiglia di antiche ascendenze italiche, Adriano, terzo imperatore della dinastia Ulpia-Antonina, salì al trono subito dopo Traiano,nel 117 d.C., nonostante questi non lo avesse formalmente adottato, come successe invece per gli altri membri della sua dinastia.
Dopo le conquiste del suo predecessore e prima del tramonto del 'principato illuminato', che si verificò con l'ultimo della casata, Commodo, successore di Marco Aurelio, il regno di Adriano, volto a consolidare le conquiste fatte su una linea di mantenimento, con la costruzione di strutture difensive, dal Vallum Adriani in Britannia ai fortilizi sui confini germanici, fu un ventennio di relativa pace e di splendore, in cui il pricipe intellettuale governò con decisione, attraverso una sorta di organo esecutivo come il Consilium Principis, ma pacificamente.
Statua di Antinoo
Fautore di una politica di tolleranza verso le minoranze disposte a coesistere nella magmatica koinè dell'Impero Romano, prescrisse, in un rescritto del 122 d.C. al proconsole d'Asia Minucio Fundano, di non perseguire i cristiani d'ufficio ma solo per eventuali crimini. Egli stesso, invece, di fronte alle incoercibili resistenze all'assimilazione del popolo ebraico non esitò a radere al suolo nel 135 d.C. Gerusalemme, devastando la Giudea e rinominandola come provincia di Syria-Palaestina.
Riformatore oltre che dell'esercito anche dell'apparato burocratico della complessa amministrazione imperiale, fu uomo dottissimo e di cultura raffinata. Oltre a comporre poesie in greco e latino e ad essere amico del filosofo Epitteto, sostenne un revival del classicismo ellenico nell'architettura e nelle arti, come dimostrano le innumerevoli statue dedicate al suo amante-compagno Antinoo, morto ventenne in Egitto nel 130 d.C., che volle divinizzare e ritrarre con le sembianze di Apollo ed Ermes,
Il teatro marittimo nella villa di Tivoli
e la sua residenza di Tivoli, arricchita di sontuose decorazioni in stile classico, da un ninfeo a dei sontuosi giardini. Il suo regno durò fino al 138, quando morì a Baiae dopo una lunga malattia, lasciando Roma, abbellita e ordinata nelle mani salde del figlio adottivo Antonino Pio.