lunedì 28 settembre 2015

Tutto parte dall'Uno e tutto ritorna all'Uno

Nella Teogonia orfica alla quale si sono ricollolegati tutte le correnti che a loro trovano seguito, la Realtà Assoluta è l'okeanos, le acque superne, L'Oceano è il non Essere, l'Assoluto non definibile che trascende le forme della manifestazione, per quanto ne sia il fondamento. Codesto Assoluto corrisponde al Dio Primo del platonismo. Dall'Uno si riflette il Dio Secondo o Demiurgo (il Nirguna Brahman del Vedanta advaita), il quale "genera" Gea ed Urano, la diade polare metafisica: "l'essenza" e la "sostanza" della manifestazione oggettiva.

domenica 27 settembre 2015

Ancora sul monte Summano a Vicenza monte degli dei

Il Santuario mariano ubicato sulla cima del Monte Summano ed il recente ritrovamento di due statuette argentee raffiguranti divinità "pagane" (probabilmente MARTE/ERCOLE e DIANA/ARTEMIDE/REITIA)http://paduaresearch.cab.unipd.it/5993/1/LANA2012_Gamba.pdf

sabato 19 settembre 2015

L'idea di Roma

Madre comune | d'ogni popolo è Roma e nel suo grembo | accoglie ognun che brama | farsi parte di lei. Gli amici onora; | perdona a' vinti; e con virtù sublime | gli oppressi esalta ed i superbi opprime.
Pietro Metastasio

Alatri e l'equinozio d'autunno

Come concepiva l'alchimia Lutero


MARTIN LUTERO SULL' ALCHIMIA COSI' SI ESPRIME:
"La scienza dell' alchimia (ars alchemica) mi interessa molto e, effettivamente, rappresenta la filosofia naturale degli antichi. la apprezzo non solo per le numerose possibilità di utilizzazione pratica per la decozione dei metalli, per la distillazione e la sublimazione delle erbe e dei liquori (in excoquendis metallis, item herbis et liquoribus distillandis ac sublimandis), ma anche per il suo valore allegorico e il significato segreto, estremamente seducente, sul tema della resurrezione dei morti, alla fine dei tempi. Infatti, allo stesso modo che in un forno il fuoco estrae e separa da una sostanza le altre parti e libera lo spirito, la vita, la vigoria, la forza, e le materie impure, la feccia, restano sul fondo come un corpo morto e privo di valore (qui Lutero trae i suoi esempi dalla tecnica di separazione del vino, della cannella e della noce moscata), così Dio, il giorno del giudizio, separerà ogni cosa tramite il fuoco, i giusti dagli empi."
J. W. Montgomery "L' Astrologie et l' alchimie lutherienne a l' époche de la Reforme"
immagine: Parmigianino: "Alchimia come arte"

venerdì 11 settembre 2015

La malattia come evoluzione dell'anima


La malattia è un conflitto tra la personalità e l’anima. Molte volte, il raffreddore “cola” quando il corpo non piange. Il dolore di gola “tampona” quando non è possibile comunicare le afflizioni. Lo stomaco “arde” quando le rabbie non riescono ad uscire. Il diabete “invade” quando la solitudine duole. Il corpo “ingrassa” quando l’insoddisfazione stringe. Il mal di testa “deprime” quando i dubbi aumentano. Il cuore “allenta” quando il senso della vita sembra finire. Il petto “stringe” quando l’orgoglio schiavizza. La pressione “sale” quando la paura imprigiona. La nevrosi “paralizza” quando il bambino interno tiranneggia. La febbre “scalda” quando le difese sfruttano le frontiere dell’immunità. Le ginocchia “dolgono” quando il tuo orgoglio non si piega. Il cancro “ammazza” quando ti stanchi di vivere. La malattia non è cattiva, ti avvisa che stai sbagliando cammino.
Alejandro Jodorowsky

martedì 8 settembre 2015

Incontro allla Capitolare per i venti anni dalla morte di Giuseppe Faggin


Il mondo e il pensiero greco rinascono....

Dunque, si trovò l’oro della radice d’olivo stillato sulle foglie del suo cuore.
Appena sotto la pelle, la linea azzurra dell’orizzonte intensa per colore. E numerose tracce di celeste nel sangue.
Nel cervello niente, all’infuori di un’eco distrutta di cielo. E soltanto nella cavità del suo orecchio sinistro,poca sabbia minuta, fine, come dentro le conchiglie. Segno delle molte volte che aveva camminato tutto solo lungo il mare, con la pena d’amore e l’urlo del vento.
Quanto a quelle scintille di fuoco sul pube, mostra che davvero andava avanti per ore, ad ogni suo nuovo amplesso con una donna.
Avremo raccolti precoci quest’anno.
E ancora sale l’invito del poeta ad accogliere dionisiacamente quanto la terra, i nutrimenti terresti, per dirla con André Gide, ci offrono nell’arco della vita, rifiutando le convenzioni imposte dall’alto, le abitudini secolari che si perpetuano senza mai essere messe in dubbio, le scelte e gli atteggiamenti che vanno verso la mortificazione della sensorialità e della sensualità dei nostri corpi.
Fin da piccolo, mi hanno riempito la testa con l’immagine di una morte imbacuccata di nero, che tiene la vita come una trappola e ce la offre aperta con in mezzo l’inganno del piacere. Ma fatemi ridere. Diceva un’altra cosa chi masticava l’alloro. E non è un caso che giriamo tutti intorno al sole.
Il corpo sa.

Il sole ci scoppia dentro e noi teniamo la mano sulla bocca spaventati”.
elytis

Parole di Odisseas Elytis

Poesia di Odysseas Elytis nobel e figlio di un produttore di sapone....

Dignum Est [Gloria]
E' cosa buona e giusta la luce e la prima
preghiera dell'uomo incisa nella pietra
la forza dentro il bruto che guida il sole
la pianta che cinguettò e ne uscì il giorno
La costa dove di tuffa ed erge il collo
un cavallo di pietra cavalcato dal mare
le innumerevoli piccole voci turchine
la grande bianca testa di Poseidone
I venti àuguri che officiano
che sollevano il mare come una Theotokos
che soffiano e accendono le arance
che fischiano sui monti e giungono
Gli imberbi novizi della burrasca
i corrieri che hanno percorso le miglia celesti
i figli di Ermes col petaso adunco
e col caduceo di nero fumo
Il Maestrale, il Levante, il Garbino
il Ponente, il Grecale, lo Scirocco
la Tramontana, l'Austro.
E' cosa buona e giusta il tavolo di legno
il vino biondo segnato dal sole
i giochi dell'acqua sul tetto
l'albero frondoso che nell'angolo adempie il suo sacro ufficio
Le scogliere e le onde mano nella mano
un'impronta che la sapienza ha composto nella sabbia
una cicala che da sola ne ha accordate altre migliaia
la coscienza splendente come un'estate
Le isole con il minio e la polvere nera
le isole con il rocchio di qualche Zeus
le isole con i porticcioli solitari
le isole che bevono le azzurre sorgenti vulcaniche
Col meltémi orzandole al contro-fiocco
col garbino scapolandole con la barra alla banda
spumeggianti per quanto son lunghe
di fiori color malva e di girasoli
Sifanto, Amorgo, Alonisso
Taso, Itaca, Santorini
Coo, Io, Sicandro
E' cosa buona e giusta che sul pilastro di pietra
di fronte al mare sosti Mirtò
come un bell'otto o come un orcio
col cappello di paglia del sole in una mano
Il mezzogiorno bianco e poroso
una piuma di sonno volitante
l'oro spento dentro i portali
e il cavallo rosso che ha preso la fuga
E' cosa buona e giusta quando si festeggia
la memoria dei santi Quirico e Giulita
che un prodigio divampi nelle aie nei cieli
che sacerdoti ed uccelli cantino il salve:
Salve, o Riarsa e salve, o Verdeggiante
salve, o Impenitente con la spada prodiera
Salve a te, al cui tocco svaniscono le piaghe
salve a te che ti svegli ed avvengono i prodigi
Salve, o Selvaggia del paradiso degli abissi
salve, o Santa della solitudine delle isole
Salve, o Madre dei sogni, salve, o Marittima
salve, o Portatrice di Ancora e Quinquestellata
Salve a te, che indori il vento con i capelli sciolti
salve a te, che con la bella favella domi il demone
Salve a te che appronti i Libri degli uffici degli Orti
salve a te che cingi la cintura del Serpentario
Salve, infallibile e venerabile schermitrice
salve, o profetica e dedàlea
E’ COSA BUONA E GIUSTA la terra che esala
un odore sulfureo di fulmine
l’abisso della montagna dove fioriscono
i morti fiori del domani
Una notte di Giugno senza vento
gelsomini e gonne nella campagna
la lucciola delle stelle che ascende
l’istante di gioia prima del pianto
Le fanciulle verzura dell’utopia
le fanciulle Pleiadi ingannate
le fanciulle Vasi dei Misteri
quelli pieni fino all’orlo e quelli senza fondo
Quelle acerbe nell’ombra eppure miracoli
quelle inscritte nella luce eppure tenebra
quelle che ruotano come fari su se stesse
quelle che si pascono di sole e quelle chi si tingono di luna
Ersi, Mirtò, Marina
Elena, Rossana, Fotinì
Anna, Alessandra, Cinzia
E’ COSA BUONA E GIUSTA la lacrima innocente
che spunta lenta sugli occhi belli
dei ragazzi che si tengono per mano
dei ragazzi che si guardano senza parlarsi
Il balbettio degli amori sopra gli scogli
un faro che ha lenito un dolore secolare
il grillo ostinato come il rimorso
e il manto solitario nel gelo mattutino
E’ COSA BUONA E GIUSTA la mano che ritorna
da un odioso omicidio e ora sa
qual è in verità il cosmo che sovrasta
quale l’ « ora » e quale il « sempre » del cosmo
ORA il selvatico del mirto ora il frastuono del Maggio
SEMPRE l’estrema consapevolezza sempre la piena luce
ORA ora l’illusione e la simulazione del sonno
SEMPRE sempre la ragione e la Carena siderale
ORA la nuvola agitata dei lepidotteri
SEMPRE la luce dei misteri che aleggia intorno
SEMPRE la statua della Giustizia e il grande Occhio
ORA l’involucro della Terra e l’ Arbitrio
SEMPRE l’alimento dell’ Anima e la quintessenza
ORA l’irrimediabile opacità della Luna
SEMPRE lo splendore oro-azzurro della Via Lattea ORA la confusione dei popoli e il nero Numero
ORA l’umiliazione degli Dei Ora la cenere dell’Uomo
Ora ora il nulla
E Sempre il cosmo, il piccolo, il Grande !
Odysseas Elytis

Il berretto frigio prototipo dell'Elmo di Oppeano

Il berretto frigio simbolo di libertà. Dal culto di Mitra a Salvador Dalì, passando per Robespierre



Il berretto frigio rappresenta forse il più famoso simbolo di libertà. Raffaele Salinari ne ricostruisce la storia e i significati più autentici,  dal culto di Mitra ai giacobini, passando anche per la pittura di Salvator Dalì.

Raffaele Salinari

Copriti con questo berretto: vale più della corona di un re


Cosa uni­sce Sal­va­dor Dalí ai Puffi? E ancora, il pit­tore cata­lano ed i pic­coli esseri azzurri all’alchimista di Notre Dame ed alla Rivo­lu­zione fran­cese? Un copri­capo che sus­sume in una sola forma molti aspetti della stessa sostanza: il ber­retto fri­gio.

Il cap­pello dei rivo­lu­zio­nari gia­co­bini ha ori­gini che ne spie­gano ampia­mente la capa­cità di espri­mere la mede­sima essenza sim­bo­lica sep­pur in con­te­sti appa­ren­te­mente diversi. Se lo tro­viamo, infatti, posato sul capo di Marianna, l’effige fem­mi­nile rap­pre­sen­tante la Repub­blica fran­cese nel cele­bre qua­dro La Libertà che guida il popolo di Eugène Dela­croix, le sue ascen­denze riman­dano a quelle di anti­chis­sime divi­nità ira­ni­che, arri­vate in Occi­dente sotto varie forme, inclusi i Re Magi come li tro­viamo effi­giati in alcune raf­fi­gu­ra­zioni pro­to­cri­stiane.

E dun­que, da dove viene que­sto copri­capo, e per­ché la sua valenza sim­bo­lica lo ha reso così espres­sivo? Per capirne la genesi dob­biamo risa­lire le tappe sto­ri­che che lo hanno visto pro­ta­go­ni­sta. In pri­mis biso­gna con­si­de­rare la sua forma pecu­liare, che nasce da quella della pelle di un capretto aperta. Ini­zial­mente, infatti, il copri­capo era otte­nuto da una pelle intera: le zampe poste­riori erano legate al mento men­tre quelle ante­riori for­ma­vano la sua carat­te­ri­stica pro­tu­be­ranza ante­riore, che poteva pen­dere sul davanti o sul die­tro o rima­nere in posi­zione ver­ti­cale. Col tempo non è stato più otte­nuto in que­sto modo, ma ha man­te­nuto la carat­te­ri­stica forma che ancora allude all’originaria preparazione.



I MISTERI ELEUSINI

I primi testi che ci par­lano del ber­retto fri­gio — detto così per­ché, come vedremo, diviene famoso come copri­capo degli anti­chi per­siani che ave­vano nel VI secolo a C. con­qui­stato la Fri­gia, l’attuale Ana­to­lia turca — sono quelli ine­renti ai Misteri eleu­sini, riti reli­giosi miste­rici che si cele­bra­vano ogni anno nel san­tua­rio di Deme­tra nell’antica città greca di Eleusi. Al cul­mine del rito, dice Ermia Ales­san­drino, nell’epopteia, la visione: «L’anima recu­pera la tota­lità della sua essenza dalla fram­men­ta­rietà e dalla mol­te­pli­cità del sen­si­bile».

Epop­teúo è il verbo che indica, con­tem­po­ra­nea­mente, la con­tem­pla­zione sovra-razionale, il suo momento, e la cer­tezza di que­sta cono­scenza: una visione cai­ro­lo­gica, nella quale si supera il fram­men­ta­rio ed il com­plesso per cogliere ciò che uni­sce e ci uni­sce a tutte le cose.

Pierre Dujols nel suo Histo­rie des Jaco­bins depuis 1789 jusqu’à ce jour (Parigi 1820), in cui trac­cia la sto­ria rivo­lu­zio­na­ria del cap­pello, scrive che, giunti al grado di Epopte nei Misteri di Eleusi, si chie­deva all’iniziato se si sen­tiva la forza, la volontà e la dedi­zione per dedi­carsi alla Grande Opera.
Allora gli si posava sopra il capo un ber­retto fri­gio di colore rosso, pro­nun­ciando que­ste parole: «Copriti con que­sto ber­retto, vale più della corona di un re».

Il ber­retto repub­bli­cano, che «vale più della corona di un re», nasce allora come copri­capo legato ai culti eso­te­rici di Deme­tra e Per­se­fone, dove le due divi­nità rap­pre­sen­tano il ciclo eterno della Natura Natu­rans in rela­zione alle sue crea­ture, quelle della Natura Natu­rata, nelle quali il prin­ci­pio vitale, l’archetipo delle vita indi­strut­ti­bile, come dice Keré­nyi di Dio­niso, si esprime.

E dun­que qui vediamo già una prima deter­mi­nante sim­bo­lica del rosso copri­capo: esso rap­pre­senta un prin­ci­pio di libe­ra­zione che viene dalla retta visione, quella sulla «trama nasco­sta» come dice Era­clito, che è «più forte di quella mani­fe­sta». L’epopteia nella quale l’anima recu­pera la tota­lità della sua essenza altro non è, allora, che la visione essen­ziale della libertà: quel tro­vare il nostro posto nel mondo affin­ché, al con­tempo, il mondo trovi posto in noi.



MITRA

Ma, prima delle divi­nità gre­che, che d’altra parte vei­co­la­vano il mede­simo signi­fi­cato sim­bo­lico, il ber­retto fu uti­liz­zato dai sacer­doti del Sole, nella regione della Fri­gia, per i riti dedi­cati al dio Mitra.

La figura di Mitra com­pare pri­ma­ria­mente nei Veda, gli anti­chi testi indiani risa­lenti al XX secolo a C., come uno degli Adi­tya, un gruppo di divi­nità solari dell’induismo discen­denti da Aditi e Kashyapa. Aditi è una Dea Madre, una delle innu­me­re­voli ipo­stasi della Grande Dea nei secoli, nel Ṛgveda, (I, 89,10), il testo più antico, si dice: «Aditi è il fir­ma­mento, Aditi è l’atmosfera, Aditi è la madre, è il padre, è il figlio, Aditi è tutti gli Dei, Aditi è le cin­que razze degli uomini, Aditi è ciò che è già nato, Aditi è ciò che deve ancora nascere».

Kasyapa è invece una figura paterna, un dio-Padre che, all’epoca della reli­gio­sità pre-vedica, era un dio pri­mor­diale dive­nuto poi, in epoca vedica, lo sposo di Aditi. Joseph Cam­p­bell nel suo Le maschere di dio, sag­gio sulla mito­lo­gia orien­tale, ci ricorda come fosse ori­gi­na­ria­mente raf­fi­gu­rata come una mucca.

Da qui una prima rela­zione col toro mitraico che tro­ve­remo in tutte le raf­fi­gu­ra­zioni poste­riori. Mitra, divi­nità dun­que di ori­gine indo ira­nica, pri­ma­ria­mente parte di una tri­nità for­mata da madre, padre e figlio, sus­sunse poi col tempo le altre due assu­mendo una sem­pre mag­giore impor­tanza nella civiltà per­siana fino a iden­ti­fi­carsi, nella con­ce­zione rigi­da­mente mono­tei­sta dello Zoroa­stri­smo, o Maz­dei­smo appunto, con Ahura Mazda l’unico Dio, crea­tore del mondo sen­si­bile e di quello sovra­sen­si­bile.

Que­sto nome in ave­stico signi­fica «spi­rito che crea con il pen­siero» da: Ahura deri­vato dall’antico ave­stico anshu nel signi­fi­cato di «respiro vitale», col­le­gato ad ansu (spi­rito), e Mazdā deri­vato dalla radice indoeu­ro­pea mendh che indica l’«apprendere»; quindi nel signi­fi­cato di «memo­ria» e «pen­siero».

Qui si mostra una seconda deter­mi­nante sim­bo­lica legata al ber­retto fri­gio: il «retto pen­siero» che, con la retta visione epop­teica si pone come ulte­riore ele­mento della triade sim­bo­lica che verrà poi com­ple­tata dall’agire liber­ta­rio. Il culto di Mitra appare per la prima volta a Roma all’epoca di Nerone, che si fece ini­ziare ai suoi misteri; nel tempo, soste­nuto dai legio­nari romani che lo ave­vano impor­tato dall’Oriente per­ché vede­vano in lui un dio guer­riero per via della sua lotta con­tro il Toro — al tempo stesso sim­bolo astro­lo­gico delle rina­scente pri­ma­vera e emblema della forza crea­trice — si dif­fuse a tal punto che con­venne agli impe­ra­tori, capi supremi dell’esercito, dive­nire miste, cioè ini­ziati e gran sacer­doti del dio.

Con Aure­liano, nel 279 d.C., il culto fu poi fatto coin­ci­dere con quello del dio Sole, il Sol Invic­tus e, da quel momento, la fede in Mitra e la sua ado­ra­zione diven­nero un dovere che l’imperatore esi­geva in modo da legit­ti­mare il suo potere teo­cra­tico. La reli­gio­sità mitraica, miste­rica ed eso­te­rica, com­pren­deva sette gradi: corvo, ninfo, miles, leone, per­siano, helio­dro­mos e Pater, che ripro­po­ne­vano sim­bo­li­ca­mente il viag­gio dell’anima a ritroso, cioè nella sua risa­lita attra­verso le varie sfere, sino ad oltre­pas­sare quella dell’Aquila, ver­tice del mondo delle Potenze, e rag­giun­gere così il Prin­ci­pio, il Mondo dell’Origine, l’iperuranio pla­to­nico in cui vivono le Idee.



Nel mitreo di Santa Pri­sca in Roma, uno dei meglio con­ser­vati della città, vediamo come le pareti late­rali fos­sero rico­perte di pit­ture, oggi visi­bili e leg­gi­bili solo in parte, rea­liz­zate cer­ta­mente prima del 200 d.C.. Già que­sta data, in piena fio­ri­tura cri­stiana, ci dice quanto il culto di Mitra fosse pene­trato pro­fon­da­mente all’interno della cul­tura romana ed anzi, come esso sia stato l’ultimo culto pagano a scom­pa­rire con l’affermarsi del cri­stia­ne­simo. Si dice che anche Costan­tino, nono­stante il suo famoso editto, fosse un adepto del dio. Sulla parete di destra sono raf­fi­gu­rati i sette gradi di ini­zia­zione del culto, ad ognuno dei quali è abbi­nato un per­so­nag­gio ed una frase che ini­zia con la parola per­siana Nama, «onore», quindi il grado di ini­zia­zione seguito dalla for­mula «sotto la pro­te­zione», abbre­viata in vari modi, spesso sin­te­tiz­zata dalla sola parola «tutela», per chiu­dere con il rispet­tivo pia­neta che lo pro­teg­geva.

Ma ciò che mag­gior­mente ci inte­ressa si trova in dire­zione dell’altare, dove sono raf­fi­gu­rati dei per­so­naggi pro­ba­bil­mente real­mente esi­stiti, dato che di ognuno è ripor­tato il nome; essi si diri­gono verso una figura seduta, iden­ti­fi­ca­bile con il Pater, vale a dire il grado più alto rag­giun­gi­bile, al quale por­tano degli oggetti, forse delle offerte: un toro, un gallo, un cra­tere, un mon­tone ed un maiale. L’uomo seduto indossa il ber­retto fri­gio, è vestito di rosso, ed a sini­stra della figura si legge l’iscrizione Nama (Patribus)/ ab oriente / ad occi­dente (m)/ tutela Saturni. Dun­que la figura che poi, nella reli­gio­sità cri­stiana, assu­merà il ruolo di Papa, ed indos­serà anche la carat­te­ri­stica Mitra, evo­lu­zione del ber­retto fri­gio, deriva da que­sto culto.



I RE MAGI

Il ber­retto fri­gio è anche un indu­mento fon­da­men­tale nell’abito tra­di­zio­nale del regno per­siano dal VI secolo a.C. al II secolo a.C. È per que­sta sua pro­gres­siva dif­fu­sione in ambito pro­fano che, nell’arte greca del periodo elle­ni­stico, appare come indu­mento tipico degli orien­tali. E chi più orien­tale dei Magi, cioè maghi, grandi sapienti che, seguendo la stella cometa, arri­vano a Betlemme in occa­sione della nascita del Sal­va­tore?

Le cono­scenze astro­man­ti­che dei Cal­dei, cioè dei Babi­lo­nesi, erano ben note nell’antichità paleo­cri­stiana. Già Dio­doro Siculo, nella sua Biblio­theca Histo­rica, (Libro II, cap. IX) così ce ne rende testi­mo­nianza: «I Cal­dei, che tra i Babi­lo­nesi sono i più anti­chi… si appli­cano per tutta la vita agli studi filo­so­fici e trag­gono prin­ci­pal­mente assai glo­ria dall’astrologia. E come molto si occu­pano dell’arte divi­na­to­ria, pre­di­cono le cose future, e cer­cano, o con le espia­zioni, o con i sacri­fici, o con certi incan­te­simi, di allon­ta­nare le cat­tive vicende o di farne seguire le buone. E sono anche valenti nella scienza degli auguri, ed inter­pre­tano i sogni ed i pro­digi, e cer­ta­mente ven­gono repu­tati pro­feti esatti». Ludolfo di Sas­so­nia (m. 1378), nella sua Vita Chri­sti, sostiene che: «I tre re pagani ven­nero chia­mati Magi non per­ché fos­sero ver­sati nelle arti magi­che, ma per la loro grande com­pe­tenza nella disci­plina dell’astrologia. Erano detti magi dai Per­siani coloro che gli Ebrei chia­ma­vano scribi, i Greci filo­sofi e i latini savi».

Una tra le più anti­che raf­fi­gu­ra­zione dei Magi, a nostra cono­scenza, si trova nella cosid­detta cap­pella Greca della cata­comba di Pri­scilla a Roma. La scena è sem­pli­cis­sima: i tre Magi, distinti nei colori dei loro vestiti, si avvi­ci­nano da sini­stra a destra ad uno scranno dove si trova seduta la Madre con il Bam­bino. I tre por­tano doni non distin­gui­bili. Die­tro la sedia si scorge un resi­duo di colore che può essere forse inter­pre­tato come ciò che è rima­sto della Stella. I tre Magi indos­sano un corto chi­tone con pan­ta­loni e por­tano il copri­capo fri­gio, cosi da essere carat­te­riz­zati come per­so­naggi orien­tali.

Stessa raf­fi­gu­ra­zione tro­viamo sia su una lapide di pie­tra oggi custo­dita a Ravenna, presso il Museo Arci­ve­sco­vile pro­ve­niente dalla Cap­pella dei SS. Qui­rino e Giu­litta (V sec.), sia sulla Coper­tura dell’Evangelario custo­dita nel Museo del Duomo di Milano. Le raf­fi­gu­ra­zioni tro­vano riscon­tro nel testo del van­gelo di Mat­teo: «Alcuni Magi giun­sero da oriente (…); la stella… li pre­ce­deva, fin­ché giunse e si fermò sopra il luogo dove si tro­vava il bam­bino (…); videro il bam­bino con Maria sua madre (…); e gli offri­rono in dono oro, incenso e mirra».

Sul coper­chio di un sar­co­fago delle Grotte Vati­cane, rin­ve­nuto sotto la Basi­lica di S. Pie­tro, sono raf­fi­gu­rati i tre Magi, alle cui spalle s’intravedono tre dro­me­dari. Il sar­co­fago è del 345 circa. E di dro­me­dari parla un passo di Isaia (60,6) nell’Antico Testa­mento, inter­pre­tato dun­que come pro­fe­zia dell’adorazione dei Magi: «Ver­ranno a te i beni dei popoli. Uno stuolo di cam­melli ti inva­derà, dro­me­dari di Madian e di Efa, tutti ver­ranno da Saba, por­tando oro e incenso e pro­cla­mando le glo­rie del Signore».

Un altro testo, tratto dal libro dei Salmi, dice: «I re di Tar­sis e delle isole por­te­ranno offerte, i re degli Arabi e di Saba offri­ranno tri­buti» (71,10). A motivo di quest’ultimo ver­setto, a par­tire dall’arte medie­vale, si comin­cia a par­lare dei Magi come di re, e così ven­gono rap­pre­sen­tati con i sim­boli este­riori della loro rega­lità: non il ber­retto fri­gio ma la corona.

Il rilievo sulla porta lignea di S. Sabina, a Roma, ese­guito intorno al 431, mostra ancora Maria e il Bam­bino su di un trono col­lo­cato alla som­mità di sei sca­lini, cioè i sei gradi più uno che por­tano al com­pi­mento dell’iniziazione mitraica. I tre Magi indos­sano i noti vestiti orien­tali, com­preso il ber­retto fri­gio. Tutta la rap­pre­sen­ta­zione della scena allude chia­ra­mente a mes­sag­geri «Parti», cioè Per­siani che por­tano i loro doni.



IL BERRETTO DELL’ADEPTO

«Se, spinti dalla curio­sità, o per dare uno scopo pia­ce­vole alla pas­seg­giata senza meta d’un giorno d’estate, salite la scala a chioc­ciola che porta alle parti alte dell’edificio, per­cor­rete len­ta­mente il pas­sag­gio, sca­vato come un canale per lo smal­ti­mento delle acque, sulla som­mità della seconda gal­le­ria. Giunti vicino all’asse mediano del grande edi­fi­cio, all’altezza dell’angolo rien­trante della torre set­ten­trio­nale, note­rete, in mezzo ad un cor­teo di chi­mere, il sor­pren­dente rilievo d’un grande vec­chio di pie­tra.

È lui, è l’Alchimista di Notre Dame. Con il capo coperto dal cap­pello fri­gio, attri­buto dell’Adepto, posato negli­gen­te­mente sulla lunga capi­glia­tura dai grandi ric­cioli, il sag­gio, avvolto nel leg­gero camice di labo­ra­to­rio, s’appoggia con una mano alla balau­stra, men­tre con l’altra acca­rezza la pro­pria barba abbon­dante e serica. Egli non medita, osserva. L’occhio è fisso; lo sguardo pos­siede una straor­di­na­ria acu­tezza. Tutto, nell’atteggiamento del Filo­sofo, rivela una estrema emo­zione… Che splen­dida figura que­sta del vec­chio mae­stro che scruta, inter­roga, curioso ed attento, l’evoluzione della vita mine­rale e poi, infine, abba­gliato, con­tem­pla il pro­di­gio che solo la pro­pria fede gli faceva intra­ve­dere». Con que­ste parole Ful­ca­nelli, l’enigmatico autore de Il Mistero delle Cat­te­drali, intro­duce la figura dell’Alchimista sulla torre set­ten­trio­nale della grande cat­te­drale gotica, la cui figura è rico­no­sci­bile appunto dal cap­pello fri­gio «attri­buto dell’Adepto».

Anche in un mosaico bizan­tino della basi­lica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, i Re Magi ado­rano Gesù cal­zati dei loro cap­pelli frigi. Inte­res­sante notare che essi rivol­gono sì lo sguardo al Sal­va­tore, ma sopra di loro brilla una stella d’oro, chiaro rife­ri­mento sia alla stella cometa che li indusse a met­tersi in cam­mino, sia alla stella del Compost-stella, cioè alla Stella di San Gia­como di Com­po­stela che com­pare, insieme alla con­chi­glia, in innu­me­re­voli fac­ciate di chiese, palazzi, monu­menti, sparsi per tutta l’Europa, e che indi­ca­vano al tempo stesso sia un rifu­gio per i pel­le­grini sulla via del cele­bre San­tua­rio sia le fasi della Grande Opera, come chia­ra­mente leg­gi­bile sulle for­melle scol­pite ai lati dell’ingresso prin­ci­pale di Notre Dame, sotto il Por­tale del Giu­di­zio Uni­ver­sale e così ben descritti da Ful­ca­nelli.

Qui, sia a destra che a sini­stra del pila­stro cen­trale, sul quale è effi­giata la Filo­so­fia con in mano un libro chiuso ed un libro aperto, segno delle due cono­scenze eso­te­rica ed esso­te­rica, si svol­gono dei bas­so­ri­lievi che illu­strano sia le fasi dell’Opera sia le virtù morali che l’adepto deve svi­lup­pare per poter ope­rare la mate­ria tra­sfor­mando al con­tempo se stesso. Se osser­viamo bene que­sti bas­so­ri­lievi tro­ve­remo, ad un certo punto, la figura dell’alchimista che difende l’Atanor, la for­nace alche­mica, e che indossa il ber­retto fri­gio, lo stesso che abbiamo visto sul capo della scul­tura sul tor­rione set­ten­trio­nale.

D’altra parte la sovrap­po­si­zione tra il Cri­sto ed il Lapis, cioè la Pie­tra Filo­so­fale, è totale nell’alchimia medioe­vale, sia per evi­tare le ire dell’Inquisizione, sia come lin­guag­gio ini­zia­tico alle ope­ra­zioni di tra­smu­ta­zione della mate­ria. Nel famoso romanzo Notre Dame di Parigi di Vic­tor Hugo, uno dei pro­ta­go­ni­sti, il deli­rante arci­dia­cono della cat­te­drale Mon­si­gnor Claude Frollo, è un alchi­mi­sta che però, acce­cato dal suo amore car­nale per la bella Esme­ralda, ma non certo ricam­biato da lei, non è in grado per que­sto di leg­gere com­piu­ta­mente le for­mule della Grande Opera. Esme­ralda, infatti, rap­pre­senta la Prima Mate­ria, ed è inna­mo­rata di Febo, cioè del Sole, e non del torvo arci­dia­cono che pub­bli­ca­mente la con­danna e pri­va­ta­mente la brama.

Dice Eugène Can­se­liet nella sua pre­fa­zione al Mistero delle cat­te­drali (Medi­ter­ra­nee 1988) che Fila­tete nel suo libro Entrée ouverte au Palais fermé du Roi, si sof­ferma più di altri sulla pra­tica dell’Opera facendo cenno alla stella cometa come ana­lo­gon di quella erme­tica, con que­ste parole: «È il mira­colo del mondo, l’unione delle virtù supe­riori con quelle infe­riori; per que­sta ragione l’Onnipotente l’ha indi­cata come segno straor­di­na­rio. I saggi l’hanno visto in Oriente, ne sono rima­sti sba­lor­diti e subito dopo hanno saputo che un Re puris­simo era venuto al mondo»; infine Fila­tete così con­clude: «E l’Onnipotente imprime il suo regale sigillo a quest’Opera e, così facendo, l’adorna in modo del tutto par­ti­co­lare». Qui, dun­que, ancora una volta la sovrap­po­si­zione tra imma­gini della sacra­lità cri­stiana e fasi dell’Opera è un mezzo per velare ed al con­tempo comu­ni­care all’adepto i segreti della pra­tica. Can­se­liet ci ricorda, infine, che la stella non è un segno esclu­sivo del tra­va­glio della Grande Opera ma che la si può incon­trare anche in nume­rosi altri com­po­sti chimici.



IL PILEUS ROMANO

Que­ste ana­lo­gie tra sacro e pro­fano, tra eso­te­rico ed esso­te­rico, tra libe­ra­zione della mente e libe­ra­zione del corpo, rap­pre­sen­tano la vera forza evo­ca­tiva del ber­retto fri­gio che si porrà defi­ni­ti­va­mente, col suo uso nell’antica Roma repub­bli­cana, come una com­po­nente essen­ziale di ogni abito che voglia mostrare que­sti due aspetti. Qui, infatti, divenne sia il copri­capo che veniva donato dal padrone agli schiavi libe­rati, i liberti, sia come sim­bolo della Repub­blica. Fu quindi in que­sta epoca che il ber­retto fri­gio (chia­mato pileus in latino) assunse il suo valore sim­bo­lico di libertà.

In par­ti­co­lare que­sto signi­fi­cato viene san­cito dalle monete bat­tute dai cesa­ri­cidi all’indomani dell’uccisione di Giu­lio Cesare, che reca­vano su una delle facce un pileus, con­si­de­rato dun­que sim­bolo della libertà repub­bli­cana, inse­rito tra due pugnali, come quelli usati per il regi​ci​dio​.Il sole, al cui culto ori­gi­na­ria­mente vedico si col­le­gava l’utilizzo del cap­pello e quindi il suo signi­fi­cato, sim­bo­leg­gia dun­que già in epoca romana l’avvenire e il pro­gresso nella libertà e quindi la pro­spe­rità data dalla rina­scita deri­vante dal fuoco, ele­mento puri­fi­ca­tore e rin­no­va­tore.

Que­sti signi­fi­cati di rin­no­va­mento e di libertà si adat­ta­vano per­fet­ta­mente agli ideali ed allo spi­rito della rivo­lu­zione fran­cese, per la quale il cap­pello fri­gio divenne così natu­ral­mente uno dei sim­boli della rivo­lu­zione stessa, spesso issato come com­pen­dio dei tre valori di Libertà, Fra­ter­nità ed Egua­glianza sopra l’albero della libertà.

Un ber­retto simile, infatti, era già indos­sato dai galeotti di Mar­si­glia libe­rati nel 1792 nel corso della rivo­lu­zione. Gra­zie a que­sto fatto il sim­bolo venne immor­ta­lato nella figura della Marianne, emblema stesso della Fran­cia gia­co­bina, nel cele­bre qua­dro La Libertà che guida il popolo di Eugène Dela­croix. La sim­bo­lo­gia della donna con il ber­retto fri­gio fu poi uti­liz­zata dal movi­mento socia­li­sta come sim­bolo di rin­no­va­mento, pro­gresso e libe­ra­zione dell’umanità.

E poi­ché molte delle rivo­lu­zioni anti-coloniali del Nord e Sud Ame­rica sono state ispi­rate dalla rivo­lu­zione fran­cese, esso com­pare come sim­bolo di libertà nelle ban­diere dello Stato della West Vir­gi­nia e New Jer­sey, e come sigillo uffi­ciale dell’United Sta­tes Army (sic!) e del Senato degli Stati Uniti. In Ame­rica Latina è rap­pre­sen­tato negli stemmi di Argen­tina, Boli­via, Colom­bia, Cuba, El Sal­va­dor, Nica­ra­gua e Para­guay. Il cap­pello fri­gio è anche nello stemma dei Tie­polo, antica fami­glia vene­ziana che diede alla città impor­tanti dogi. Anche il Corno ducale, ovvero il copri­capo distin­tivo del Doge della Sere­nis­sima Repub­blica di Vene­zia, si ispi­re­rebbe al ber­retto fri­gio già indos­sato dai sol­dati bizantini.



SALVADOR DALÍ E I PUFFI

Il ber­retto fri­gio uni­sce anche arti­sti ed espres­sioni arti­sti­che in appa­renza lon­ta­nis­sime tra loro come Sal­va­dor Dalí ed i Puffi. Per quello che con­cerne il pit­tore cata­lano, ispi­rato dalla sua stessa poe­tica paranoico-critica e dalle mille pro­vo­ca­zioni che creava, il cap­pello è un sim­bolo forte di appar­te­nenza, tanto da ricom­pa­rire tra­sfi­gu­rato nei suoi qua­dri degli anni ’30 e ’40 pro­prio all’interno del metodo paranoico-critico.

Que­sta è la defi­ni­zione che lo stesso Dalí for­ni­sce del suo metodo: «Tutti, soprat­tutto in Ame­rica, vogliono sapere il metodo segreto del mio suc­cesso. Que­sto metodo esi­ste. Si chiama il metodo paranoico-critico. Da più di trent’anni l’ho inven­tato e lo applico con suc­cesso, ben­ché non sap­pia ancora in cosa con­si­sta. Grosso modo, si trat­te­rebbe della siste­ma­zione più rigo­rosa dei feno­meni e dei mate­riali più deli­ranti, con l’intenzione di ren­dere tan­gi­bil­mente crea­tive le mie idee più osses­si­va­mente peri­co­lose. Que­sto metodo fun­ziona sol­tanto alla con­di­zione di pos­se­dere un dolce motore d’origine divina, un nucleo vivo, una Gala. E ce n’è sol­tanto una».

Il bino­mio Gala — la com­pa­gna di tutta la vita, la donna che lo prese e mai lo lasciò andare — ed il cap­pello fri­gio, lo vediamo in alcune foto che ritrag­gono la cop­pia sul mare di Cada­qués, il mare nativo di Dalí, nei pressi del quale poi costruirà la casa museo nella quale è con­ser­vato imbal­sa­mato. E allora un arti­sta come Dalí, così visce­ral­mente attac­cato alla sua terra tanto da farne la sca­tu­ri­gine dei suoi qua­dri, non poteva certo tra­la­sciare che il metodo paranoico-critico svi­lup­passe l’idea del cap­pello fri­gio sino a tra­sfor­marlo, con quelle meta­mor­fosi così con­na­tu­rare alla sua opera pit­to­rica, in una sorta di pro­lun­ga­mento cra­nico, come fosse ora­mai fuso con la testa che lo indossa.

Una prima idea di que­sta tra­smu­ta­zione ana­to­mica com­pare in alcuni suoi per­so­naggi come il Guglielmo Tell nella cele­bre tela, L’enigma di Guglielmo Tell del 1933. Il qua­dro, che deter­minò la rot­tura con i Sur­rea­li­sti di Bre­ton a cagione del viso del pro­ta­go­ni­sta, quello di Lenin, è in realtà un segno di rivolta con­tro l’autorità in gene­rale, e verso quella paterna in par­ti­co­lare. Il padre di Dalí rifiu­tava, infatti, la sua rela­zione con Gala, donna divor­ziata, e dun­que la scelta di Sal­va­dor fu quella di «ucci­dere il padre» sbef­feg­gian­dolo, con­ce­pendo que­sta scena alta­mente sim­bo­lica in cui l’eroe sviz­zero sta per schiac­ciare sotto il piede una pic­cola figu­rina che sim­bo­leg­gia appunto Gala.

Nello stesso periodo, ma poste­riore di alcuni mesi al Guglielmo Tell, altri dipinti dichia­ra­ta­mente auto­bio­gra­fici mostrano diret­ta­mente il lungo cra­nio come pro­lun­ga­mento del ber­retto fri­gio, in par­ti­co­lare Io a dieci anni, quando ero il bam­bino caval­letta, com­plesso di castra­zione, sem­pre del 1933, oppure in Arpa invi­si­bile del 1934. Nel bam­bino caval­letta la som­mità del ber­retto fri­gio diviene tutt’uno con la tesa del pic­colo Dalí vestito da mari­na­retto, come si usava nelle scuole ele­men­tari a quell’epoca, men­tre il tavolo si erge come un mem­bro intur­gi­dito che punta verso l’infinito.

La fobia del pic­colo Sal­va­dor per le caval­lette era ben nota; di fronte a que­sti insetti poteva avere anche dei veri e pro­pri attac­chi iste­rici. Le caval­lette tor­nano pre­po­ten­te­mente in tutti i suoi qua­dri più dichia­ra­ta­mente auto­bio­gra­fici, a par­tire dal Grande Mastur­ba­tore del 1929, in cui l’autore esprime tutto il disa­gio ses­suale dei primi incon­tri con Gala. Sarà l’apparizione del ber­retto fri­gio fuso col suo capo a for­mare quello della caval­letta che espri­merà per Dalí il supe­ra­mento del com­plesso di castra­zione paterno ed una sorta di ritro­vato equi­li­brio ses­suale con la com­pa­gna di tutta la vita.



Il ber­retto fri­gio appare anche nelle forme che l’artista pro­pone per i copri­capi dise­gnati per la sti­li­sta Elsa Schiap­pa­relli sul finire degli anni ’30. Ma è nell’ultimo periodo della sua esi­stenza, dopo la morte di Gala, che Dalí torna ad indos­sare peren­ne­mente il copri­capo cata­lano. Nelle foto della vec­chiaia lo vediamo sem­pre cal­zato del suo ber­retto fri­gio bianco, come quello dei Puffi.

Anche i famosi per­so­naggi inven­tati da vignet­ti­sta belga Pierre Cul­li­ford detto Peyo in col­la­bo­ra­zione con Yvan Del­porte nel 1958 indos­sano il ber­retto fri­gio bianco, tranne il Grande Puffo, una sorta di Papa della popo­la­zione dei pic­coli esseri «alti tre mele», che lo porta rosso. Peren­ne­mente minac­ciati dall’infido Gar­ga­mella, e qui il cer­chio alche­mico si chiude, alla ricerca di sei Puffi che, bol­liti nel veleno di ser­pente, costi­tui­scono l’ingrediente fon­da­men­tale nella for­mula della pie­tra filo­so­fale.

Non a caso Gar­ga­mella è il figlio dege­nere di una schiatta di maghi, il cui capo­sti­pite si chiama Bal­das­sarre, come uno dei Magi. Chissà cosa avrebbe pen­sato l’Alchimista di Notre Dame se fosse vis­suto ai nostri giorni, anzi, chissà cosa ne pensa osser­vando il mondo da sotto il suo fri­gio berretto.


Il Manifesto – 30 maggio 2015

Modernità e innovazione a Pompei

Ma questi sono scemi?  Penso di si!

Letteratura, politica, occultismo Pessoa e le sue storie parallele

Nella sua Nota biografica, Fernando Pessoa si definiva addirittura «iniziato, per comunicazione diretta da Maestro a Discepolo, nei tre gradi minori dell’(apparentemente estinto) Ordine templare di Portogallo». Era appassionato di Cabala e aveva una profonda conoscenza della tradizione teosofica e occultistica.

VISIONE MESSIANICA DELLA STORIA. Inoltre, la componente anti-borghese e anti-cristiana, sempre presente nella sua opera, unita alla visione messianica della storia del Portogallo, esprimeva idee che si possono ricondurre alla definizione di quel «pensiero illuminato» che James Webb ha definito come «pensiero che si compone di idee occulte mescolate a progetti politici e sociali».
Insomma, basterebbe questo per giustificare quanto ha scritto Giorgio Galli nel suo celeberrimo La politica e i maghi, e cioè che Pessoa, come altri suoi amici, non poteva che essere collocato all’incrocio tra la cultura occultista e la cultura di destra nell’Europa del primo terzo di secolo.
FILONE MISTICO-VISIONARIO E PROFETICO. Il rapporto di Pessoa con la tradizione teosofica e occultista va poi considerato anche «alla luce di un rinnovato interesse per il filone mistico-visionario e profetico della tradizione letteraria portoghese: dal platonismo esoterico di certa lirica di Luìs de Camões alla grande oratoria barocca di António Vieira, fino a quel simbolismo saudosista novecentesco che, almeno nella versione di Pessoa, reinventando in forme inedite il passato, fornisce a questa poesia un nuovo e più ampio respiro» (Silvano Peloso).
LA POESIA DEI SAUDOSISTES. Pessoa apparteneva a quel settore dell’intellettualità portoghese che trovava espressione nella poesia deisaudosistes, cioè quegli intellettuali che proclamavano la rinascita dello spirito della razza lusitana (una mescolanza tra il sangue ariano di greci, goti, celti, romani, normanni e il sangue semita di fenici, cartaginesi, giudei e arabi) che avrebbe permesso al Portogallo, per la seconda volta nella sua storia, di apportare qualcosa di nuovo alla civiltà europea.
DITTATURA «NECESSARIA». Pessoa riprese questi temi in diverse sue opere, da O Interregno, opuscolo pubblicato in sostegno della dittatura militare (che il poeta considerava come una condizione necessaria, seppur transitoria, per poter arrivare alla rigenerazione nazionale, che sarebbe avvenuta con l’avverarsi della profezia del Quinto impero) al poemaMensagem, scritto nel 1934, nel quale Pessoa proponeva un’interpretazione della storia portoghese in chiave occultista e simbolica, prospettando una rigenerazione che avrebbe dovuto portare alla creazione di un uomo e di un mondo nuovi.




L'incontro con Aleister Crowley e il finto suicidio
Sulla passione esoterica di Pessoa può anche essere utile ricordare una vicenda piuttosto trascurata dagli studiosi, e cioè il suo incontro, nel settembre 1930, con Aleister Crowley, pensatore e poeta occultista britannico - mentre in Germania Hitler e il suo partito nazista si imponevano, sorprendentemente, come la seconda forza politica del Paese, raccogliendo alle elezioni il 18% dei voti e 107 seggi al Reichstag - e il coinvolgimento del portoghese nel finto suicidio di Crowley.

IL CONSIGLIERE DI HITLER. Il motivo per cui questo avvenimento merita particolare attenzione è spiegato in una lettera scritta da Renè Guenon nel 1949 a Julius Evola: lo scopo del finto suicidio di Crowley in terra portoghese sarebbe stato quello di farsi credere morto per poter svolgere in segreto in Germania il ruolo di consigliere “occulto” di Hitler. Per la verità, questo ruolo non è mai stato suffragato da elementi concreti, ma tant’è: sulle inclinazioni filonaziste di Crowley non vi sono dubbi.
LA LETTERA D'ADDIO. Il 21 settembre, esattamente una settimana dopo la vittoria elettorale di Hitler in Germania, Crowley scrisse nel suo diario di voler orchestrare un finto suicidio in accordo con Pessoa. Il 25 settembre, in un’insenatura presso Cascais detta Bocca dell’Inferno, il giornalista Ferreira Gomes, amico di Pessoa e forse partecipe della messinscena, trovò una lettera fermata da un portasigarette nella quale Crowley dichiarava di essersi gettato nell’oceano. A distanza di un anno, Pessoa scrisse una lettera ironica nella quale sosteneva che Crowley, dopo essersi suicidato, si era trasferito in Germania.
CARTEGGI E ORDINI SEGRETI. L’incontro tra Pessoa e Crowley faceva tra l’altro seguito a un carteggio iniziato tra i due l’anno precedente, complici gli interessi esoterici: Crowley, già appartenente alla Golden Dawn, aveva fondato un suo ordine, l’Ordo templi orientis, di ispirazione neotemplare, e Pessoa aveva parlato nei suoi scritti di un Ordem templaria do Portugal, che si sarebbe però estinto nel 1888, anno di nascita dello stesso poeta.
Insomma, come il progressista e sinistrorso Tabucchi potesse essersi perdutamente innamorato di un Pessoa simile resta, tanto per stare in argomento, un vero mistero.


lunedì 7 settembre 2015

La stupenda Acropoli di Alatri

Un luogo unico, uno dei tanti borghi italiani carichi di belleza e di storia arcaica.
L'acropoli domina attraverso le mura megalitiche e la chiesa si è costruita distruggendo l'altare
orientato. Un luogo straordinario.

Calascio, per controllare la transumanza in Puglia


Una semplice torre di avvistamento, costruita, si pensa, intorno all'anno Mille a 1460 metri di quota. In un luogo di grande importanza strategica, da dove era possibile sorvegliare un ampio territorio e, in seguito, controllare una delle principali vie di transumanza verso la Puglia: il tratturo Magno.

I più antichi documenti citanti la rocca e il suo abitato risalgono però al XIV secolo, solo un po' più recenti rispetto a quelli che per primi evocavano l'abitato di Castel del Monte. Per questo si pensa che i due insediamenti abbiano la stessa origine: l'abbandono o almeno lo spopolamento, dell'abitato di Marcianisci o piuttosto di un insediamento successivo già meglio protetto dalle incursioni barbariche, situato nella piana sottostante di San Marco.

Attorno al primo torrione a pianta quadrata si costruirono successivamente quattro altre torri cilindriche, più piccole e collegate da mura con merlatura ghibellina a coda di rondine.
Ma la Rocca non divenne mai un vero castello, restando di dimensioni piuttosto limitate anche quando divenne proprietà di potenti famiglie, i Piccolomini prima, i Medici poi. Si edificò invece, sul crinale sottostante, un borgo fortificato, strettamente connesso al torrione. 
Una piccola chiesa a pianta ottagonale, risalente al XVI secolo si trova un po' isolata dal borgo e dalla fortificazione e completa il sito.
Santa Maria della Pietà
Il paese si sviluppò e raggiunse una certa agiatezza, soprattutto grazie al commercio della lana, ma finì poi per essere quasi completamente abbandonato dopo il terremoto del 1703 e, definitivamente, nel secondo dopoguerra quando gli ultimi abitanti scesero nel sottostante paese di Calascio. 
Calascio con più in alto il borgo di Rocca Calascio e la Rocca
Attualmente l'abitato di Rocca Calascio, compreso nel territorio del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, vive una seppur timida rinascita.
Quella che per molti abruzzesi è “la Rocca” per antonomasia, è certamente uno dei monumenti più sorprendenti e affascinanti della regione. Scenografia austera e incontaminata, ideale per molti film girati quassù, sagoma inconfondibile par manifesti turistici ma anche per un francobollo da cinquanta, ormai preistoriche, lire.
Non è la costruzione in sé ad attirare l'attenzione. O meglio, la torre attira sì il viaggiatore che, magari percorrendo una delle strade dell'ampia valle sottostante, si propone una visita per vedere da vicino quell'intrigante montagna coronata. In realtà però molte sono le roccaforti e i castelli ben più complessi e interessanti di quella semplice e modesta struttura quadrangolare. Nessuno però si trova in un sito così straordinario e singolare. Quasi un rifugio alpino; una costruzione umana integrata alla montagna e che ne rileva la cresta in un ultima parete rocciosa. Le principali montagne della regione circondano e fanno da sfondo ad un panorama straordinario: Il Gran Sasso, il Velino, il Sirente, i monti Marsicani, la Maiella. Ogni ora del giorno e ogni momento dell'anno propongono uno spettacolo unico e ammaliante.  
La Rocca davanti al monte Velino
L'aurora colora la Rocca e la cresta del monte Sirente
L'inverno è rude quassù, quando il vento non trova ostacoli e si scaglia contro le potenti mura. Allora la neve si accumula e il paesaggio si trasforma in uno scenario fiabesco. L'estate è la stagione della ginestra che ha saputo resistere al clima ed ora colora di giallo il crinale.


Sullo sfondo, davanti ai ruderi dell'abitato della Rocca,  Forca di Penne, valico del Tratturo Magno, a destra le pendici della Maiella


















http://camminareleggendo.blogspot.it/2014/06/la-rocca-di-calascio.html