martedì 30 luglio 2013

Non è una bella compagnia!

Gli esercizi spirituali o meglio le pratiche dell'Ordine Militare dei Gesuiti adottate dalle SS naziste


"Le SS (Sede Secrorum) erano state organizzate da [Heinrich] Himmler secondo i principi dell'Ordine dei Gesuiti. Le regole del servizio e gli esercizi spirituali prescritti da Ignazio di Loyola [Nota ed.: il fondatore dell'Ordine dei Gesuiti], rappresentarono un modello che [Heinrich] Himmler si sforzò con attenzione di copiare. L'obbedienza assoluta era la regola suprema; ogni ordine doveva essere eseguito senza alcun commento."

Walter Shellenberg (Capo della Sicherheitdienst (SD) Nazista)

"Ho imparato soprattutto dai Gesuiti. Finora, non vi è stato nulla di più imponente sulla terra che l'organizzazione gerarchica della Chiesa Cattolica [Romana]. Una buona parte di questa organizzazione l'ho trasportata direttamente nel mio partito [Nazista]. La Chiesa Cattolica deve essere additata come un esempio. Vi dirò un segreto. Sto fondando un ordine [Nota ed.: le SS Naziste]. In [Heinrich] Himmler [che sarebbe diventato il capo delle SS naziste] io vedo il nostro Ignazio di Loyola [Nota ed.: il fondatore dell'ordine dei Gesuiti ]."

Adolf Hitler 

«LA MENZOGNA E' LA LORO LEGGE; IL DEMONIO E' IL LORO DIO; IL LORO CULTO E' CIO' CHE VI HA DI PIU' VERGOGNOSO».

(Pio VIII, in enc. “Traditi” del 1829)

Fino al 1769, il movimento orientato all’espulsione dei Gesuiti crebbe con tale costanza che vi fu un rischio reale che addirittura le Proprietà del Papa potessero essere prese di mira. Papa Clemente XIII indisse quindi un concistoro, al fine di sciogliere i Gesuiti, che comprendeva l’elaborazione di una Bolla papale che si pronunciasse in questo senso. Ma il 2 febbraio del 1769, la notte prima che la Bolla che stabiliva la soppressione dei Gesuiti fosse promulgata, il Generale Lorenzo Ricci fece assassinare il Papa.
Il suo successore, Papa Clemente XIV, egli stesso istruito dai Gesuiti, operò in maniera più strategica. Nel luglio del 1773, Papa Clemente XIV firmò tuttavia l’ordine “Dominus ac Redemptor Noster” indirizzato a sopprimere i Gesuiti, mentre le loro chiese e i loro beni furono sequestrati tramite una serie di operazioni simultanee. In cambio, al Papa Clemente e allo Stato della Chiesa, furono restituite Avignone e Benevento per “servizi resi” alle Case Reali.
La repressione colse il Generale Ricci completamente di sorpresa, ma prima che potesse reagire venne arrestato il 17 agosto e imprigionato a Castel Sant’Angelo, a Roma. In ogni caso, il 22 settembre 1774, Ricci riuscì a far assassinare Papa Clemente XIV, che morì all’età di 68 anni. Ricci rimase imprigionato e morì il 24 novembre 1775, dopo 15 anni in carica come Generale.

lunedì 29 luglio 2013

Lo spirito, il tempo e la sacralità delle Cattedrali Gotiche



Difficile, per chi non ha un cuore, non rimanere colpiti dalle forme Slanciate e ardite che si ergono verso il Cielo delle cattedrali gotiche, comprensive delle loro cripte, delle fonti e delle Madonne Nere conservate nel ventre. 
Queste sono come libri scritti con un linguaggio ugualmente comprensibile tanto all'anima dei più umili quanto a quella dei più colti, poiché la lingua con la quale le pietre sono state scolpite parla allo Spirito, per simboli che trovano radici negli archetipi e parlano direttamente al (intelligenza del) cuore.
Tutti i Templi hanno invariabilmente la facciata d'ingresso che guarda verso Ovest in modo che chi vi entri proceda verso Est ad indicare che si sta abbandonando le tenebre ed andando in direzione della Luce che sorge, verso Oriente.
Le cattedrali non devono essere guardate come un'opera unicamente dedicata al culto del cristianesimo, ma come un vasto agglomerato di idee e di tendenze che spaziano dal religioso al laico al filosofico ed al sociale, fino alle più umili credenze popolari entrando sino nelle più recondite profondità di ogni individuo e della sua mente.
Viene quindi ovvio chiedersi se qualche Dio non finisca poi col prevalere rispetto ad un altro.
Fulcanelli non lascia dubbi che Lucifero(Portatore di luce, chiamato alche "stella del mattino" prima che il giorno nasca e Vespro prima del buio, era la stella dell'amore ovvero Venere) sia il Dio dei costruttori delle cattedrali. Bisogna approfondire chi è veramente Lucifero e sicuramente non si può liquidare il tutto accontentandosi dell'ufficialità cristiana che lo etichetta come demone.
Lucifero il portatore di luce, chiamato alche "stella del mattino" prima che il giorno nasca e Vespro prima del buio, era la stella dell'amore ovvero Venere, che stella non era, ma pianeta!




i ciellini antiabortisti vogliono però gli F35

                               Un caposcuola, non ché lider di Comunione e Disperazione

Di Giampaolo Petrucci lunedì 22 luglio 2013 16:38
 La diocesi di Novara, sul cui territorio si trova l'aeroporto militare di Cameri, torna a condannare il programma di armamento della Repubblica italiana che prevede l'acquisto miliardario di uno stock di caccia bombardieri F35. «È mai possibile che mentre viviamo una crisi economica senza precedenti e non ci sono risorse per il lavoro, la scuola, la salute e la giustizia sociale, si possa pensare di spendere una montagna di soldi pubblici per acquistare strumenti di morte?», si chiede don Mario Bandera (Commissione diocesana Pastorale sociale e Lavoro, Centro Missionario diocesano) in un commento inviato all'agenzia Adista. «Destinare risorse immense per fabbricare questi strumenti di morte - aggiunge - è un affronto verso i più poveri perché sottrae risorse che possono essere investite nello sviluppo dei popoli, nella sanità, nell'istruzione, ecc.». L'intervento smonta passo dopo passo tutte le menzogne prodotte dai sostenitori del programma Joint Strike Fighter. Riguardo alla bufala dei nuovi posti di lavoro, ad esempio, Bandera afferma che «investendo la stessa cifra sulle produzioni classiche del territorio, attualmente in difficoltà nell'area novarese (tessile, meccanico, alimentare), si risolverebbe il problema occupazionale per i prossimi vent'anni». E lancia poi una provocazione: perché non trasformare «Novara, Cameri, Bellinzago ed altre cittadine della Bassa in piccole Las Vegas del gioco d'azzardo»? O in piccole Amsterdam dal sesso e dalla droga facile? «Non solo avremmo frotte di turisti italici, ma ci sarebbe la corsa per venire dalle nostre parti» e «di sicuro la disoccupazione scomparirebbe come la nebbia al sole di primavera». Insomma, conclude la provocazione, «non bisogna "prostituirsi" per un piatto di lenticchie, sia pur condite in salsa yankee». Ma la denuncia più accorata, il sacerdote novarese la riserva alle «anime candide del mondo cattolico, favorevoli agli F35». «Se Novara fosse stata scelta (con ricadute occupazionali notevoli) per la costruzione di una clinica per aborti, quante fiaccolate, marce, veglie per la vita si sarebbero già fatte? E se la clinica in questione fosse per la "dolce morte"? Anche in questo caso, quante iniziative sarebbero già state intraprese? Eppure entrambe le cose darebbero lavoro a molte persone». «Come mai questa gente gira la testa dall'altra parte quando la vita che viene colpita (per non dire stroncata) da strumenti di morte che verranno fabbricati in terra novarese è quella di persone appartenenti a popoli lontani geograficamente, culturalmente e religiosamente? Non c'è molta ipocrisia in questo atteggiamento? La pace va costruita giorno dopo giorno con coraggio e pazienza, voluta, amata e non "armata", men che meno, con i cacciabombardieri F35». Le "foglie di fico" del diocesano Il dibattito sull'acquisto degli F35

Bper e Carige vicine alla chiusura degli sportelli.

Di Giuseppe Sandro Mela.
Anche l’Agenzia Fitch ha declassato ulteriormente molte banche italiane, portando la Banca Popolare dell’Emilia Romagna e Banca Carige a livello junk. Gli ottimisti dicono che falliranno entro la fine dell’anno prossimo, ma le prefiche assicurano ben prima. Prudenza suggerirebbe di abbandonare codesti istituti prima che questi abbandonino i correntisti.

Quando il potere politico coincide con quello religioso e arriva a condannare a morte Girolamo Savonarola

Fra Girolamo non assolse Lorenzo il magnifico sul letto di morte e questo fu il motivo principale della condanna a morte del mistico Savonarola. Da Roma arrivò, con la firma del pontefice,la missiva che segnava la fine del frate e delle sue prediche contro i potenti di allora. Accusato di eresia, venne torturato per una settimana, prima di essere definitivamente soppresso fisicamente.
La morte di Savonarola Alle nove del mattino frate Girolamo Savonarola e i due confratelli che ne condividevano la sorte avevano già ascoltato la messa e si erano anche comunicati. Insomma erano pronti per morire. Sulla soglia di Palazzo Vecchio un confratello strappò loro l'abito: quella sorta di degradazione fu il primo atto dell'atroce cerimoniale. Scomunicato dal papa e giudicato da un tribunale che aveva già deciso la sua morte, frate Girolamo guardò la folla che riempiva la piazza, poi percorse la passerella che dall'angolo del palazzo portava al patibolo. Un vescovo si parò davanti ai tre condannati per un'ulteriore degradazione, ma quando ebbe di fronte frate Girolamo sbagliò la formula e disse: "Io ti separo dalla Chiesa militante e trionfante". Savonarola lo corresse: "Solo dalla militante: l'altro non sta a te". Il vescovo dovette ripetere la formula.

domenica 28 luglio 2013

Leone X un pederasta come il padre, Lorenzo il Magnifico e gran parte della sua corte

Di sicuro i papi Borgia furono i pontefici meno depravati, ma la "tradizione" vuole annoverare Akessandro VI e la dinastia valenciana fra i peggiori personaggi che governarono la Chiesa di Roma. Alla luce storica dobbiamo sfatare la "leggenda nera" . Ci furono Papi molto ma molto peggiori, vedi il figlio di Lorenzo il Magnifico.


La storia dei papi è contrassegnata da vizi gravi come pederastia, orge di vario genere e contrazione della sifilide. Con la scoperta dell'America s'introdusse in Europa la sifilide. I clericali
che contrassero questa
malattia furono praticamente tutti e molti ne morirono. Nessun ecclesiastico
ne rimase immune.
Papi, quali Giulio II e Leone X il quale favorito dalla potenza del suo casato fu il
favorito all'elezione al seggio di S. Pietro, divenuto cardinale a quattordici
anni, fu eletto Papa a
trentasei dopo aver preso la sifilide a venticinque.
Sisto IV, il realizzatore della cappella Sistina,
anche lui sifilitico, ebbe due figli dalla sorella maggiore. Bisessuale, fu
un gran pederasta e
sodomita tanto che, secondo quanto scrive il cancelliere d'Infessura, molti
furono coloro che
ricevettero da lui la porpora cardinalizia come ricompensa dei favori
sessuali ricevuti. (Non
dimentichiamo che Michelangelo fu un omosessuale...)
Papa Sisto IV organizzò la prostituzione istituendo quei bordelli dei quali
la Chiesa continuò ad
esserne l'amministratrice fino ai nostri tempi, cioè fino a quando furono
chiusi dalla leggi Merlini.
Di bordelli istituiti dalla Chiesa se ne contarono a centinaia in tutto il
mondo cristiano. Considerati
fonte di sicuro reddito, i papi spesso li assegnavano come base di
sostentamento alle diocesi i cui
vescovi, a loro volta, li parteggiavano con le parrocchie assegnando a
ciascuna di esse una prostituta
la quale, divenuta proprietà della Chiesa, versava ogni quindici giorni il
ricavato delle marchette al
parroco (quindicina).
Tra tanti bordelli, il maggiore, sia nella perversità che nella grandiosità
dell'organizzazione, fu
certamente il Vaticano nel quale ogni sera entravano schiere di omosessuali
e di donne travestite da
uomini per animare le orge dei nobili romani e dei prelati che
erano legati da parentela
anche con gli stessi papi.
Nei secoli XV e XVI il 50% della popolazione di Roma era formata da religiosi
provenienti dai
conventi. Un numero illimitato di concubine erano alla base delle relazioni dei preti carichi  di appetiti sessuali, in questo caso normali, dato che l'omosessualità nel clero era diffusa.
Se i Francescani e i Carmelitani ebbero fama come grandi amatori di donne, i
Gesuiti l'acquistarono
come pederasti. Secondo Voltaire, Grécourt, Mirabeau e altri scrittori e
storici dell'epoca, i Gesuiti
avevano posto come regola nei loro istituti di considerare come ricompensa
ai meriti scolastici il
portarsi a letto gli allievi.
Secondo lo storico Benedetto Varchi, il vescovo di
Faenza, Monsignor Cheri, morì mentre veniva
sodomizzato da Pierluigi Farnese, figlio di
Paolo III. La depravazione presso il clero era ormai
praticata con tanta naturalezza che Leone X la
legalizzò con il libro-codice "Camera Taxe", che con
i suoi 35 articoli permetteva di ottenere il perdono di
tutti i crimini, anche i più efferati, dietro pagamento
di una ammenda da versarsi all'erario pontificio.

La carica collettiva per costituire nell'ipnosi la carica di fondere varii uomini in un solo essere

La potenza scatenata dallo zikr collettivo sentita dal'odierno Occidente

Om kalthoum, Voce rivoluzionaria fisiognomicamente vicina a Franco Battiato

sabato 27 luglio 2013

La fisica ha bisogno della filosofia, magari occulta

Partendo da un testo che ha aperto nuove prospettive, anche se è sconosciuto ai più Titolato: Chimica occulta  autori: A. Besant e C. W. Leadbeater   Il libro risale al 1921 impostato come saggio di Teosofia Provocatoriamente possiamo aggiungere che la Fisica è la sorella scema dell’occultismo.
Un altro testo che potrebbe essere, per un certo verso la continuità di quella maniera di vedere le cose, ma scritto in un momento in cui la fisica era in crisi per le metodiche della ricerca: LA GNOSI DI PRINCETON DEL 1969
Un fisico che conosce i vari "elementi" non conosce che, in realtà, quando si suddivide uno di essi si trova un arrangiamento strutturale di un numero ben preciso di "atomi fisici ultimi". Questi atomi fisici primi, ultima condizione della materia fisica, sono del tutto simili tra loro (a parte il fatto che alcuni sono positivi, ed altri negativi), e pervadono tutto lo spazio da noi conosciuto. Sono infinitamente piccoli e fuori della portata anche del più potente microscopio. Besant e Leadbeater, già nell'anno citato, avevano pubblicato sulla rivista Lucifer e descritto la costituzione degli atomi di idrogeno, ossigeno ed azoto, unendovi i relativi diagrammi, secondo come si presentava loro mediante la vista chiaroveggente. La descrizione urtò a quel tempo contro la scienza ufficiale che non si preoccupo di verificarne la veridicità con accertamenti sperimentali. In particolare i due scopritori affermavano che l'atomo di idrogeno è composto da 18 particelle sub-atomiche. Nel 1963 Gell, Mann e Zweig, formularono la teoria dei quarks; ulteriori sviluppi di questa teoria portarono ad ipotizzare che ogni protone consiste in un tripleto di tre particelle Quarks e, nel doppio nucleo, di 18 subquarks. Sono del parere che se Albert Einstein dormiva sempre con "La Dottrina Segreta" di Madame Blavatsky sul comodino il nostro Ettore Maiorana dal canto suo era perfettamente consapevole che per trasformare la materia un alchimista deve saper trasformare ancor prima la materia spirituale: se stesso.

venerdì 26 luglio 2013

Il Talismano di Carlomagno

Talismano di Carlo Magno talismano carlo magno Considerato uno dei gioielli antichi, nonché reliquia, più importante d’Europa, Il Talismano di Carlo Magno appartenne all’imperatore che lo indossava sempre come protezione e per il suo forte significato religioso. In oro con al centro due zaffiri chiari tagliati a cabochon, circondato da smeraldi, perle e granati, secondo la leggenda contiene pezzi della vera croce di Cristo. Il sovrano ne era così affezionato da farsi seppellire con esso, fino al 1166 quando fu rinvenuto all’apertura della sua tomba. Sempre secondo la leggenda il prezioso talismano, che oggi fa parte dei tesori della Cattedrale di Reims, in Francia, dopo essere rimasto in possesso della famiglia Bonaparte fino al 1920, fu donato a Carlo Magno dal sultano Harun Al-Rashid. Diamante blu Hope hope diamond Dalla fortuna alla sorte più nera. È il destino del diamante blu Hope che, a dispetto del nome, è circondato da un alone di mistero, morte e omicidi. Di un insolito e profondo colore blu, il diamante da 112 carati proviene dall’India e fu acquistato nel 1688 da un mercante francese, Jean-Baptiste Tavernier, anche se leggenda vuole che fu lui stesso a toglierlo dalla statua del dio indiano Rama-Sitra. Per la sua bellezza e rarità passò nelle mani di re e regine, ma tutti i suoi proprietari subirono sorti tremende. In tempi più recenti Cartier lo acquistò e lo donò all’allora proprietario del Washington Post Edward Beale. Dopo l’ennesima tragedia, il diamante venne acquistato dal gioielliere Henry Winston che lo donò allo Smithsonian Institute di Washington dove è custodito oggi.

Il mistico del Palatino

Articolo pubblicato da rinascita (quotidiano di sinistra nazionale)
Architetto e archeologo, profondo conoscitore della Romanitas, anticlericale e fascista

Giacomo Boni, storia di un pagano


Quante volte si sente dire a tambur battente da parte di troppe persone la frase “Dio, patria e famiglia”? Spesso è accostata a una determinata concezione della vita che prevede il “rispetto delle tradizioni” soprattutto per le feste comandate, ormai in realtà ridotte a consumismo becero, sguardi in cagnesco fra parenti e consegne di regali che poco o niente hanno di sincero, o nel credere di essere fedeli a una religione che nulla ha in comune con le vere radici italiane ed europee.
Questa frase è stata partorita da un ambiente che non sa praticamente nulla della propria Storia, che a torto considera un Atlantista il “vero Padre” della cosiddetta “destra”... come si può pensare che non si sia genuflessa anche spiritualmente?
Di solito vengono coinvolti nel discorso i Patti Lateranensi, e li si cita a modo, dimenticandosi però che le relazioni fra lo Stato Italiano e la Santa sede non furono mai ottime neanche dopo gli accordi stessi, specialmente nell’educazione dei giovani. La stessa Azione Cattolica fu sempre percepita come un corpo estraneo, o meglio come una specie di rifugio per antifascisti (Partito popolare, sindacalisti cattolici, antifascisti in genere).
Lo stesso Mussolini disse: “Un altro regime che non sia il nostro, un regime demo-liberale, un regime di quelli che disprezziamo, può ritenere utile rinunciare alla educazione delle giovani generazioni. Noi no. Su questo campo siamo intrattabili! Nostro deve essere l'insegnamento [...]” (dal discorso pronunciato alla Camera dei deputati sui Patti Lateranensi il 13 maggio 1929).
Alle accuse rivolte dal papa, rispondeva ancora: “Dire che l'istruzione spetta alle famiglie, è dire cosa al di fuori della realtà contemporanea. La famiglia moderna, assillata dalle necessità di ordine economico, vessata quotidianamente dalla lotta per la vita, non può istruire nessuno. Solo lo Stato, coi suoi mezzi di ogni specie, può assolvere questo compito. Aggiungo che solo lo Stato può anche impartire la necessaria istruzione religiosa, integrandola con il complesso delle altre discipline. Qual è, allora, l'educazione, che noi rivendichiamo in maniera totalitaria? L'educazione del cittadino”.
Il conflitto tra Stato e Chiesa raggiunse il punto massimo il 28 maggio 1931, con la chiusura da parte del governo fascista delle sedi dell'Azione Cattolica e il conseguente ordine di sciogliere tutte le organizzazioni cattoliche (ma nello stesso 1931 avvenne una sorta di riconciliazione tradottasi in una “spoliticizzazione” della stessa, ad esempio i dirigenti non potevano appartenere a partiti avversi al Regime). Papa Ratti intervenne nel luglio 1931 con l'enciclica "Non abbiamo bisogno", in difesa dell'Azione Cattolica e contro la dottrina e la prassi fascista, bollata come “statolatria pagana”.
Statolatria pagana.
Questa definizione sarebbe piaciuta e non poco a un personaggio poco conosciuto, vuoi per i luoghi comuni come quello denunciato all’inizio, vuoi per la scarsa voglia di approfondire, figuriamoci poi sul “male assoluto”: si tratta di Giacomo Boni. Nato a Venezia, ironia della sorte proprio il 25 Aprile del 1859, architetto ed archeologo, fu Senatore del Regno d’Italia nella XXVI Legislatura. All’età di 19 anni partecipò alla ristrutturazione del Palazzo Ducale a Venezia. Aveva sempre buoni rapporti con il mondo inglese, in particolare con W. Morris, Ph. Webb, W. D. Caröe, i quali erano tutti legati al movimento neogotico e preraffaellita. Nel 1885 conduceva il suo primo scavo con metodo stratigrafico intorno alle fondazioni del campanile di S. Marco. Nel 1888 è chiamato a Roma dove viene nominato segretario della Regia Calcografia da parte del Ministro dell’Istruzione Boselli e nel 1890 diventa ispettore generale delle Antichità e Belle Arti. In questo incarico capì di quale aiuto necessitavano i monumenti italiani (monito per chi ancora si ostina a dire che i “fascisti” sono i vandali che li danneggiano...). Famose sono le sue azioni per difendere le basiliche pugliesi e per impedire la demolizione della cattedrale di Nardò. Nel 1892 partecipò con L. Beltrami e con G. Sacconi alle ricerche archeologiche intorno al Pantheon. Nel biennio 1895-1896 fu direttore dell’Ufficio Regionale dei Monumenti di Roma e a partire dal 1898 - su proposta del Ministro dell’Istruzione G. Baccelli - dirige gli scavi del Foro Romano, a cui a partire dal 1907 si aggiungono quelli del Palatino. Lungimirante fu la sua proposta - diventata poi realtà nel 1907 - della istituzione del Gabinetto Fotografico Nazionale presso il ministero dell'Istruzione; egli avrebbe voluto anche un catalogo nazionale dei monumenti e norme adeguate per la conservazione e il restauro dei medesimi.
La ricerca nell’area del Foro e in quella del Palatino sono le sue azioni più famose: in esse è il primo ad adoperare il metodo stratigrafico, immortalato nell’articolo “Il metodo negli scavi archeologici” ne “La Nuova Antologia” del 16 Luglio 1901.
Il periodo migliore per Boni andò dal 1899 al 1905, con lo scavo davanti al tempio di Cesare, a quello di Vesta e nei pressi dell’arco di Settimio Severo: in quest’ultimo scavo fu ritrovato il “Lapis Niger”.
Risalgono al 1900 i saggi stratigrafici sotto l’area del Comizio, quello della “Regia”, l'inizio della demolizione della chiesa di S. Maria Liberatrice nell'angolo del Foro sotto il Palatino, dove sarà riportata in luce la chiesa di S. Maria Antiqua. Seguono l'esplorazione del fonte di Giuturna, la scoperta delle cosiddette gallerie cesaree sotto il piano della piazza e quelle degli Horrea Agrippiana e del cosiddetto carcere sul fianco della Via Sacra, presso il tempio di Antonino e Faustina. Qui, nel 1902 apparve la prima tomba del sepolcreto arcaico. L’esplorazione della necropoli fu illustrata dalle relazioni nelle Notizie degli scavi (dal 1902 al 1911). Nuovi elementi furono forniti dall'esame stratigrafico del terreno sotto l’ equus Domitiani e dal ritrovamento del Lacus Curtius. Nel 1906 fu incaricato delle ricerche nel Foro di Traiano e successivamente di quelle intorno alle mura serviane.
Nel 1912, con lo scoppio della Guerra in Libia, da lui considerata come una “guerra romana”, fu inviato nel 1912 a Tripoli insieme con L. Mariani, con l'incarico di accertare la natura e le condizioni del sottosuolo dell'arco di Marco Aurelio e di predisporre le necessarie opere di consolidamento e di restauro. Ma con la Prima Guerra Mondiale le sue spedizioni archeologiche conobbero un periodo di stallo.
Sgomento dai pericoli della guerra e preoccupato fra l'altro del destino riservato alle opere d'arte (lettera al Boselli dell'11 maggio 1915), egli interruppe gli scavi, si recò a Venezia e quindi al fronte, dove approntò per i combattenti una veste bianco-azzurra appena distinguibile sulla neve e una controscarpa impermeabile a imitazione della caliga romana.
Dopo la Marcia su Roma fu nominato senatore il 3 marzo 1923 e il 27 aprile dello stesso anno votò la fiducia a Mussolini. Il 1° Marzo dell’anno precedente rievocò la festa del Natale di Marte e il 21 Aprile del 1923 si era impegnato per la celebrazione del Natale di Roma nel Foro di Augusto.
Il 28 ottobre, nel primo anniversario della marcia su Roma, sovrintese all'adunata dei fasci di combattimento davanti all'ara di Cesare, dopo essersi adoperato, su una esplicita richiesta del nazionalista Luigi Federzoni, per la ricostruzione del fascio littorio, assunto come insegna dal Partito Nazionale Fascista.
Il suo programma originario prevedeva per l’evento una serie di cerimonie pagane: Cereris Mundus, Ludus Troiae, Opus Coronarium, Ludi Palatini e Lupercalia. Tra i tentativi fatti per restaurare la religione romana vi furono veri e propri riti pagani da lui eseguiti: si ricordano la commemorazione del Lacus Curtius nel 1903 con l'amico Horatio Brown, la purificazione del tempio di Giove Vincitore nel 1916, la costruzione dell'ara graminea sul Palatino nel 1917. Nel 1923 collaborò alla tragedia “Rumon”, disegnando i caratteri romani arcaici per il cartellone e per il testo stesso: del 4 maggio dello stesso anno è la lettera al Prefetto di Roma relativa alle sue preoccupazioni in merito alla rappresentazione dell’opera. Insomma, Boni simpatizzava per la religione pagana degli antichi Romani e il suo sogno sarebbe stato la restaurazione della medesima ad opera di Benito Mussolini, il quale, anche semplicemente con il sostantivo “Fascismo” si richiamava alla Romanità. Purtroppo la morte sopraggiunse nell’Urbe il 10 Luglio del 1925.


giovedì 25 luglio 2013

L'insopportabile pesantezza dei monoteismi

Una "Città proibita". La fine del paganesimo antico (di Lucio Villari)

Senza molta riflessione mi accadeva di dire agli allievi che me lo chiedessero che, se avessi dovuto scegliere per me una religione, avrei scelto il paganesimo antico. Spiegavo che un solo Dio, re, padre e padrone mi sarebbe stato insopportabile, che sarei stato caso mai più propenso ad accettare un divino che si esprime in molte figure, anche contraddittorie, che non sopporto i dualismi anima-corpo, materia-spirito, Dio-mondo eccetera, che sostanziano tanti monoteismi. Approccio superficiale, semplicistico e semplificativo. Avevo come riferimento lo Schiller dell’ode Agli dei della Grecia, sulla cui interpretazione filosofica consiglio di rileggere le pagine di Francesco Gagliardi in Occidente (Bibliotheca, Gaeta, 2002), ma anche il Leopardi della scomparsa delle favole antiche come fine di corpose illusioni, capaci di stimolare i sensi e dar piacere. Oggi ho ritrovato un ritaglio che ho conservato, un articolo che al tempo, forse, non lessi con la dovuta attenzione. Avrebbe potuto propormi una tematica storica (oltre che filosofica) molto stimolante su cui ho conoscenze slegate e che, se troverò tempo e modo, prima o poi dovrò approfondire: quella della fine (procurata) del paganesimo antico. Questo articolo di Lucio Villari, del 1987, nella sua brevità propone da un lato la questione dell’“essere pagani” da intellettuali e da letterati, dall’altro la durezza delle persecuzioni attraverso cui la nuova fede cristiana sconfisse l’antica, il ruolo in questa storia tragica di santi, anche geniali come sant’Agostino, il nesso – dentro il Cristianesimo – tra codeste intolleranze dei Padri della Chiesa universale e quelle con cui oggi ci misuriamo. 
Una moneta dell'imperatore Giuliano, detto l'Apostata
Circondato da alte e invalicabili mura, fatte di ombre e di silenzio, il paganesimo è ancora la Città Proibita della nostra storia.
Proibita non per quel che il paganesimo, cioè il mondo classico, ha inventato e prodotto per oltre un millennio, ma perché quel sentimento o senso pagano dell' esistenza che era insieme religiosità e filosofia, è stato reso impraticabile e straniero.
Il cristianesimo, armato non solo del suo messaggio, ma anche della violenza politica e amministrativa degli imperatori post-costantiniani, ha distrutto quel sentimento, provocando il più grande scisma dell' anima che la storia dell' Occidente ricordi.
Si tratta forse di un argomento inattuale, di questioni che vanno lasciate agli specialisti del mondo antico? Si tratta di problemi non dissimili da quelli posti nelle discussioni su uno scavo archeologico o su un brano di Quintiliano? Non so. E' certo, comunque, che sull'essenza del paganesimo c' è ancora, almeno in Italia, distacco e freddezza: come se le antiquitates paganae fossero solo un serbatoio museale e letterario e non anche un nodo inquietante di dubbi, di domande. Penso, ad esempio, alla curiosità e all' interesse che avrebbe dovuto suscitare un libro di saggi, apparso esattamente venti anni or sono in traduzione italiana: un volume, curato da Arnaldo Momigliano (dal titolo Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV), che raccoglieva i testi di un seminario del Warburg Institute di Londra. Di quei testi, nel clima altrimenti interessante del Sessantotto, solo pochi notarono l'alto livello scientifico e i risultati raggiunti su un problema che uno degli autori, Herbert Bloch, così presentava al lettore: “Non c'è stato nella storia dell'umanità un momento di rottura più profondo di quello che segna la fine del mondo antico e il conflitto finale tra paganesimo e cristianesimo”. Non era una sfida alla nostra sicumera di spettatori di grandi fratture e di grandi eventi contemporanei parlare in questi termini? E soprattutto: quel conflitto finale ci riguarda ancora oppure no?
Per gli storici privi di preconcetti, tutta la vicenda è un intrico che ha tuttavia un capo e una coda. Se mi è permesso un riferimento personale, ricordo che qualche anno fa scrissi su queste pagine un articolo esplicitamente intitolato: Perché non possiamo non dirci pagani. Mi riferivo, tra l' altro, a quel lascito estremo della cultura pagana che fu lo stoicismo, travolto anch'esso dalla furia cristiana, ma mai veramente morto. Si sa infatti che lo stoicismo percorre come un filo rosso il pensiero moderno, dall'umanesimo a Spinoza, all' illuminismo, a Kant, alla Rivoluzione francese; e che esso ha ancora la forza teorica e terapeutica di una filosofia esistenziale, fondata sul piacere di vivere e sulla calma, razionale attesa della morte. In altre parole, lo stoicismo era una forma compiuta di conoscenza che il cristianesimo ha violentemente smembrato appropriandosi di alcuni dei suoi frammenti e sostituendone la lieve religiosità con inquietudini profonde, con una psilé parataxis (come avrebbe detto Marco Aurelio), una mera ostinazione fideistica e irrazionale. E tuttavia, come potremmo pensare perdute per sempre la gioia di vivere spirituale e corporale teorizzata da Panezio, la riflessione di Marco Aurelio sull' autocoscienza, la rivendicazione della responsabilità e dell' autonomia dell' agire (io sono libero) di Epitteto? Non erano questioni astrattamente etiche, perché lo stoicismo comprendeva anche una teoria politica delle relazioni tra individuo, società e Città. Vi era infatti in quella scuola di pensiero una elevata concezione dell' autorità culturale, oltre che morale, dello Stato, cioè di una istituzione scaturita, secondo gli stoici, non dalla solitudine e dalla paura dell' uomo, ma, al contrario, dal suo istinto sociale. Per lungo tempo, comunque, il conflitto tra cristianesimo e paganesimo non si svolse su questi massimi problemi. Come scrive A.H. Jones, sempre nel volume di Momigliano, non bisogna dimenticare che agli inizi il cristianesimo era una religione volgare. Non soltanto i suoi seguaci erano persone di basso ceto e di poca o nessuna cultura, ma anche i suoi libri sacri erano rozzi e pieni di scorrettezze, scritti in un greco e in un latino che urtavano la sensibilità di ogni uomo colto, educato sui testi di Menandro o di Demostene, di Terenzio o di Cicerone. E' difficile oggi rendersi conto della gravità di questo ostacolo. Tuttavia, se il dissenso tra i seguaci della nuova fede e quelli degli dèi falsi e bugiardi fosse stato solo spirituale e culturale, le cose non avrebbero preso la piega tragica che poi in realtà ebbero. Tutto cambiò infatti quando, dopo l'Editto di Milano di Costantino, la religione e le comunità dei cristiani furono sempre più spalleggiate da imperatori convertiti; un appoggio concreto che culminò, tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, negli editti e nei codici antipagani di Teodosio.
Con questo fanatico imperatore si giunse, come scrive Arnold Toynbee, alla aberrazione che condusse al disastro; con lui la repressione del paganesimo diventò aperta persecuzione. Quest'ultimo giudizio è di Lidia Storoni Mazzolani, ed è contenuto in una penetrante ricerca su Sant' Agostino e i pagani (Sellerio, pagg. 136, lire 15.000). E' una occasione rara, questa che ci è offerta dall' autrice, per riflettere sulle condizioni politiche che permisero al cristianesimo di divenire religione di Stato e Chiesa trionfante e persecutrice, e sulla mutazione culturale provocata dagli scritti polemici, dalla furia iconoclastica di personalità cristiane come Agostino, o come il suo più severo compagno Ambrogio di Milano. Santi e Padri della Chiesa, sui quali va proiettata peraltro una illuminazione storica particolarmente intensa, atta a rivelare la loro responsabilità nell'avere armato il cristianesimo dell'ideologia della repressione contro qualunque diversità (anche interna alla Chiesa), e soprattutto adversus quel complesso e felicemente squilibrato sistema di idee, di valori artistici e culturali, di tradizioni e di comportamenti spesso innocenti, ai quali diamo il nome di paganesimo. Come dimostra la Storoni Mazzolani nella sua serrata analisi, Agostino fu implacabile nell' azione demolitrice. Il programma del vescovo di Ippona fu organizzato a tutti i livelli della vita sociale, politica e culturale dell'Impero. La sua tesi era che il paganesimo dovesse essere annientato: sia eliminandolo dalle coscienze, sia mediante distruzioni fisiche e materiali. Non solo, ma sul finire del IV secolo, dopo il tentativo di reazione pagana (la breve e struggente meteora dell' imperatore Giuliano l'Apostata), Agostino e Ambrogio fecero di tutto perché il braccio secolare e amministrativo del potere politico comminasse castighi tremendi ai pagani. Via via, scrive la Storoni Mazzolani, i divieti si fecero capillari, penetrarono nei campi dove i riti pagani erano legati alle opere stagionali, nell'interno delle case, nei focolari. Reazione pagana. Ma si trattò soltanto di un tentativo culturale dell'aristocrazia senatoriale e degli intellettuali romani di procedere al restauro dei monumenti che rappresentavano l'antica grandezza di Roma e la sicurezza dell'Impero, all'edizione di testi antichi, all' incremento della produzione artistica. Nel 380, con l'Editto di Tessalonica, l'imperatore Teodosio cominciò a levare la spada contro i pagani: da quel momento in poi niente sarà risparmiato, neppure gli alberi e i boschi sacri dei culti silvani legati alla mitologia e alla poesia della classicità, abbattuti inesorabilmente come riti di una religione insana e demente. Agostino, che fu l'autorità suprema della cristianità tra IV e V secolo, con sermoni lettere opere varie (dall'Adversus Paganos al De Civitate Dei) fu il condottiero dello scisma dell' anima e gettò le fondamenta della nuova èra, soprattutto dopo il sacco di Roma per mano dei barbari nel 410. La Città-simbolo, la patria di tutti era caduta; bisognava edificarne un' altra, nella storia e nelle coscienze. E sarebbe stata imprevedibilmente diversa.

“la Repubblica”, 29 dicembre 1987

La fine definitiva del paganesimo

La battaglia del Frigido e la fine del paganesimo
di Francesco Lamendola - 18/04/2011

Fonte: Centro Studi La Runa [scheda fonte] 




Willem van Nieulandt II (Anversa 1584 – Amsterdam 1635), Paesaggio con rovine romane. Olio su tela, Collezione Fondazione Roma.
Willem van Nieulandt II (Anversa 1584 – Amsterdam 1635), Paesaggio con rovine romane. Olio su tela, Collezione Fondazione Roma.
Sponde del fiume Frigidus (Vipacco), al di qua delle Alpi Giulie, mattino del 5 settembre 394 d. C. Due eserciti, entrambi “romani” di nome, ma in effetti largamenti barbarici per composizione etnica, consuetudini e mentalità, si fronteggiano minacciosamente presso questo affluente dell’Isonzo che, da sempre, costituisce la “porta” per l’invasione dell’Italia da parte di popoli ed eserciti provenienti da Nord e da Est. Si potrebbe pensare – e, per certi aspetti, è proprio così – a uno dei tanti scontri di potere fra imperatori più o meno legittimi, ovvero fra usurpatori e tiranni come ne ha visti tanti la storia del Basso Impero, da Massimino il Trace in poi. Posta in gioco immediata: la grande e ricca Aquileia, sede pochi anni prima (nel 381) di un grande concilio di vescovi cattolici contro l’eresia ariana; obiettivo finale: il possesso di Roma e dell’Italia e, quindi, la signoria assoluta sull’Impero. In realtà, si tratta di una svolta epocale: per l’ultima volta nella storia del mondo antico stanno per darsi battaglia un esercito pagano ed uno cristiano.
Sulle alture, in posizione imprendibile, è appostato l’esercito di Flavio Eugenio, colui che ha restituito ai templi gli antichi sussidi statali, sia pure sotto forma di concessione alle famiglie sacerdotali dei senatori pagani; che ha fatto nuovamente collocare l’Altare della Vittoria, dopo interminabili dispute, nell’aula del Senato; che ha tolto ogni divieto e limitazione alle pratiche dell’antico culto. Eugenio, ex magister scrinii elevato al rango imperiale dal generale franco Arbogaste dopo la morte sospetta di Valentiniano II, il 15 maggio 392, non era un pagano ma un cristiano del partito moderato, che non intendeva certo avviare una persecuzione anticristiana: l’esempio fallimentare di Giuliano del 361-63 (e cioè solo trent’anni prima), era un chiaro ammonimento. Eugenio e Arbogaste avrebbero voluto, casomai, restaurare quel clima di felice tolleranza religiosa, che ancora era stato possibile sotto Valentiniano I, al 364 al 375, e al quale aspiravano di tornare gli spiriti più equilibrati e prudenti dopo la dura politica antipagana della dinastia di Costantino.
Dall’altra parte avanzava l’esercito di Teodosio il Grande, partito tre mesi prima da Costantinopoli per “vendicare” il preteso suicidio di Valentiniano II (suo cognato) e deciso a restaurare l’unità dell’Impero. Teodosio, campione dell’ortodossia cattolica contro pagani e ariani, è stato dominato dalla poderosa figura del vescovo Ambrogio di Milano, che per due volte gli ha imposto – umiliandolo – il volere della Chiesa: quando gli ha fatto rimangiare l’ordine di ricostruire la sinagoga di Callinico (sull’Eufrate) a spese della comunità cattolica, che l’aveva incendiata e distrutta; e quando gli ha imposto pubblica penitenza per la strage di Tessalonica (nel natale del 390), vera e propria vigilia di Canossa. Nel febbraio 390 Teodosio emana l’assoluto divieto del culto pagano in Roma; nell’estate successiva ordina la distruzione del tempio di Serapide ad Alessandria d’Egitto. Nell’aprile del 392 annulla una sua precedente legge che proibiva ai monaci, “gente che si ciba di disordini”, di risiedere nelle città, e ordina di applicare sino in fondo tutti i precedenti editti anti-pagani contro i templi e contro il culto degli dèi: anche se praticati nelle case private, anche se praticati mediante sacrifici incruenti.
Il 5 settembre 394 l’attacco dell’esercito di Teodosio viene respinto e l’esercito orientale, a sua volta, corre il pericolo di essere aggirato e distrutto. Ciò non avviene solo perché un reparto dell’esercito occidentale, sulla cui manovra l’abile Arbogaste aveva specialmente contato, si lascia corrompere e permette, così, alle truppe di Teodosio di salvarsi. Scrive lo storico Corrado Barbagallo: “La dimane (6 settembre) il combattimento fu ripreso. I soldati di Arbogaste avevano tolto dalle loro bandiere il monogramma di Cristo e lo avevano sostituito con l’mmagine di Ercole, cara a Diocleziano e a tutti gli imperatori romani fin dal secondo secolo. Sulla linea della battaglia, come sui passi più minacciati, erano state collocate le immagini di Giove Capitolino, armato di folgore e rivolto contro i nemici. Paganesimo e cristianesimo, Occidente ed Oriente si affrontavano a pie’ delle Alpi in quella giornata storica. E vinse ancora una volta il labaro cristiano! Nembi di polvere, sollevati dalla micidiale bora carsica, paralizzarono, accecarono l’esercito occidentale, che alla fine fu sopraffatto e distrutto. Flaviano che, nella sua qualità di console dell’anno, così come s’era usato nell’antica Repubblica, conduceva uno dei corpi dell’esercito di Occidente, s’uccise; Eugenio, fatto prigioniero, fu decapitato dai soldati; Arbogaste si uccise due giorni dopo”. E lo storico greco Zosimo: “La testa di Eugenio, conficcata su una lunghissima asta, fu portata in giro per tutto il campo (…). Arbogaste, al quale non importava la clemenza di Teodosio, fuggì tra i monti più impervi; ma quando si accorse che quelli che gli davano la caccia perlustravano ogni luogo, si uccise con la spada, preferendo morire con le sue mani piuttosto che essere catturato dai nemici”.
Da quel momento il paganesimo, come forza organizzata, cessò praticamente di esistere. Sopravvisse ancora, e a lungo, come culto marginalizzato, specialmente nelle campagne. Agostino scrisse ilDe Civitate Dei per confutare l’accusa dei pagani còlti, che il sacco di Roma del 410 ad opera di Alarico fosse stato causato dall’ira degli dèi abbandonati; Rutilio Namaziano, nel De Reditu suo (scritto verso il 417) inveisce contro i monaci e leva alti lamenti per la decadenza della Roma pagana. Il cristianesimo, che ancora nel 303-05 aveva dovuto subire la dura persecuzione di Diocleziano e che solo con l’editto di Milano, nel 313, aveva ottenuto il riconoscimento giuridico da parte dello Stato, in soli ottant’anni aveva inferto al paganesimo il colpo di grazia.
Eppure, tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, ebbe luogo una ripresa della cultura classica che molti storici definiscono una vera e propria rinascenza, e parte notevolissima di tale rinascenza si colloca, più o meno esplicitamente, sotto il segno del paganesimo. Come fu possibile che Giuliano imperatore tentasse una restaurazione del paganesimo nel 361 e che, meno di quarant’anni dopo, il paganesimo avesse perduto irrimediabilmente la sua battaglia per la sopravvivenza?
Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, incominciando dalla terminologia. Che cosa vuol dire paganesimo? “Pagano” è colui che non ha aderito al cristianesimo, rimanendo fedele all’antica religione. Ma non c’è, ovviamente, una religione pagana, come vedremo fra poco. E che significa “pagano”? Fino a pochi decenni fa si dava per scontato che “pagano” fosse sinonimo di “rustico” (Baronio, 1586): i villaggi, i pagi, sarebbero stati l’ultimo rifugio del morente paganesimo. Ma oggi gli storici e i filologi non sono più tanto sicuri di questa etimologia. “Pagano” potrebbe essere il civile, il borghese, contrapposto al “soldato di Cristo” (secondo la celebre metafora di Tertulliano). Sia in Tacito che in Svetonio pagani, paganorum sta per “popolazione civile”, in opposizione ai soldati; Plinio il Giovane parla di milites et pagani per indicare “militari e borghesi”. E nel 1952 Christine Mohrmann, sulla base di alcuni testi, propone di intendere “pagani” come “profani”: infatti nel IV secolo la metafora del “soldato di Cristo” non era più tanto diffusa; e, d’altra parte, il culto tradizionale non era ancora un fatto prevalentemente “rurale”. A quell’epoca, inoltre, all’interno del cristianesimo si era pressoché esaurito il “filone” giudeocristiano (formato dai convertiti dal giudaismo) e i cristiani erano quasi tutti “gentili” (dal greco éthnē, ebraico gojim che, nella Bibbia, indica i popoli estranei al patto dell’Alleanza). Perciò quelli che erano stati definiti come “gentili” (e che, nella tradizione bizantina, continuao a essere definiti “elleni”) divennero “pagani”, mentre i cristiani di origine pagana, cioè la quasi totalità, non potevano più riconoscersi come “greci” (cfr. S. Paolo, Romani, II, 9.10), bensì come portatori di una cultura radicalmente e orgogliosamente “altra” rispetto a quella “greca”, cioè pagana.
La nozione di paganesimo è quindi di matrice teologica e riflette l’idea biblica di una Rivelazione rivolta al “popolo eletto”, circondato da una realtà umana qualificata come estranea, aliena, profana: i pagani, ossia “le genti” (Efesini, II,12), “prive di cittadinanza in Israele”. È chiaro che “pagano” è un termine generico, che si riferisce a tutte le religioni non cristiane (giudaismo escluso) della tarda antichità. In Galati, IV, 9, il paganesimo è identificato con una religione naturalistica, che venera le forze cosmiche (sia terrestri che astrali) ritenute capaci di influire sulla vita umana. In contrapposizione al monoteismo biblico, il paganesimo si presentava, specialmente nell’accezione più propria – quella greco-romana – come una religione “etnica”, ossia tramandata con la stirpe e destinata a consolidarla, tenendo viva la tradizione e la memoria degli antenati; e comereligione “politica” che celebra, consacra e cementa l’unità della società civile e la sottomissione dei suoi membri all’autorità, simboleggiata dalla figura dell’imperatore. Quest’ultimo, infatti, è anche Pōntifex Maximus, “capo del collegio dei pontefici”, titolo che conservarono anche i primi imperatori cristiani, Costantino compreso (solo Graziano, 367-383, vi rinunciò formalmente); e che poi passò, ovviamente con altro significato, al vescovo di Roma e ai suoi successori.
Si tengano presenti questi tre aspetti qualificanti del paganesimo dal punto di vista cristiano: naturalismo, religione etnica, religione politica. Secondo F. König, il termine “paganesimo” designa tutte le religioni “sorte dai popoli, dal loro sangue e spirito, e non provenienti da Dio”; secondo N. Turchi, esso indica tutte quelle religioni o religiosità, soprattutto popolari, accomunate dalla credenza nelle virtù degli elementi naturali, con caratteri superstiziosi, animistici, spiritistici, astrologici, in contrapposizione alla fede nel Dio che regna sulla natura e sull’uomo, da lui creati.
Fatta questa necessaria premessa metodologica, diamo un rapidissimo sguardo al panorama complessivo delle religioni non bibliche della tarda antichità. La religione greco-romana sopravvive ormai quasi solo nella dimensione politico-sociale e in quella mitologico-letteraria. La grande crisi spirituale degli ultimi secoli della Repubblica romana l’ha praticamente distrutta come forza viva a livello interiore: ridotta a mero formalismo liturgico, si trascina per forza d’inerzia. I due secoli a cavallo dell’èra cristiana sono stati definiti, dagli storici moderni, come a-religiosi: l’età che va da Lucrezio eCicerone fino agli ultimi Antonini corrisponde a un diffuso agnosticismo, in cui solo i culti misterici (orfici, eleusini, dionisiaci) tengono ancora in vita un legame vero e sentito fra l’uomo e la divinità. Né mancano autori, come Luciano di Samosata (nel dialogo Le sette all’incanto), che si fanno beffe delle varie filosofie pagane e della religione tradizionale.
A partire dalla fine del II secolo arriva nell’Impero Romano la grande invasione delle religioni orientali a carattere soteriologico e tendenzialmente monoteistico, che meglio rispondono alle esigenze spirituali di quella che è stata definita (dallo storico Charles Harold Dodd) un’”epoca di angoscia”, quale fu quella tardo-antica. I culti di Iside e Osiride dall’Egitto, di Cibele dall’Asia Minore, di Mithra dalla Persia fanno irruzione nella società romana e si diffondono a macchia d’olio fin nel cuore dell’Occidente (Gallia e Britannia comprese), specialmente fra gli strati più umili della popolazione e fra l’elemento militare (in particolare il mitraismo). In effetti, nell’Occidente latino si era prodotto in precedenza un autentico vuoto spirituale, anche perchè il druidismo, la più diffusa religione del mondo celtico, era stato distrutto a viva forza dai Romani per ragioni politiche. Generalmente si crede che i Romani siano stato tolleranti nei confronti di tutte le religioniantiche ad eccezione del cristianesimo; ma ciò non è esatto. Oltre al fatto che Diocleziano perseguitò il manicheismo prima ancora del cristianesimo (editto del 296), si dimentica che il Senato romano fin dal 54 d. C. aveva emesso un decreto che aboliva la religione druidica; e che, sette anni dopo, venne lanciata una campagna per debellare le ultime vestigia di essa. Lo scontro finale ebbe per teatro l’siola di Mona (Anglesey), di fronte alla costa nord-occidentale dell’odierno Galles, una delle maggiori roccaforti del druidismo. Secondo il racconto di Tacito, quando le imbarcazioni romane raggiunsero la riva, dai boschi sbucarono sacerdoti druidi dalle lunghe barbe e donne munite di torce, lanciando terribili maledizioni contro gli invasori (Annales, XIV, 30). Ma i soldati romani avanzarono massacrando uomi e donne e macchiando di sangue gli alberi del boschetto sacro. Il comandante Svetonio Paolino stabilì una guarnigione sull’isola col preciso compito di sorvegliare i vinti e abbattere i boschi “consacrati alle selvagge superstizioni dei Celti“. Scrive Tacito: “Tra l’altro[i druidi] ritenevano un sacro dovere cospargere gli altari con il sangue dei prigionieri e consultare gli dèi spiando nelle viscere umane”: “nam cruore captivo adolere aras et hominum fibris consūlěre deos fas habebant”.
Ma torniamo alla penetrazione delle religioni orientali nel mondo tardo romano. Giustamente si è chiesto Franz Cumont, uno dei massimi esperti in materia: “Ma si può parlare di una religione pagana? Il mescolamento delle razze non aveva avuto per risultato di moltiplicare la varietà dei dissensi? L’urto confuso delle credenze non aveva prodotto un frazionamento, una frantumazione di esse, e le compiacenze del sincretismo un pullulamento di sette? ‘Gli elleni, diceva Temistio all’imperatore Valente, hanno trecento maniere di concepire e d’onorare la divinità, che si rallegra di questa varietà di omaggi’. Nel paganesimo, i culti non periscono di morte violenta, ma si spengono dopo una lunga decrepitezza. Una dottrina nuova non si sostituisce necessariamente ad una più antica. Esse possono coesistere per molto tempo, come possibilità contrarie suggerite dall’intelligenza o dalla fede, e tutte le opinioni, tutte le pratiche vi appaiono rispettabili. Le trasformazioni non vi sono mai radicali né rivoluzionarie. Certo, nel IV secolo come precedentemente, le credenze pagane non vi ebbero la coesione di un sistema metafisico o il vigore di canoni conciliari. Vi è sempre una distanza considerevole tra la fede popolare e quella degli spiriti colti, e questa distanza doveva essere grande soprattutto in un impero aristocratico, in cui le classi sociali erano nettamente separate. La devozione delle folle è immutabile come le acque profonde dei mari; essa non è trascinata, né riscaldata dalle correnti superiori. I campagnuoli continuavano, come per il passato, a praticare pii riti presso pietre unte, sorgenti sacre, alberi coronati di fiori, e a celebrare le loro feste rustiche alle semine o alle vendemmie. Essi si tenevano stretti con una tenacia invincibile ai loro usi tradizionali. Questi dovevano persistere, degradati, caduti al livello di superstizioni, sotto l’ortodossia cristiana senza metterla seriamente in pericolo, e se non sono più notati nei calendari liturgici, lo sono qualche volta nelle raccolte di folklore.
“All’altro polo della società, i filosofi potevano compiacersi a velare la religione col tessuto brillante e fragile delle loro speculazioni. Essi potevano, come l’imperatore Giuliano, improvvisare a proposito del mito della Gran Madre interpretazioni ardite e sottili, che erano accolte e gustate in un ristretto cerchio di letterati. Ma queste licenze della fantasia esegetica non sono, nel IV secolo, che un’applicazione arbitraria di princìpi incontestati. L’anarchia intellettuale è allora assai minore del tempo in cui Luciano metteva ‘le sette all’incanto’; un accordo relativo s’è stabilito fra i pagani da quando essi sono all’opposizione. Una sola scuola, il neoplatonismo, regna su tutti gli spiriti e questa scuola non è soltanto rispettosa della religione positiva, come già l’antico stoicismo, ma la venera, perché vede in essa l’espressione di un’antica rivelazione, trasmessa dalle generazioni scomparse. Essa considera come ispirati dal cielo i suoi libri sacri, quelli d’Ermete Trismegisto, d’Orfeo, gli Oracoli caldaici, Omero stesso, soprattutto le dottrine esoteriche dei misteri, e subordina le sue teorie ai loro insegnamenti. Poiché fra tutte queste tradizioni disparate, venute da paesi così diversi e datanti da epoche così differenti, non vi può essere contraddizione, poiché esse emanano da un’autorità unica, la filosofia, ancilla theologiae, si adopererà a metterle d’accordo, ricorrendo all’allegoria. Ed in tal modo si stabilisce a poco a poco, per mezzo di compromessi fra le vecchie idee orientali ed il pensiero greco-latino, un insieme di credenze la cui verità sembra provata da un consenso universale.
“In tal modo, le parti atrofizzate dell’antico culto romano erano state eliminate, mentre elementi stranieri erano venuti a dargli un vigore nuovo, combinandosi e modificandosi in esso. Questo lavoro oscuro di decomposizione e di ricostituzione interna aveva elaborato insensibilmente una religione assai diversa da quella che Augusto aveva tentato di restaurare”.
A proposito del paganesimo còlto, dobbiamo far cenno ai principali sviluppi della filosofia greca dopo Plotino (205-270 d. C.), il massimo esponente del pensiero tardo-antico. Plotino aveva insegnato che l’anima è anzitutto anima cosmica, anima universale, che lega tutte le cose sensibili mediante un rapporto profondo di “simpatia” reciproca e controbilancia la tendenza, propria della materia, a dissolverle e disperderle. È, quindi, nell’anima che s’incontrano tempo ed eternità, o meglio è l’anima che genera il tempo secondo ritmi e pulsazioni. La dottrina dell’anima cosmica e del nesso profondo tra l’anima umana e quella universale da una parte, e quella delle cose sensibili dall’altra, nonché della consonanza e omogeneità tra macrocosmo e microcosmo spinge Plotino a ipotizzare la possibilità della loro comprensione reciproca, in senso profondamente non dualistico. Plotino combatte ogni concezione antagonistica del rapporto tra spirito e natura e ciò lo accosta a correnti del pensiero non duale dell’India antica, quali il Vedanta o lo Yoga di Patanjali. Coincidenze, forse, più che casuali, se è vero – come è vero – che maestro di Plotino era stato quell’Ammonio Sacca (circa 180-242 d. C.) che pare fosse un Indiano della casta dei Sakya (la stessa di Buddha). L’anima, poi – secondo Plotino – si trova di fronte a due vie: quella di lasciarsi irretire dall’interesse per il sensibile, restandone irrimediabilmente appesantita e impastoiata; oppure quella del ritorno e dell’unificazione verso l’intelligibile. In questa seconda strada svolgeva un ruolo fondamentale, secondo l’insegnamento di Platone, l’amore per la bellezza, capace di attarre l’anima verso il mondo delle idee, attraverso e non contro (come invece per il pensiero cristiano) l’eros della corporeità.
I massimi esponenti della scuola neoplatonica sono Porfirio di Tiro (233 o 234-305), Giamblico di Calcide in Celesiria (250 ca.-325 ca.), Proclo di Costantinopoli (410 o 412-485). “Il genio di Plotino – secondo Léon Robin – era fatto dell’intensità della sua vita spirituale. Nulla di simile nel Neoplatonismo posteriore. Esso, al contrario, dissecca il pensiero del maestro, che organizza in una scolastica dotta. Difende contro i cristiani la causa della cultura razionale, di cui la sua filosofia religiosa crede di essere l’erede. Interpreta metodicamente la filosofia classica in conformità con i suoi principi. Infine, fonda su questi un occultismo e una stregoneria filosofiche”. E ancora il Robin, così si esprime sul primo importante successore di Plotino in ordine cronologico, Porfirio. “Dopo avere, nella sua Filosofia degli oracoli e nelle Immagini degli dèi, esposto la sua concezione dei misteri e della salvezza, ed elaborato tutto un rituale teurgico di magia purificatrice, adattò poi le sue concezioni alla mistica di Plotino e scrisse la sua grande operaContro i cristiani di cui questi ultimi, dopo un secolo e mezzo di polemica, ottennero finalmente la distruzione. Tutta questa parte della sua opera è dominata, d’altronde, dalle sue preoccupazioni morali. Così, se egli raccomanda l’astinenza della carne, è perché questa pratica ascetica ha un valore etico di purificazione. Lo stesso dicasi dell’interpretazione dei poeti nel suo Antro delle Ninfe nell’Odissea“.
Porfirio, a differenza di molti altri neoplatonici, mostra una decisa avversione per la magia e mette in dubbio tutta la demonologia della sua scuola. Alle sue obiezioni si risponde con un’opera nota con il titolo, inesatto, Dei misteri degli Egiziani e attribuita, altrettanto erroneamente, al celesiro Giamblico che, sotto Costantino, era considerato il capo della scuola. Secondo Jakob Burckhardt, che ha parlato, a tal proposito, di una vera e propria demonizzazione del paganesimo, qui “si tratta di una mistica del politeismo, i cui dèi sono stati declassati a dèmoni di grado diverso e privati di una precisa personalità. Il contenuto di questo triste pasticcio è, in breve, una elencazione dei diversi modi di adorare, implorare e distinguere questi spiriti, di come il saggio caro agli dèi debba risolversi nel loro culto, e la scuola neoplatonica del IV secolo si dimostra anche troppo indulgente verso questo tipo di degenerazione, tanto da riconoscere nella teurgia un’arma fondamentale nella lotta contro il cristianesimo”. Tale tendenza, peraltro, è già presente fin dal II e III secolo, in opere come La vita di Apollonio di Tiana di Filostrato, che volutamente contrappone la figura del filosofo-teurgo a quella del Cristo; scritto, pare, su suggerimento di Giulia Domna, moglie di Settimio Severo, in funzione apertamente anti-cristiana. Approfittiamo qui per chiarire, per inciso, che nella cultura greca il dàimon è un essere soprannaturale tanto benefico (come quello da cui si diceva ispirato Socrate) che – più spesso – malefico. Si ricordano, ad esempio, Eurinomo che divora le carni dei cadaveri; Empusa, demone notturno che si nutre di carne umana; Lamia, che divora specialmente i bambini. I primi scrittori cristiani avevano sottolineato questo aspetto negativo per inferirne la malvagità di tutti i dèmoni e, in ultima analisi, di tutti gli dèi del paganesimo: vedi San Paolo che in II Timoteo, 2, 25-26, afferma che il demonio afferra i pagani nei suoi lacci per costringerli a fare la sua volontà; e che, in 1 Corinzi, 10, 20, arriva al punto di sostenere che i sacrifici resi agli dèi sono, in realtà, offerte al demonio.
Secondo Chester G. Starr, Giamblico “è una figura di scarso rilievo a paragone dei grandi teologi cristiani”. Il suo contributo al pensiero di Plotino consiste principalmente nel porre fra il primo Uno e le anime particolari un mondo intermedio dello spirito, presieduto dal secondo Uno e composto da una complessa gerarchia di ipostasi. Inoltre, sotto l’influenza delle credenze orientali, inserisce nella dottrina neoplatonica elementi tratti dagli Oracoli caldaici, contaminandoli con motivi magico-teurgici. In ciò egli è coerente con la convinzione che la filosofia, di per sé, non possa fornire una risposta alla domanda circa il fine ultimo dell’uomo.
Alla tarda scuola neoplatonica appartengono anche Desippo, di cui ci resta un commento alle Categorie; Libanio e Temistio, rètori e studiosi di notevole levatura; Sallustio, il cui libro Sugli dèi e il mondo espone come la filosofia neoplatonica possa servire di base alla religione tradizionale; e l’imperatore Giuliano, uomo di notevole intelligenza e di grande cultura, autore di otto orazioni, un’ottantina di lettere, un’opera satirica (il Convivio) e il Misopogon, difesa della sua opera religiosa e feroce invettiva contro la folla cristiana di Antiochia. Con Proclo giungiamo fin verso la fine del V secolo e, quindi, oltre i limiti cronologici del nostro discorso. Basterà dire che Proclo crea un sistema speculativo entro il quale riesce a fondere organicamente tutte le acquisizioni filosofiche, scientifiche e religiose del mondo antico. Ma nel 396 i Goti di Alarico incendiano il Santuario di Eleusi; nel 415 Ipazia viene assassinata dalla folla cristiana di Alessandria; nel 489 viene chiusa la scuola siriaca di Edessa; nel 529 Giustiniano ordina la chiusura della scuola di Atene e gli ultimi ellenizzanti, ossia partigiani dell’antica cultura, cercano rifugio alla corte del re dei Persiani, un sovrano amico della filosofia: Cosroe.
Vale la pena di soffermarsi sul primo di questi episodi; e, nel farlo, cediamo la penna al grande studioso delle religioni Mircea Eliade, che vi ha scorto un evento epocale.
“Nessun avvenimento storico può meglio indicare la fine ‘ufficiale’ del paganesimo se non l’incendio del santuario di Eleusi, attuato nel 396 da Alarico, il re dei Goti; e d’altro lato, nessun altro esempio può meglio indicare i misteriosi processi di nascondimento e di continuità della religiosità pagana. Nel V secolo lo storico Eunapio, anch’egli iniziato ai Misteri Eleusini, riferisce la profezia dell’ultimo ierofante legittimo: in presenza di Eunapio, lo ierofante predice che il suo successore sarà illegittimo e sacrilego; non sarà neppure cittadino ateniese e, ancor peggio, sarà uno che, ‘consacrato ad altri dèi’, sarà legato al suo giuramento ‘di presiedere esclusivamente alle loro cerimonie’. A causa di tale profanazione il santuario verrà distrutto e il culto delle Due Dee scomparirà per sempre.
“In effetti, continua Eunapio, divenne poi ierofante un alto iniziato ai misteri di Mithra (dove rivestiva il ruolo di Pater); questi fu l’ultimo ierofante di Eleusi, perché poco tempo dopo giunsero, attraverso il passo delle Termopili, i Goti di Alarico, seguiti da ‘uomini in nero’ (i monaci cristiani), e il più antico e importante centro religioso d’Europa fu definitivamente distrutto.
“Tuttavia, se a Eleusi scomparve il rituale iniziatico, non per questo Demetra abbandonò il luogo della sua teofania più drammatica; è vero che, nel resto della Grecia, san Demetrio ne aveva preso il posto, divenendo il patrono dell’agricoltura, ma a Eleusi si parlava – e si parla ancora – di santa Demetra, santa sconosciuta altrove e mai canonizzata. Fino all’inizio del XIX secolo, i contadini del villaggio coprivano ritualmente di fiori una statua della dea, perché essa assicurava la fertilità dei campi, ma, nonostante la resistenza armata degli abitanti, la statua fu rimossa nel 1820 da E. D. Clarke e offerta all’Università di Cambridge. Sempre a Eleusi, nel 1860, un sacerdote raccontò all’archeologo F. Lenormand la storia di santa Demetra: era una vecchia di Atene, cui un ‘Turco’ aveva rapito la figlia, che fu tuttavia poi liberata da un prode pallikar; e nel 1928 Mylonas sentì raccontare questa stessa storia da una nonagenaria di Eleusi.
“L’episodio più toccante della mitologia cristiana di Demetra avvenne all’inizio del febbraio 1940 e fu ampiamente riferito e discusso dalla stampa ateniese. A una fermata dell’autobus Atene-Corinto salì una vecchia, ‘magra e rinsecchita, ma con grandi occhi molto vivaci’; poiché non aveva denaro per pagare il biglietto, il controllore la fece scendere alla stazione seguente – quella di Eleusi, appunto. Ma il conducente non riuscì più a mettere in moto l’autobus e, alla fine, i viaggiatori decisero di fare una colletta per pagare il biglietto della vecchia. Questa risalì sull’autobus, che ora poté ripartire. Allora la vecchia disse: ‘Avreste dovuto farlo subito, ma siete degli egoisti; e già che sono qui, vi voglio dire ancora una cosa: sarete castigati per il modo in cui vivete; vi saranno tolte persino l’erba, e l’acqua!’. ‘Non aveva ancora finito la sua minaccia – continua l’autore dell’articolo pubblicato sull’Hestia - ed era scomparsa… Nessuno l’aveva vista scendere. E si andò a riguardare il blocchetto dei biglietti per convincersi che era veramente stato staccato un biglietto.
“Riportiamo a mo’ di conclusione, la cauta osservazione di Charles Picard: ‘Credo che, dinanzi a questo aneddoto, gli ellenisti non potranno fare a meno di ritornare con la memoria a certi passi del celebre Inno omerico, dove la madre di Kjore, tramutatasi in vecchia nel palazzo del re eleusino Celeo, profetizzava anche in quell’occasione e – rimproverando gli uomini per la loro empietà – annunciava, in un impeto di collera, terribili catastrofi in tutta la regione.”
Nell’Occidente latino vi è pure una certa fioritura filosofico-letteraria della cultura pagana nel IV e V secolo, anche se meno profonda e originale, sul piano strettamente specultativo, di quella del mondo greco-orientale. Si segnalano storici vigorosi come Ammiano Marcellino, poeti come Decimo Magno Ausonio (un cristiano assai tiepido, impregnato di cultura classica), Claudio Claudiano e Rutilio Namaziano; oratori come Quinto Aurelio Simmaco; traduttori e commentatori di opere filosofiche come Vettio Agorio Pretestato, G. Mario Vittorino e Virio Nicomaco Flaviano (traduttore della già citata Vita di Apollonio di Tiana di Filostrato e caduto, come si è detto, nella battaglia del Frigido); grammatici come Elio Donato ed eruditi come Ambrosio Teodosio Macrobio e Marziano Felice Capella. Vi è un momento, verso gli anni ’80 del IV secolo, in cui la bilancia fra cristianesimo in ascesa (ma lacerato da feroci lotte interne: “lotte di bestie feroci”, scrive Ammiano Marcellino) e paganesimo declinante (ma ancora relativamente forte, specie nell’Occidente latino) sembra sospesa in equilibrio. È in tale contesto che si colloca la disputa sull’Altare della Vittoria, in cui si affrontano – a distanza – due fra i massimi esponenti delle rispettive culture e religioni: il vescovo di Milano, Ambrogio, e il prestigioso oratore e scrittore Quinto Aurelio Simmaco, praefectus Urbi al tempo dell’imperatore Graziano (384-385).
Nell’aula della Curia era stata posta da Augusto la statua della Vittoria (come riferisce Dione Cassio), presso l’omonimo altare, e vi era rimasta (affermanoSvetonio, Lampridio, Erodiano) fino al IV secolo. Ai suoi piedi i senatori usavano bruciare l’incenso, eseguire della musica durante i sacrifici, prestare giuramento. Rimossa, per breve tempo, all’epoca della visita a Roma di Costanzo, nel 357; ricollocata subito dopo o, al più tardi, sotto Giuliano (361-363); era stata rimossa in maniera formale per volere dell’imperatore Graziano nel 382, nel contesto di una più ampia legislazione anti-pagana (abolizione della carica di Pontifex Maximus; abolizione delle immunità e delle sovvenzioni statali alle Vestali e ai collegi sacerdotali). Da Roma, allora, parte per Milano (allora capitale della pars Occidentis) una delegazione di senatori per chiedere la revoca del provvedimento: Graziano, su consiglio di Ambrogio, non la riceve nemmeno. L’anno dopo, il 383, l’imperatore cade assassinato – a Lione – per mano dell’usurpatore Massimo; il nuovo imperatore, Valentiniano II, è un bambino dodicenne che a stento riesce a conservare l’Italia, sotto la tutela della madre Giustina (ariana e, perciò, nemica di Ambrogio. Il debolissimo sovrano, per reggersi in qualche modo, deve appoggiarsi anche sull’ancor forte elemento pagano: sono pagani i comandanti militari Bautone e Rumorido; il prefetto di Roma, Vettio Agorio Pretestato; il prefetto del Pretorio, Quinto Aurelio Simmaco. Così, nel 384, una seconda delegazone senatoria parte per Milano e Simmaco può leggere la sua orazione davanti al consistorium e alla presenza dell’imperatore. Orazione che risulta così abile e pacata, che gli stessi membri cristiani del Sacro Consiglio sembrano profondamente scossi e propensi non solo a cedere alla richiesta che la statua venga ricollocata in Senato, ma che gli stessi editti anti-pagani di Graziano siano abrogati.
“Restauriamo, quindi, i riti e i culti , che così lungamente protessero il nostro Stato. Possiamo certo noverare prìncipi seguaci dell’una e dell’altra fede: d’essi, i primi han professato la religione dei padri, altri, più vicini a noi, pur non professandola, non l’hanno soppressa. Ora, se non serve a voi d’esempio la religione dei primi, vogliate almeno ispirarvi alla tolleranza di quegli altri”. (“Si exemplum non facit religio veterum, faciat dissimulatio proximorum”). Un discorso, dunque, tutto ispirato al valore della tolleranza, della pacificazione. Ma la reazione di Ambrogio è immediata e durissima. Scrive una prima lettera al’imperatore-bambino, chiedendo – di fatto, ordinando – di avere copia della relazione di Simmaco, onde poterla studiare con calma (lettera XVII): “Ond’è che, poiché devi riconoscere che accogliere le richieste dei gentili vuol dire recare offesa innanzitutto a Dio e quindi a tuo padre e a tuo fratello [entrambi defunti], chiedo che tu faccia solo ciò che può giovare alla tua salvezza presso Dio.” (“Unde cum id advertas, imperator, deum primum, inde patri et fratri iniurias irrogari, si quid tale decernas, peto ut id facias, quod saluti tuae apud eum intelligi profuturum”). Una minaccia, dunque, neanche tanto velata; oltre che una strumentalizzazione della politica religiosa di Valentiniano I, improntata a larga ed energica tolleranza. Quindi, avuta dalla cancelleria imperiale copia della relatio di Simmaco, Ambrogio indirizza una seconda e più lunga lettera a Valentiniano II (la XVIII), ancor più energica: “E invero, a chi asserisce che non seguendo una sola via è dato penetrare nei segreti recessi dell’Essere, così replichiamo: quel che voi ignorate, noi l’abbiamo appreso dalla voce stessa di Dio; e quel che cercate per incerte vie, noi sappiamo in modo certo dalla stessa sapienza e verità divina”. (“Quod vos ignoratis, id nos dei voce cognovimus. Et quod vos suspicionibus quaeritis, nos ex ipsa sapientia dei et veritate compertum habemus”). E prosegue: “Ma, a sentir Simmaco, son da restituire i simulacri ai loro altari, i loro ornamenti ai templi. Ora, perché non chiedono i gentili coteste cose a quei ch’anno le stesse loro superstizioni? Un imperatore cristiano non può onorare che l’altare di Cristo”. (“Christianus imperator aram solius Christi didicit honorare”). Perché vogliono costringere mani pie e labbra fedeli a porsi a servizio dei loro sacrileghi culti? Risultato: anche questa volta le speranze dei senatori pagani finiscono deluse: la statua non viene ripristinata nella Curia.
Su questa vicenda Fabrizio Canfora, curatore di un’utile monografia per i tipi dell’editore Sellerio (citata in bibliografia), opera una sottile distinzione fra intolleranza repressiva (quella dei pagani contro i cristiani dei primi tre secoli) e intolleranza liberatrice (quella dei cristiani che, diventati padroni dello Stato, son costretti a negarla a quelle forze conservatrici – i pagani – che non accettano l’idealità nuova, la più viva e intensa spiritualità, il messaggio sociale rivolto a sollevare le masse dalla loro condizione subalterna portato, appunto, dal cristianesimo. Perché “l’intolleranza liberatrice” è la sola via che conduce – afferma -, nelle società umane, alla riduzione e all’eliminazione progressiva di forme storicamente determinate di discriminazione, di servitù. Vengono in mente, davanti a questi argomenti di Canfora, quelli con cui Lenin giustifica lo scioglimento dell’Assemblea Costituente nel 1917 (che aveva sonoramente bocciato i bolscevichi e premiato, invece, i socialrivoluzionari) in nome di una democrazia proletaria più avanzata della vecchia e “superata” democrazia borghese. Fabio Canfora conclude, infatti, testualmente: “è evidente che tollerante è Simmaco, ma d’una tolleranza, come s’è definita, repressiva; che intollerante è Ambrogio, ma d’una intolleranza, per i problemi e le istanze dei suoi tempi, liberatrice”.
Che dire di una tale interpretazione della vicenda relativa all’Altare dell Vittoria? Secondo noi, è possibile consentire alle tesi di Canfora ad una sola condizione: quella di accettare, manicheisticamente, l’assoluta superiorità morale e sociale del cristianesimo (ma quale? quello dei Vangeli o quello di Ambrogio? e quello dei Vangeli canonici o quello dei Vangeli gnostici?) di fronte a un paganesimo identificato con quanto di peggio (imperialismo, schiavitù, violenza) aveva prodotto il mondo antico. È la tesi, parecchio semplificatrice, di Leopoldo Montanari: “La rivoluzione cristiana consiste in questo: essa ha creato un nuovo tipo di uomo, radicalmente diverso da quello antico… L’uomo vecchio è l’uomo-istinto, l’uomo-animale da preda, che considera l’esistenza una lotta continua di tutti contro tutti, e che vede nella guerra l’attività più nobile e più alta. Questo tipo di uomo si formò nelle età più antiche, quando (…) il guerriero diventò l’uomo-modello, il tipo di uomo più perfetto da imitare, e il coraggio, la forza fisica, l’astuzia, la durezza spietata, la crudeltà si affermarono come le doti più importanti e più pregevoli. Questi ideali furono ereditati e conservati anche dalle grandi civiltà antiche. Roma e la Grecia si educarono leggendo l’Iliade di Omero, il poema della guerra, degli odî, delle vendette feroci, delle ire implacabili. Il cristianesimo si oppose radicalmente a tali idee e creò un nuovo ideale di uomo. L’uomo cristiano è l’uomo-spirito, cioè un essere che non è solo istinto ma anche e soprattutto anima. L’esistenza non deve essere una lotta di tutti contro tutti, ma un lavoro concorde, compiuto per sopportare con minor pena le fatiche inevitabili che la vita stessa ci porta, e per affrontarne insieme i problemi. L’uomo nuovo, perciò, ci propone come modello non più il guerriero, ma il lavoratore. Gesù non era forse un falegname e i suoi primi seguaci, pescatori e contadini? Le virtù da ammirare e seguire non sono la forza, il coraggio e l’eroismo guerrieri, ma la pazienza, la laboriosità, il cuore puro, l’umiltà, il senso della giustizia. All’ira vendicativa, tanto celebrata dai poeti classici, si contrappone l’amore e il perdono…” (da L. Montanari, Storia e civiltà dell’uomo, Bologna, 1967, vol. 1, p. 286).
Semplificazioni e generalizzazioni eccessive ci sembrano alla base di questo ragionamento: come se il cristianesimo, fin dai suoi esordi quale religione organizzata, fosse stato un radicale e improvviso voltar pagina; come se, nella sua storia primitiva, non si trovassero innumerevoli passaggi che testimoniano come non tutta la purezza, l’innocenza e la mansuetudine fossero sempre e solo dalla sua parte; mentre il paganesimo (come vorrebbe San Paolo nell’Epistola ai Romani) non fu solo e unicamente una sentina dei più turpi vizi che l’umanità abbia mai nutrito in seno. Vogliamo ricordare che, nella contesa per l’elezione pontificale del 384, i partigiani dei due opposti candidati, Damaso e Ursino, al termine di scontri sanguinosi lasciarono decine di cadaveri sulle strade e nelle chiese di Roma? Che ad Alessandria d’Egitto, verso il 415, i cristiani della città assassinarono con crudeltà inaudita, scorticandola con gli orli taglienti dei gusci d’ostrica, la filosofa Ipazia, personaggio tanto puro ed eccelso della cultura neoplatonica che il vescovo Sinesio di Cirene (cresciuto alla sua scuola), nonostante la differenza di fede, l’aveva chiamata “sorella, madre, amica e maestra”? E che nel 383 la Chiesa cattolica aveva inaugurato la tragica e millenaria tradizione di mandare al rogo i suoi membri considerati eretici, bruciando tra le fiamme Priscilliano di Avila sotto l’accusa di magia e manicheismo? No, decisamente non è per via empirica (e nemmeno, secondo noi, per via teorica) che si può legittimamente parlare di intolleranza liberatrice, espressione intrinsecamente contraddittoria e politicamente inaccettabile (vorremmo dire di più: radicalmente anticristiana e non solo per la giustificazione della violenza, ma per la sua tortuosa apologia). Del resto, la storia viene scritta ai vincitori: e Teodosio, con gli editti anti-pagani fra il 380 e il 390, aveva spento con la forza il paganesimo. Che poi esso fosse già languente per propria debolezza, è altra questione; ma non si può dire che la sua auto-consunzione fosse certa, se ancora nella più tarda antichità era in grado di esprimere figure notevoli quali PorfirioGiamblico e Proclo. Potremmo dissertare all’infinito circa le rispettive virtù e i rispettivi limiti delle due religioni, ma sarebbe un esercizio intellettuale gratuito; l’unica cosa che potremmo dire è che non sarebbe storico confrontare il cristianesimo deiVangeli con il paganesimo ignorante e superstizioso del IV o V secolo. Anche il cristianesimo dei primi secoli ebbe, specialmente dopo Costantino, le sue folle ignoranti e superstiziose: quelle, per intenderci, che incendiarono il Serapeion di Alessandria e che distrussero la celebre biblioteca, uno dei massimi monumenti della cultura antica. Si può anzi affermare che fu proprio l’opera dei monaci del deserto, capaci di infiammare e scatenare le folle cittadine, a fare del cristianesimo una religione delle masse e a dargli, in tal modo, quella carica di aggressività e quella intensità di consensi che gli avrebbe assicurato la vittoria finale. Ma è noto che le religioni, come le culture, non scompaiono mai del tutto; larghi elementi della cultura e della religione pagana penetrarono nel cristianesimo, specie attraverso il platonismo, tanto da formare con esso un tutto unico e indistinguibile. Nasceva così, sullo scorcio del mondo antico, l’Europa cristiana: ma le sue radici non erano solo giudeo-cristiane, bensì anche greco-romane, come l’esempio del culto di santa Demetra – riferito da Mircea Eliade – bene illustra. Tanto a livello delle persone colte che a livello della cultura popolare, il paganesimo non è mai morto: si è semplicemente trasformato.
Appendice: Una vittoria miracolosa
“La battaglia del fiume Frigido durò vari giorni e sembrò più volte sul punto di risolversi a favore di Flavio Eugenio. All’improvviso, però, un forte vento mise in difficoltà l’esercito ribelle e consegnò la vittoria all’imperatore: un chiaro segno del favore divino, secodo gli storici cristiani che consideravano la battaglia come uno scontro tra la superstizione e la vera fede. Ecco come il monaco Rufino (345-410 circa) ricorda l’episodio.
“Per molto tempo la vittoria fu incerta. I barbari che prestavano il loro servizio nell’esercito romano erano allo sbando e fuggivano di fronte al nemico. Ciò non avvenne affinché Teodosio fosse vinto, ma perché non sembrasse vincere grazie ai barbari.
“Teodosio, quando vide le sue schiere in fuga, in piedi su un’alta roccia da dove poteva vedere ed essere visto dai due eserciti, dopo aver posato le armi, fece ricorso all’aiuto che gli era più familiare e, inginocchiato davanti a Dio, disse: ‘Dio onnipotente, tu sai che io ho ingaggiato questa battaglia nel nome di Cristo tuo Figlio, per compiere una vendetta che ritengo giusta: se non è così puniscimi. Ma se sono giunto fin qui per una causa degna di lode e fidando in te, aiuta i tuoi. Fa’ che i popoli non debbano dire: Dov’è il loro Dio?’
“A stento gli empi crederanno a ciò che accadde. Ma è provato che, appena l’imperatore rivolse a Dio questa preghiera, si alzò un vento così forte che le frecce de nemici tornavano su chi le aveva scagliate. Poiché il vento soffiava senza tregua con grande violenza, qualsiasi giavellotto lanciato dal nemico andava a vuoto; e così l’animo dei nemici fu spezzato o piuttosto divinamente respinto. Eugenio fu portato ai piedi di Teodosio con le mani legate dietro la schiena. Fu quella la fine della sua vita e della battaglia. (Rufino, Storia ecclesiastica.)
Tratto da PALAZZO, M. –BERGESE, M., Clio Reporter, La Scuola, 2002, vol. 2, p.54.
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