domenica 31 ottobre 2010

La legge del Karma e del dolore


Berlusconi si è portato il Karma del Marchese Casati Stampa avendo acquistato, o arraffato, la villa di Arcore, dall'infante erede tutelata (per modo di dire) proprio dall'avvocato Previti. Gli annessi e connessi di quella truce vicenda dell'omicidio e del suicidio di via Puccini operato dal marchese Casati Stampa verso la moglie e il presunto amante.-Il delitto di via Puccini designa un evento di cronaca nera verificatosi a Roma il 30 agosto 1970. Si tratta di un duplice omicidio seguito dal suicidio dell'assassino- Dolore unito a dolore in una storia inimmaginabile per quei tempi dominati dall'ipocrisia cattolico democristiana.

La vicenda ebbe ampia risonanza all'epoca per via dei personaggi coinvolti: il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino (Roma, 1927), sua moglie, Anna Fallarino (Amorosi, 1929) e l'amante di questa voluto dal marito per porre in essere un gioco legato alla impotenza morale e mentale o forse alla ricerca di una sacralità legata alla iera porneus arcaico Mediterranea. Personaggi significativi di un'epoca di transizione dove tutto è rottura con un passato di ipocrisia e perbenismo insulso.

Ecco che la Villa San Martino ,oggi villa di Silvio Berlusconi lungo il Lambro ad Arcore, porta con se tutta una serie di risvolti negativi e degeneri di una storia truce e pesante. Quella dimora di Arcore comporta un coinvolgimento altamente occulto da paragonarsi al " diamante maledetto Hope".
Il marchese Casati Stampa ha sicuramente aperto un "varco"in una tragedia famigliare che sfocia nel sacrificio profondo e doloroso, un vortice che attira come una calamita tutti coloro che si accollano la proprieta di Arcore, dolore a dolore che si perpetua.
Berlusconi proprio grazie a quel luogo si accolla tutta una serie di negatività e di danni.
Sebbene il Presidente cerchi l'immortalità attraverso il tantra di uan possibile via sessuale, sta attirando eventi altamente devastanti per la sua persona che lo porteranno alla completa disfatta se non abbandonerà quella dimora.

martedì 26 ottobre 2010

una risposta possibile: Non comprare le Fiat!




la’utocarro 18BL del 1917 protagonista della prima Guerra Mondiale




I danni di una industria che era parte dello stato, sostenuta da Mediobanca, con la Prima Guerra Mondiale 1915- 1918 iniziò ad avere degli utili notevoli proprio costruendo veicoli bellici e aerei anche se il paese versava in una crisi tragica e così successe nella II Guerra Mondiale. Ha letteralmente sconvolto il paese che nel primo dopoguerra fu indotto a lasciare il trasporto fluviale e il trasporto marittimo a favore di quello su gomma. Ha spostato masse bibliche dal sud a Torino,attravero il famigerato "Treno del Sole". Ha intensificato la produzioni di prodotti bellici dalle bombe agli elicotteri.
Ha voluto dallo Stato l'AlfaRomeo "gratis et amore dei" per poi cancellarla definitivamente mantenendo solo il marchio svuotato , ha assorbito la prestigiosa Lancia, la De Tomaso, L'innocenti ecc.Ha intensificato la costruzione dei trattori spinta dai prestiti del piano verde ai contadini a fondo perduto.
Ha succhiato denari ed energie per ogni stabilimento costruito, ha condizionato la politica e le scelte parlamentari. La famiglia Agnelli attraverso l'ingegneria finanziaria ha trasformato la proprietà azionaria del 3% nel potere spotico. Un vero flagello per l'Italia. Vada pure dove vuole ma si ricordi che gli italiani prima di comprare Fiat ci penseranno bene. Ultimamente ha fornito circa 50 autolettighe usate dal governo cinese per eseguire le condanne a morte portando direttamente il condannato dal penitenziario al cimitero. Alla Fiat non interessa l'uomo, al centro dei suoi interessi c'è altro. Non comprerò più fiat.

domenica 24 ottobre 2010

Forse la rivoluzione nel fotovoltaico




STAMPARE IN CASA I PANNELLI SOLARI
Una società americana ha dimostrato che basta una stampante a getto d'inchiostro e un foglio di plastica sottile e flessibile per produrre celle solari a basso costo


Già attiva nello sviluppo e commercializzazione di un materiale che trasforma la luce in energia, il Power Plastic, una società del Massuchssetts, Konarka Technologies, ha presentato i risultati di una ricerca sull'uso della tecnologia di stampa a getto d'inchiostro come strumento di fabbricazione di celle solari ad alta efficienza. Lo studio ha dimostrato la possibilità di stampare in casa, in modo semplice e fai-da-te, pannelli solari utilizzando solamente una stampante e un foglio di plastica sottile e flessibile. Dalla testina della stampante invece dell'inchiostro esce un polimero organico, una miscela di fullerene che è in grado di convertire la luce solare in elettricità. Le sostanze impiegate possono essere lavorate e stampate con facilità senza necessità di ulteriori verniciature. In pratica la stampa a getto d'inchiostro, comunemente impiegata per lo stampaggio controllato di materiali funzionali su superfici di substrati e pellicole polimeriche di grandi dimensioni, può essere utilizzata, secondo la ricerca condotta da Konarka, per la produzione, in casa o in ufficio, di celle fotovoltaiche organiche a film sottile che risultano avere la stessa efficienza di quelle realizzate in una “clean room”. Questa tecnica di produzione risulterebbe leggera, poco costosa e soprattutto versatile, consentendo di creare prodotti di diversi colori, modelli e potenza diversa a seconda del risultato da ottenere. Una tecnologia più economica rispetto a quella basata sul silicio, ma ancora da sviluppare dal punto di vista commerciale.

Le celle solari fai-da-te

Baratti iraniani di Massimo Fini





Per capire com’è conciata la Nato in Afghanistan bastano due episodi accaduti questa settimana. Lunedì c’è stato, a Roma, l’incontro dei rappresentanti dei 45 Stati che occupano quel Paese. Inaspettatamente era presente un iraniano di alto livello, Alì Oanezadeh, verso il quale gli americani si sono mostrati insolitamente cordiali. Alla fine Holbrooke ha detto: “Riconosciamo che l’Iran ha un ruolo da giocare per una soluzione”. Ma come? L’Iran non era uno dei tre Paesi dell’”asse del Male“, uno degli “Stati canaglia“, violatore dei “diritti umani“? E la povera Sakineh, in fondo solo colpevole di aver fatto accoppare il marito? Tutto messo nel ripostiglio, per il momento. Per piegare l’Afghanistan va bene anche l’Iran.

Mi ha chiamato la Radio iraniana e l’intervistatrice, Amina Rasj, mi ha chiesto che cosa ne pensassi di queste profferte americane. Ho risposto che, a mio avviso, accettarle sarebbe per l’Iran un grave errore politico oltre che un’infamia. “Un errore perché se agli americani riesce una ‘exit strategy’ dall’Afghanistan il prossimo obiettivo siete voi. Un’infamia perché andreste ad aiutare Golia contro Davide, contro un Paese che lotta, da solo, contro mezzo mondo”. Ma dubito che gli iraniani ci sentano da questo orecchio. Sono sempre stati ostili ai talebani, perché li vedono come dei concorrenti ideologici, più “duri e puri”, e non li hanno mai aiutati.



Il secondo episodio riguarda le notizie che sarebbero in corso trattative a Kabul fra Karzai e “alti comandi” talebani legati direttamente al Mullah Omar sotto il patrocinio del mitico generale Petraeus che avrebbe addirittura facilitato il trasferimento, via aereo, di questi negoziatori dai loro “covi” in Pakistan a Kabul. Una balla ridicola. Se gli americani avessero saputo dove si trovavano questi “alti comandi” li avrebbero già fatti fuori come han fatto con altri leader talebani. È una manovra per cercare di dividere i talebani, come afferma Abdul Salan Zaeef, ex ambasciatore del governo talebano a Islamabad, catturato dopo la caduta dell’Emirato e, prima di finire a Guantanamo, passato per le carceri di Bagram e Kandahar dove è stato denudato e deriso dai militari americani, uomini e donne, mentre un altro scattava fotografie, ma che da tempo si è staccato dal movimento del Mullah Omar. All’inviato del Corriere, Lorenzo Cremonesi, che gli chiedeva se i guerriglieri non fossero indotti alla trattativa perché nell’ultima offensiva di Petraeus avrebbero perso quasi 5000 uomini, Zaeef ha risposto: “Chi mette in giro questa leggenda non sa nulla degli afghani. Se uccidono mio fratello devi morire pur di vendicarlo… Petraeus ha lanciato un’offensiva massiccia ma ha rilanciato la guerriglia. Siamo fatti così. La guerra è parte della nostra cultura. Più ci ammazzano e più diventiamo coriacei”.

In realtà contatti fra emissari di Karzai e di Omar sono in corso da un anno. Non a Kabul, in Arabia Saudita sotto il patrocinio del principe Abdullah. Ma la precondizione posta da Omar è che prima di iniziare qualsiasi trattativa le truppe straniere se ne devono andare. E dice Zaeef: “Queste condizioni non sono mai cambiate. Per i talebani l’Afghanistan è dal 2001 sotto occupazione, non riconoscono Karzai, il governo, la Costituzione, le elezioni. E quindi prima la coalizione si ritira. Poi ci penseranno i talebani a trattare con il resto del Paese”. Sarebbe giusto così: sono gli afghani che devono decidere del proprio destino. E la “exit strategy“? Siamo noi che abbiamo creato “il pantano afghano” ed è giusto che ne usciamo coperti del fango che ci siamo meritati.



Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it

sabato 23 ottobre 2010

Santo Cardinale Bellarmino inquisitore di Bruno


Questo è il Santo cardinale Bellarmino che ha condannato al rogo Giordano Bruno.

Giordano Bruno prima di morire ebbe la forza di pronunciare parole ormai libere dall'odio e dalla resistenza della carne, anche se la mordacchia gli aveva inchiodato la lingua e la sua bocca era irrorata dal sangue a causa di questo strumento di tortura applicatogli negli ultimi tre giorni della sua vita, affinchè non parlasse.

Prima di morire, in piena consapevolezza, ebbe a pronunciare, con grande difficoltà queste parole
Con questo fuoco la mia anima salirà al cielo con più facilitàCHE LE DIVINITA' SIANO CON TE E CON TUTTI COLORO CHE SONO PERSEGUITATI IN OGNI EPOCA E LUOGO. Bruno fu arso al rogo per ordine del Cardinale San Bellarmino, la sua cultura e il suo sapere erano non solo pericolosi, ma dirompenti. Per Bruno le liturgie della chiesa erano frutto degli antichi culti pagani, la Madonna non era vergine, Cristo era un'invenzione. Esistevano Infiniti Mondi.............Poteva ritrattare e avrebbe così salvato la vita, ma preferì essere coerente con le sue idee e farsi uccidere per queste. Quante persone hanno arso al rogo, torturato, umiliato, vilipeso, in nome di Cristo e delle sacre scritture. Le religioni uccidono in nome di Dio!

martedì 19 ottobre 2010

La bufala di Giulietta e Romeo


Il balcone proveniente da una demolizione operata ai primi del novecento nell'Isolo.

Giulietta e Romeo la più grande bufala di questi ultimi due secoli. Una storia che nasce dalla letteratura Assiro-Babilonese e passa per i miti ellenici per approdare al Cunto delle Cunti fino a da Ponte, così è copiata da William Shakespeare, certo un maestro dell'esoterismo, ma i più non ne hanno compreso il senso. Per Verona questa e una storia decisamente farlocca come la casa di Giulietta, che era dei Cappello ( i Capuleti non sono mai esistiti a Verona e i Montecchi erano vicentini) il balcone installato ai primi del novecento dal sopraintendente Avena, il sarcofago che avrebbe ospistato Giulietta, stando alle parole di Joseph Rudyard Kipling in visita a Verona fu definito: una mangiatoia per animali o porci.
Mandrie di turisti , vengono ogni giorno a Verona per recarsi a vedere ciò che non è mai esistito, romanticismo degradato e degradante.
Trascurano la Verona vera e senza tempo che lascia tutte le sue testimonianze vive e presenti: la Verona romana, medioevale, rinascimentale, barocca,......
Questo per noi veronesi è un mito degradante e degradato da una serie infinita di assessori alla cultura che dell'ignoranza ne hanno fatto il loro vessillo.
[B]Forse la discussione non lo meritava[/B], ma è ora di dire la verità su questo ormai degenerato mito, che l'ottusità alimenta convinta possa portare vantaggi alla città, mentre ne degrada ulteriormente l'intima e profonda essenza. Verona è molto altro per fortuna! E' solo uno sfogo.
Grazie per avermi sopportato.

sabato 16 ottobre 2010

L'india più remota

L'India più remota dove l' uomo dialoga con l' ignoto
di Roberto Calasso - 14/10/2010

Fonte: Corriere della Sera

Né oggetti né immagini: la civiltà vedica lasciò solo parole

E rano esseri remoti, non solo dai moderni ma dai loro contemporanei
antichi. Distanti non già come un' altra cultura, ma come un altro
corpo celeste. Così distanti che il punto da cui vengono osservati
diventa pressoché indifferente. Che ciò avvenga oggi o cento anni or
sono, nulla di essenziale cambia. Per chi è nato in India alcune
parole, alcuni gesti, alcuni oggetti potranno suonare più familiari,
come un invincibile atavismo. Ma sono lembi dispersi di un sogno di
cui si è annebbiata la vicenda. Incerti i luoghi e i tempi in cui
vissero. I tempi: più di tremila anni or sono, ma le oscillazioni
nelle date, fra uno studioso e l' altro, rimangono notevoli. L' area:
il nord del subcontinente indiano, ma senza confini precisi. Non
lasciarono oggetti né immagini. Lasciarono soltanto parole. Versi e
formule che scandivano rituali. Meticolose trattazioni che
descrivevano e spiegavano quegli stessi rituali. Al centro dei quali
appariva una pianta inebriante, il soma, che ancora oggi non è stata
identificata con sicurezza. Già allora ne parlavano come di una cosa
del passato. Apparentemente non riuscivano più a trovarla. L' India
vedica non ebbe una Semiramide né una Nefertiti. E neppure un
Hammurabi o un Ramses II. Nessun De Mille è riuscito a metterla in
scena. Fu la civiltà dove l' invisibile prevaleva sul visibile. Come
poche altre, fu esposta a essere incompresa. Per capirla, è inutile
ricorrere agli eventi, che non hanno lasciato tracce. Rimangono solo
testi: il Veda, il Sapere. Composto di inni, invocazioni, scongiuri,
in versi. Di formule e prescrizioni rituali, in prosa. I versi sono
incastonati in momenti delle complicatissime azioni rituali. Le quali
vanno dalla doppia libagione, agnihotra, che il capofamiglia è tenuto
a compiere da solo, ogni giorno, per quasi tutta la vita, fino al
sacrificio più imponente - il «sacrificio del cavallo», ashvamedha -,
che implica la partecipazione di centinaia e centinaia di uomini e
animali. Gli Arya («i nobili», così gli uomini vedici chiamavano se
stessi) ignorarono la storia con una insolenza che non ha uguali nelle
vicende di altre grandi civiltà. Dei loro re conosciamo i nomi
soltanto attraverso accenni nel Rigveda e aneddoti narrati nei
Brahmana e nelle Upanishad. Non si preoccuparono di lasciare memoria
delle loro conquiste. E anche negli episodi di cui è giunta notizia
non si tratta tanto di imprese - belliche o amministrative -, ma di
conoscenza. Se parlavano di «atti», pensavano soprattutto ad atti
rituali. Non meraviglia che non abbiano fondato - né abbiano mai
tentato di fondare - un impero. Preferirono pensare qual è l' essenza
della sovranità. La trovarono nella sua duplicità, nel suo spartirsi
fra brahmani e kshatriya, fra sacerdoti e guerrieri, auctoritas e
potestas. Sono le due chiavi, senza le quali nulla si apre, su nulla
si regna. Tutta la storia può essere considerata sotto l' angolo dei
loro rapporti, che incessantemente mutano, si aggiustano, si occultano
- nelle aquile bicipiti, nelle chiavi di san Pietro. C' è sempre una
tensione, che oscilla fra l' armonia e il conflitto mortale. Su quella
diarchia e sulle sue inesauribili conseguenze la civiltà vedica si è
concentrata con la più alta e sottile chiaroveggenza. Il culto era
affidato ai brahmani. Il governo agli kshatriya. Su questo fondamento
si erigeva il resto. Ma, come tutto ciò che accadeva sulla terra,
anche quel rapporto aveva il suo modello in cielo. Anche lì c' erano
un re e un sacerdote: Indra era il re, Brihaspati il brahmano dei
Deva, il cappellano degli dèi. E solo l' alleanza fra Indra e
Brihaspati poteva garantire la vita sulla terra. Però fra i due si
interponeva subito un terzo personaggio: Soma, l' oggetto del
desiderio. Un altro re e un succo inebriante. Che si sarebbe
comportato in modo irrispettoso ed elusivo verso i due rappresentanti
della sovranità. Indra, che si era battuto per conquistare il soma,
alla fine ne sarebbe stato escluso dagli stessi dèi a cui lo aveva
donato. E Brihaspati, l' inavvicinabile brahmano dalla voce di tuono,
«nato nella nuvola»? Il re Soma, «tracotante per la eminente sovranità
che aveva raggiunto», rapì sua moglie Tara e si congiunse con lei, che
dal suo seme generò Budha. Quando il figlio nacque, lo depose su un
letto di erba munja. Brahma allora chiese a Tara (e fu l' acme della
vergogna): «Figlia mia, dimmi, questo è il figlio di Brihaspati o di
Soma?». Allora Tara dovette riconoscere che era figlio del re Soma,
altrimenti nessuna donna sarebbe stata creduta in futuro (ma qualche
ripercussione della vicenda continuò a trasmettersi, di eone in eone).
E ci fu bisogno di una feroce guerra fra i Deva e gli Asura, gli
antidèi, perché Soma si convincesse alla fine a restituire Tara a
Brihaspati. Dice il Rigveda: «Tremenda è la moglie del brahmano, se
viene rapita; ciò crea disordine nel cielo supremo». Tanto doveva
bastare per gli improvvidi umani, che talvolta si domandavano perché e
intorno a che cosa si battessero i Deva con gli Asura nel cielo, in
quelle loro sempre rinnovate battaglie. Ora lo avrebbero saputo: per
una donna. Per la donna più pericolosa: per la moglie del primo fra i
brahmani. Non c' erano templi, né santuari, né mura. C' erano re, ma
senza regni dai confini tracciati e sicuri. Si muovevano
periodicamente su carri con ruote provviste di raggi. Quelle ruote
furono la grande novità che apportarono: prima di loro, nei regni di
Harappa e Mohenjo-daro si conoscevano solo le ruote compatte, solide,
lente. Appena si fermavano, si curavano soprattutto di installare
fuochi e accenderli. Tre fuochi, di cui uno circolare, uno quadrato e
uno a forma di mezzaluna. Sapevano cuocere i mattoni, ma li usavano
soltanto per costruire l' altare che stava al centro di un loro rito.
Aveva la forma di un uccello - un falco o un' aquila - dalle ali
spiegate. Lo chiamavano l' «altare del fuoco». Passavano la maggior
parte del tempo in una radura sgombra, in lieve pendio, dove si
affaccendavano attorno ai fuochi mormorando formule e cantando
frammenti di inni. Era un assetto di vita impenetrabile se non dopo un
lungo addestramento. La loro mente pullulava di immagini. Forse anche
per questo non si curarono di intagliare o scolpire figure degli dèi.
Come se, essendone già attorniati, non sentissero il bisogno di
aggiungerne altre. Quando gli uomini del Veda scesero nel Saptasindhu,
nella Terra dei Sette Fiumi, e poi nella pianura del Gange, il
territorio era in gran parte coperto da foreste. Si aprirono la via
con il fuoco, che era un dio: Agni. Lasciarono che disegnasse una
ragnatela di cicatrici. Vivevano in villaggi provvisori, in capanne su
pilastri, con muri di giunchi e tetti di paglia. Seguivano gli
armenti, spostandosi sempre più verso est. Talvolta arrestandosi
davanti a immense masse d' acqua. Fu quella l' epoca aurea dei
ritualisti. Allora, a qualche distanza dai villaggi e a qualche
distanza gli uni dagli altri, si potevano osservare gruppi di uomini -
una ventina ogni volta - che si muovevano su spazi brulli, intorno a
fuochi perennemente accesi, vicino a qualche capanno. Da lontano, si
udiva un brusio solcato da canti. Ogni dettaglio della vita e della
morte era in gioco, in quell' andirivieni di uomini assorti. Ma non si
poteva pretendere che ciò apparisse evidente agli occhi di uno
straniero. Ben poco di tangibile rimane dell' epoca vedica. Non
sussistono edifici, né monconi di edifici, né simulacri. Al più,
qualche frusto reperto nelle teche di alcuni musei. Edificarono un
Partenone di parole: la lingua sanscrita, poiché samskrita significa
«perfetto». Così disse Daumal. Qual era il motivo profondo per cui non
vollero lasciare tracce? Il solito supponente evemerismo occidentale
subito si appellerebbe alla deperibilità dei materiali in clima
tropicale. Ma la ragione era un' altra - e i ritualisti vi
accennarono. Se l' unico evento imprescindibile è il sacrificio, che
fare di Agni, dell' altare del fuoco, una volta concluso il
sacrificio? Risposero: «Dopo il completamento del sacrificio, esso
ascende ed entra in quello splendente (sole). Perciò non ci si deve
preoccupare se Agni viene distrutto, perché allora egli è in quel
disco laggiù». Ogni costruzione è provvisoria, incluso l' altare del
fuoco. Non è qualcosa di fermo, ma un veicolo. Una volta compiuto il
viaggio, il veicolo può anche essere fatto a pezzi. Perciò i
ritualisti vedici non elaborarono l' idea del tempio. Se tanta cura
veniva dedicata a costruire un uccello, era perché potesse volare. Ciò
che a quel punto rimaneva sulla terra era un involucro di polvere,
fango secco e mattoni, inerte. Lo si poteva abbandonare, come una
carcassa. Presto la vegetazione lo avrebbe ricoperto. Intanto, Agni
era nel sole.

venerdì 15 ottobre 2010

Caro Ivan le tue idee camminano




Ivan Illlich e la speranza
di Daniele Barbieri - 14/10/2010

Fonte: danielebarbieri



Si è svolto a Senigallia, in località Sant’Angelo, un seminario di
studi dedicato al pensiero di Ivan Illich e all’analisi delle modalità
di vita della società contemporanea.

Ivan Illich ha affrontato i principali miti e riti della modernità e
della post-modernità, denunciandone gli eccessi, le illusioni e
ricadute spesso devastanti . I suoi pamplhet anni 70 – Descolarizzare
la società, La Convivialità - lo hanno reso famoso nel mondo. Una
notorietà dalla quale Illich ha progressivamente preso le distanze,
per praticare una ricerca sempre più coinvolta nell’esperienza e nella
concreta comunanza di vita e di intenti; basti ricordare il suo
leggendario Cidoc – Centro interculturale di documentazione – attivo a
Cuernavaca , in Messico, dal 1966 al 1976, un libero cenacolo di studi
che, con la sua casa blanca, le sue living room consultations, il suo
giardino, ha riproposto in chiave moderna l’ideale delle antiche
scuole filosofiche della grecità.

Richiamandosi a questo exemplum illichiano il seminario di Senigallia
ha sperimentato una formula extra-vagante, che ha inteso unire alla
rigorosa dimensione teorica la celebrazione del “qui e ora” su questa
nostra terra, primo e ultimo monito di Illich a tutti i suoi
lettori-amici. I partecipanti convenuti da varie parti d’Italia sono
stati alloggiati convivialmente e accolti per i lavori nel grande
“refettorio” ricavato dalle vecchie stalle del casale ospitante. La
preparazione comunitaria dei pasti e la ricreazione con musiche dal
vivo a cura degli stessi partecipanti, tra cui il fisarmonicista
Salvatore Panu, hanno caratterizzato le tre giornate di un fine
settimana di settembre, in coincidenza della data di nascita di Ivan
Illich.

Sotto il titolo La rinascita dell’uomo epimeteico sono stati chiamati
a confrontarsi con le provocazioni del “radicalismo umanistico” di
Illich, come ebbe a definirlo Eric Fromm, studiosi di varia
provenienza. Il titolo ha preso le mosse dal mito greco – caro ad
Illich – di Prometeo (“colui che riflette prima”) ed Epimeteo (“colui
che capisce a posteriori”), interpretati come simboli di opposte
modalità antropologiche, secondo una “riabilitazione” della polarità
epimeteica; è stato approfondito il tema della speranza – unica a non
fuggire dal vaso di Pandora – quella speranza che Illich contrappone
ad “aspettativa” e coniuga non a qualche ingegneria esistenziale o
potere temporale bensì alla rigenerazione individuale e sociale di
libertà, proporzionalità e relazione.

Alberto Pancotti, curatore del seminario assieme a Giovanna Morelli,
si è soffermato sull’importanza della personalità del luogo; sua
l’idea di organizzare il seminario nel casale al centro delle terre di
famiglia, oggi destinate a produzione biologica e sede del MuSo, orto
collettivo di mutuo soccorso: un’ esperienza di eigenarbeit (arbeit:
lavoro, eigen: proprio, per sé) concetto saliente del pensiero sociale
di Ivan Illich.

Giovanna Morelli, membro del gruppo lucchese di studi illichiani Il
Granchio di Kuchenbuch , ha presentato i nuclei tematici del primo
grande pamphlet di Ivan Illich, Descolarizzare la società, un testo
che, partendo da una requisitoria contro l’istituzione scolastica
dell’obbligo, introduce al grande tema della de-istituzionalizzazione
della società “prometeica”, oggi società dei servizi, per un recupero
“epimeteico” della autonomia personale e di una ritrovata speranza
sociale come forza umana di relazione. Luigi Monti, pedagogista, si è
soffermato sull’ “antipedagogia” illichiana, nell’ambito degli ultimi
grandi maestri di un pensiero forte, da Ellul a Panikkar a Pasolini,
nominando quella “grazia sovversiva dei bambini” che ci auguriamo di
non dover mai perdere.

Il tema della speranza è stato ripreso da Dom Salvatore Frigerio,
biblista e monaco presso il convento benedettino di Monte Giove;
Frigerio ha parlato della speranza come forma di esistenza legata a un
comandamento, a una parola che crea, che apre il futuro e rivela
l’uomo a se stesso e alle proprie facoltà. Fabio Milana, fine curatore
de Il Pervertimento del cristianesimo (edizione breve del “testamento”
di Ivan Illich: I fiumi a nord del futuro) ha affrontato l’inedito
argomento della appartenenza ecclesiale del sacerdote Ivan Illich,
tanto polemico nei confronti del pervertimento istituzionale della
Chiesa, quanto fedele al magistero interiore della cristianità. Per
Roberto Mancini, filosofo, la crisi della speranza è crisi di
trascendenza, è l’orizzonte di una finitezza che non sa rivelare la
storia al suo senso interumano di libertà, di distanza critica dal
male.

Nella mattinata di domenica si sono succedute varie comunicazioni.
Aldo Zanchetta, promotore del gruppo Il Granchio di Kuchenbuch,
attingendo all’inedito epistolario tra Ivan Illich e Giulio Girardi,
ha ricostruito il loro colloquio anni ’70 , un faccia a faccia tra la
progettualità ideologica di Girardi e il superamento illichiano
dell’ideologia. Peter Kammerer, sociologo, ha introdotto a una
sorprendente convergenza fra Marx e Illich sul tema di
quell’illuminato edonismo, primo grande atto rivoluzionario, il quale
raffina l’uomo rispetto alla coazione dei bisogni primordiali. Massimo
Angelini, ruralista, ha motivato il suo richiamo a una parola non
specialistica, infine Beatrice Viti, neurologa, ha recato la sua
testimonianza di medico impegnato in una percezione olistica del
paziente.

Gli atti del seminario, in preparazione, possono essere prenotati
presso: albepanco1957@libero.it

martedì 12 ottobre 2010

Emilio Colombo senatore a vita: che strano!

Risultati immagini per senatore emilio colombo


Domenica 11 aprile Emilio Colombo compie 90 anni. Senatore a vita dal 2003, Colombo li festeggerà a Roma con la famiglia; poi, martedì 13 il Senato gli dedicherà una seduta.

A seguire, il senatore partirà per una specie di tournée: Strasburgo, Aquisgrana. Più in là una cerimonia nella sua Potenza: «Adesso la città è ferita per l’atroce storia di Elisa Claps, non potrei mai festeggiare in mezzo a tanto dolore. Si vedrà».

La carriera politica di Colombo è lunga 64 anni. Montanelli lo descrisse «dritto come un manico d’ombrello, una voce tersa come la brina».

Su tutti questi anni di esperienza politica c’è però una macchia che pesa: il coinvolgimento nel 2003 in un’inchiesta sul traffico di cocaina a Roma, seguita dalla sua ammissione di averne fatto uso personale «per ragioni terapeutiche » dovute, disse, allo stress da lavoro: «Nella vita, ogni persona tenta di inviare dei messaggi positivi. Tra quelli negativi, da parte mia, c’è questo episodio. Per il quale oggi, in piena onestà, mi sento di dover chiedere scusa al Paese. Sì, di chiedere scusa».
Non è finita

Gildo Claps, il fratello di Elisa Claps inoltre ha denunciato che ad eseguire le analisi sia stata una struttura, che oltre ad essere legata alla Chiesa, è controllata dal Sen. Emilio Colombo, noto e potente politico di Potenza, nella sua qualità di Presidente, e molti sono i chiacchiericci in città che Danilo Restivo sia stato adottato e che sia il figlio della sorella del Senatore a vita, ma chiaramente non ci sono riscontri provati.


In ogni caso, quanto denunciato dalla famiglia fin dal primo momento, ovvero che Danilo Restivo, abbia goduto di una sorte di protezione potente sembra trovare una corrispondenza in questo ultimo scenario.

Triste consolazione, ma almeno il caso di Sarah Scazzi è stato subito risolto, mentre per quello di Elisa Claps dalla sua morte -Potenza, 12 settembre 1993- le ombre aumentano

Molto probabilmente anche il caso di Elisa Claps sarebbe stato risolto subito, se non fossero stati compiuti così tanti errori, ma arriverà mai la verità ? si riuscirà a sapere chi ha ucciso questa ragazza ? purtroppo, l'unica certezza, e che l'epilogo di questa altra triste vicenda sembra essere sempre più lontano.

Le vicissitudini della religione mongola







Si dice che l'immensità del paesaggio della Mongolia, fra i più
spogli al mondo, possa creare sgomento a chi non vi sia nato. La
steppa è per questo il regno dei Mongoli.

Le popolazioni mongole sono moltissime, diffuse, nel corso dei
millenni, nell'Eurasia. Si pensi alle varie tribù dei Turchi, loro
cugini stretti, o ad alcune tribù in Siberia, Cina e India. Si tende
però ad identificare i Mongoli con un'unica tribù, quella dei
Khalkha, celebre per le gesta di Gengis Khan.

Fin dai tempi antichissimi i Khalkha erano pastori erranti nella
taiga e nei deserti subsiberiani, dediti all'allevamento di
bestiame,
adoravano Tengri, un dio uranico; tutti gli altri dei venivano
consultati e controllati dagli sciamani. La religione professata dai
mongoli prevedeva riti e forme di culto curiosi e superstiziosi: il
sacro rispetto per l'acqua era tale da vietarne praticamente
l'uso,
salvo soddisfare la sete. L'unico mezzo consentito ed usato per
fare
il bagno, era quello di raccogliere l'acqua con la bocca e quindi
spruzzarsela addosso.

Nella casa di ogni principe, un focolare sacro era custodito in
continuazione da un apposito funzionario, in segno di rispetto al
fuoco, era proibito vibrare colpi di scure vicino alla fiamma,
spingervi dentro il combustibile con i piedi, mescolare la cenere con
l'immondizia.



Gengis Khan, per assumere il pieno potere, si appoggiò al culto del
dio Tengri che era fuori dalla portata degli sciamani e principio
imperiale. I Mongoli più tardi abbracciarono il Buddhismo lamaista,
il profondo rispetto che i mongoli nutrono da sempre per il buddhismo
tibetano è testimoniato dai solidi e antichi rapporti che legano la
Mongolia al Tibet.

Erano abili cavalieri, spietati guerrieri e quasi invulnerabili,
furono creduti dai cristiani diavoli usciti dal Tartaro e per questo
chiamati “Tartari”.

I Mongoli sono rimasti nomadi, i loro usi e costumi non sono cambiati
molto. Il Buddhismo che in Tibet ha contribuito ad una pacificazione
di intenzioni e di cultura sorprendenti non ha affatto addolcito i
loro costumi. La maggior parte dei Khalkha è tuttora nomade e vive
nelle tende, ger, disprezzando gli abitanti della città.

I ger sono organizzati con uno schema interno universale:
l'ingresso
si affaccia sempre verso sud; sul fondo, leggermente verso ovest, si
trova il posto d'onore riservato agli ospiti; ugualmente in fondo
c'è
il khoimor, il posto degli anziani e delle proprietà più apprezzate,
l'altare di famiglia con immagini buddhiste, foto dei congiunti e
borse da viaggio.

Le danze tsam, eseguite per esorcizzare gli spiriti maligni, si
basano sul nomadismo e sullo sciamanesimo. Messe al bando durante gli
anni del regime comunista, oggi le danze stanno tornando a nuova
vita. Il canto mongolo chiamato khoomi, viene eseguito da voci
maschili sapientemente impostate in modo da produrre corposi suoni
armonici di gola e più note in una stessa emissione. La musica e la
danza mongole implicano sempre un certo grado di contorsionismo.



Dopo la caduta del comunismo, con la riapertura dei monasteri
buddhisti, la Mongolia è tornata alla propria dimensione mistica e
primitiva dei riti sciamanici.

Oggi i mongoli riescono a conciliare con disinvoltura il culto
buddhista con quello sciamanico: quasi la totalità della popolazione
crede in Buddha e negli sciamani. Il territorio mongolo è punteggiato
dagli ovoo, altari di pietra e rami che segnano, secondo antiche
mappe esoteriche, la presenza degli spiriti.

Ogni persona che incontra un ovoo gira tre volte intorno in senso
orario e getta un’offerta, che vale sia in funzione buddhista che
sciamanica. Pare che l'integrazione sia un problema dei senza
spirito, la coesistenza premia sempre donando spessore e grazia ai
popoli che la sperimentano.


http://www.abakab.com/rubrica_scoperta/popolietnie/mongoli.html

lunedì 11 ottobre 2010

Un bel libro



Emmanuìl Roidis
La Papessa Giovanna



Alla metà del IX secolo, una donna travestita da frate sale sul soglio di Pietro: giunge a Roma dopo anni trascorsi assieme al suo giovane amante nei conventi della Germania, della Provenza e della Grecia. Fin qui la leggenda (antica, ma non troppo). L’ingegno e l’erudizione mordace di Roidis traggono dalla vicenda uno straordinario affresco dei secoli bui, un capolavoro – più volte imitato, mai uguagliato – che coniuga un’accurata documentazione storica con una verve narrativa che ricorda Byron e Voltaire.


L'opera mette a contributo la nota leggenda, diffusa dalla Chronica universalis Mettensis e da altri cronisti medievali nonché dal teatro edificante (Il mistero di Frau Jutten), della papessa Giovanna, una donna che sotto abiti maschili avrebbe occupato la cattedra di san Pietro. Rimasta orfana a sedici anni, Giovanna, che il romanziere greco fa nascere in Sassonia, si ritira in un convento di suore, dove fa la conoscenza del focoso monaco Frumenzio, il quale dopo lunghe peripezie la porta ad Atene sulle pendici dell'Imetto, dove i due trascorrono molti anni in santo romitaggio. Giovanna viene presto in fama per la sua dottrina teologica, raccogliendo nell'ambiente ecclesiastico buon numero di ammiratori e di... adoratori. Un bel giorno Giovanna abbandona il povero Frumenzio e s'imbarca sopra una nave italiana che la trasporta a Roma. Qua, sotto le vesti di "Padre Giovanni", è nominata segretario di papa Leone, alla morte del quale è chiamata a succedergli sul trono di san Pietro. La storia ha una fine che è tragica e insieme comica, suggerita dalla maligna fantasia dei cronisti medievali, già in precedenza sfruttata dai protestanti e da G.B. Casti in una delle sue Novelle. Anche sotto il paludamento delle vesti pontificali la fragilità del sesso, a lungo contenuta, si fa sentire, e Giovanna rivela il suo segreto a uno dei camerieri, fintantoché muore in conseguenza di un parto prematuro, sopraggiunto durante una processione solenne. La leggenda è in realtà poco più che un pretesto e un appiglio all'estro satirico dello scrittore, il quale si è compiaciuto di rievocare la vita ingenua e insieme corrotta dell'Europa cristiana nell'alto Medioevo (sec. IX) per farsi egualmente beffe dell'oriente greco come dell'occidente latino. Per lo scetticismo, l'arguzia e il gusto dell'erudizione il Roldis della Papessa Giovanna appare un volteriano in ritardo, o un precursore greco di Anatole France.



Emmanuìl Roidis
La Papessa Giovanna
trad. di Filippomaria Pontani
pp. 216, € 13,50
2003
ISBN 88-8306-113-6 Crocetti Editore


Notizie sull’autore:
Emmanuìl Roidis (Siros, 1836 - Atene, 1904) è tra i protagonisti della rinascita delle lettere greche dell’Ottocento. Giornalista, fu fondatore e direttore della rivista satirica “Asmodeos”, direttore della Biblioteca Nazionale, acuto critico letterario e autore di racconti, raccolti nel volume Novelle di Siros. Fervido sostenitore della lingua popolare (dimotikì), di fatto, nei suoi scritti, rimase fedele alla lingua epurata (katharèvusa). In questa scrisse la sua opera più nota, La Papessa Giovanna, pubblicata nel 1866, che suscitò accese polemiche per il suo tono ironico e dissacrante. Il romanzo riscosse uno straordinario successo editoriale e lo rese famoso nel mondo.