martedì 30 giugno 2009

Ristampato:<>


Il libro egizio degli inferi
Testo iniziatico del Sole Notturno
tradotto e commentato



Il presente libro, tradotto direttamente da Boris de Rachewiltz, da Ipogei reali, Sarcofaghi e Papiri, conservati soprattutto al museo del Cairo, propone le più antiche concezioni misteriche sapienziali della civiltà nilotica.
In particolare l’Autore dimostra che gli antichissimi scritti riportati in questo testo, non sono riferiti esclusivamente al post mortem, ma probabilmente descrivono, attraverso una serie di immagini simboliche, analogiche ed anagogiche, un difficile e pericoloso viaggio iniziatico riservato ai pochi eletti che avevano le qualificazioni necessarie per poterlo intraprendere e per poter prendere consapevolezza del suo ineluttabile svolgimento.


Un viaggio inquietante, simbolico e misterioso, attraverso delle acque popolate di mostri pronti ad annientare chi le attraversasse, che se era problematico nel periodo più antico della civiltà egizia, durante la quale la realizzazione trascendente e l’identificazione con le divinità solari e luminose era considerato l’obbiettivo primario della vita, appare improponibile, impossibile ed irreale nei tempi odierni.
Tale rivelatrice interpretazione, che nel testo si può ritrovare nel commento alla traduzione e che è completamente discordante dalle interpretazioni dei moderni studiosi di egittologia, i quali spesso ritengono che gli antichi Egizi fossero soprattutto ossessionati dal destino dell’anima nell’oltretomba, è dovuta ad uno dei più qualificati ed esperti conoscitori, dal punto di vista misterico, della sapienzialità egizia, quale era appunto Boris de Rachewiltz.
Egli infatti in questo libro dimostra chiaramente che gli Egizi del periodo più antico affrontavano la vita come una serie di prove finalizzate alla realizzazione trascendente di se stessi. I culti del post mortem potrebbero quindi essere considerati una degenerazione della sapienzialità più antica che già nel medio e nel basso Regno era diventata incomprensibile ai più.



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Boris de Rachewiltz (1926-1997).
Docente di Egittologia e di Archeo-Etnologia ha insegnato nella Pontificia Università Urbaniana; ha tenuto corsi all’Istituto Ticinese di Alti Studi e, quale “visiting professor”, negli Stati Uniti. È stato assistente del prof. L. Keimer al “Centre de Documentation” dell’UNESCO al Cairo e, dopo la sua morte, ne ha raccolto l’eredità del metodo comparativo tra archeologia ed etnologia. Presidente della Fondazione L. Keimer di Basilea dal 1969, ha diretto missioni in Egitto, Giordania, Sudan e nel Sahara Maghrebino che hanno portato alla scoperta delle antiche città di Nubit (Sudan) e di Sigilmassa (Marocco). I risultati delle sue missioni tra i Beja per conto della Field Foundation (USA) sono pubblicati nella World Book Encyclopedia (Year Book 1967).
È autore di oltre 25 opere in più lingue. Le Edizioni della Terra di Mezzo hanno già pubblicato la sua opera: “Egitto Magico Religioso”.

lunedì 29 giugno 2009


Labirinto Palazzo Ducale di Mantova.
Vi è impresso il motto “Forse che si, forse che no”, che il marchese Francesco II trasse con ogni probabilità da una musica allora popolare, una frottola amorosa.. Questa frase fu poi ripresa da Gabriele D’Annunzio come titolo per un suo romanzo.
Molti sono i riferimenti alchemici sia nel castello di San Giorgio (o Palazzo Ducale), che poi saranno ripresi anche a Palazzo Te altro luogo incantevole carico di simboli e di messaggi esoterici.

mercoledì 17 giugno 2009

Origine del nome di Verona


Veduta di Castel San Pietro

ORIGINE DEL NOME
DI VERONA



La prima dichiarazione “etrusca” del toponimo Verona è di Wilhelm Schulze, prospettata nella sua importante e geniale opera Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen (1904) (ristampata Mit einer Berichtigungsliste zur Neuausgabe von Olli Salomies, Zürich-Hildesheim 1991, pag. 574). Per la sua tesi lo Schulze ha fatto riferimento al suffisso –ona, che ha riscontrato anche nel toponimo Cortona (etr. Curthun) e in altri toponimi di assai probabile origine etrusca, come i toscani Cetona, Faltona, Vescona, Vettona, per i quali ha richiamato rispettivamente i vocaboli etruschi veru, vescu, vetu. Per Faltona io richiamo l’antroponimo etrusco Faltu e per Verona l’antroponimo femm. Verunia, col corrispondente gentilizio lat. Veronius (DETR 442, 162).
In tutti questi toponimi faccio notare da parte mia la trasformazione dell’originario suff. etrusco –ũ-/un- in quello successivo lat. –ōn-.
La derivazione del toponimo Verona dall’etrusco prospettata dallo Schulze è stata ritenuta verosimile da tutti i linguisti che in seguito si sono interessati della questione, cioè Dante Olivieri, Giovan Battista Pellegrini, Carla Marcato (cfr. Dizionario di Toponomastica, a cura di G. Gasca Queirazza, C. Marcato, G. B. Pellegrini, G. Petracco Sicardi, A. Rossebastiano, Torino 1990); e ciò essi hanno detto anche in virtù del fatto che già Silvio Pieri aveva segnalato l’esistenza in Toscana di un altro toponimo Verona, di due toponimi Verone, di un Verrone e di una Veròlla (da Veronula) (TVA 55).
Tutto questo io dichiaro di accettarlo e di condividerlo, però faccio osservare che nessuno dei citati linguisti è andato oltre, alla ricerca del significato effettivo del toponimo Verona e cioè alla ricerca di un eventuale appellativo corrispondente. Soltanto il Pieri aveva fatto questo lievissimo e dubbioso accenno in una noticina: «Appena un lieve scupolo ci potrà suscitare il verone terrazza».
Io invece accetto appieno anche questa connessione fra Verona e verone «terrazzo, poggiolo», osservando innanzi tutto che l’etimologia di questo appellativo italiano è fino al presente in alto mare (PELI, DELI², GDLI). Sul piano fonetico la connessione dell’appellativo verone (anche verrone, virone) con Verona non dà luogo ad alcuna difficoltà, considerato che in Strabone (VI 206, V 213) il toponimo risulta di forma maschile: Ouērhōnos e Ouērhōn/Bērhōn.
Sul piano semantico faccio osservare che Verona è situata sulle ultime propaggini dei monti Lessini, di fronte alla pianura, rispetto alla quale il centro abitato poteva, soprattutto nel passato, avere la posizione di un “terrazzo naturale” o di un “poggio”. Ebbene, appunto il passaggio semantico o di significato che si constata dal vocabolo sinonimo poggio «rilievo di terreno, colle» al suo derivato poggiolo «balcone, terrazzo costruito» dall’uomo, spiega e giustifica appieno il passaggio dal significato di “terrazzo naturale” a quello di “terrazzo costruito” dall’uomo, che si intravede essere avvenuto anche nell’appellativo verone.
Su questo punto è molto significativo che il Pieri definisca «poggio» uno dei due Verone da lui individuati e segnalati. Ma molto più significativo è quanto mi ha suggerito l’amico Mario Enzo Migliori di Prato: l'antico centro della città di Verona era il Poggio di Castel San Pietro, alla cui base si trova l'antico teatro romano.
Qui apro una brevissima parentesi per segnalare un macroscopico e quasi incredibile esempio di ironia della sorte: la ragione prima per la quale la città di Verona è attualmente conosciuta in tutto il mondo, è un particolare “verone”, quello shakspeariano di Giulietta e Romeo…. Però tengo anche a precisare che si tratta di un puro e semplice caso, il quale non ha nulla da fare con l’etimologia od origine del nome della città.
Io sono restio ad accogliere la tesi dell’altro mio amico e collega, veronese, Giovanni Rapelli, il quale invece ritiene che Verona derivi da Veronius, inteso come nome personale del fondatore dell’insediamento; ma se questo fosse avvenuto – io obietto - il toponimo sarebbe stato *Verogno oppure *Verogna.
Termino questo mio odierno discorso con un codicillo, la cui eventuale inconsistenza non infirmerebbe per nulla la mia tesi di fondo sulla etimologia di Verona. Siccome anche io appartengo alla schiera di linguisti che ritengono che pure l’etrusco era una lingua indoeuropea, con tutta tranquillità mi sento di richiamare anche l’appellativo lat. veru,-us «spiedo, giavellotto» (plur. verones) (presentato come indoeuropeo dal DELL) e di confrontarlo con gli antroponimi etruschi Veru, Verunia (TECT 319; DETR 163). Pure questo appellativo latino, soprattutto con la sua forma plur. verones, richiama chiaramente il gentilizio lat. Veronius (RNG), il toponimo Verona ed infine l’ital. verone.
Sul piano semantico la connessione tra il lat. verones «spiedi, giavellotti» e l’ital. verone «terrazzo (naturale o artificiale), poggio, poggiolo, balcone» potrebbe essere stabilita col significato intermedio di «cima o spuntone di roccia o di terreno».
Per finire tengo a fare una importante precisazione: l’etimologia etrusca del toponimo Verona, col significato originario di «terrazzo naturale o poggio» mi sembra che abbia un alto grado di verosimiglianza; però questa etimologia etrusca prescinde dall’altra questione della fondazione originaria del centro abitato. Questo poteva essere stato fondato già da qualche altra popolazione precedente all’arrivo degli Etruschi nel sito, e precisamente – come mi ha suggerito ancora l’amico Giovanni Rapelli - dagli Euganei. E in questo caso l’etrusco Verona = «terrazzo naturale, poggio» potrebbe essere stato nient’altro che la traduzione di un corrispondente vocabolo euganeo. Ma questo dell’origine della città o dello stanziamento umano di Verona è un problema differente, il quale spetta non al linguista, bensì all’archeologo. Il linguista può solamente aggiungere che l’etrusca Verona trova un chiaro riscontro nella etrusca e vicina Mantua «Mantova» e inoltre che essa si trovava nella esatta direzione della valle dell’Adige, dove finirono col rifugiarsi gruppi di Etruschi di fronte all’avanzata dei Celti o Galli nella pianura padana, secondo una nota testimonianza di Livio (V 33). E la presenza degli Etruschi nella valle dell’Adige si è di certo spinta molto in fondo, come mostra luminosamente l’odierno toponimo Vipiteno, lat. Vipitenum, gentilizio etrusco Vipitene (LEGL 78; DETR 172; TIOE 91).


[N.B.: l’esplicazione delle sigle bibliografiche si può trovare nelle opere di M. Pittau, La Lingua Etrusca - grammatica e lessico (LEGL), Nùoro 1997 (Libreria Koinè Sassari); Dizionario della Lingua Etrusca (DETR), Sassari 2005 (ibidem)].


Massimo Pittau
dell’Università di Sassari

lunedì 15 giugno 2009

Il culto dell'asino


La Muletta lignea con sopra il Cristo benedicente posta presso la chiesa di Santa Maria in Organo


L’animale degli umili: l’asino, il suo palio, ma anche divinità Mediterranea

Da Colle San Pietro passano strade che si dipanano per le dolci colline delle Toresele . Già nell’epoca romana erano normalmente percorse dalle genti, piccole strade in proporzione ai bisogni odierni, ma al tempo quelli che ora sono viottoli rappresentavano proprio arterie importanti che da Verona portavano in varie direzioni preferendo la via della collina a quella della pianura.


. Queste strade, che furono sopratutto vie di trasporto condivise fra animali e uomini, oggi rivivono come percorsi didattici e naturalistici che hanno mantenuto nei secoli il loro fascino inalterato.
Alla simbiosi animale-uomo dal dopoguerra si è passati brutalmente al binomio macchina-uomo e tutto si è adeguato alle esigenze della meccanizzazione, soprattutto il sistema viario, che ha completamente stravolto le antiche strade e abbandonando sopratutto le piccole strade di collina. L’animale cardine della civiltà contadina mediterranea ed europea fu senza dubbio l’asino. Questo animale, usato per il trasporto nel piccolo commercio e per svolgere i pesanti lavori agricoli, era nella sua umiltà il parente povero del nobile cavallo, prerogativa di principi e cavalieri, costoso da mantenere di fronte alla frugalità asinina. Il ciuco per secoli sollevò dal durissimo lavoro i poveri contadini che si tenevano caro l’animale dalle lunghe orecchie e che era considerato parte della famiglia. I suoi servigi erano molteplici: faceva girare le mole per l’estrazione dell’olio, la macina per la molitura dei cereali, la macchina per sollevare l’acqua ed irrigare le terre, animale da soma per trainare piccoli carretti, seguire gli armenti, arare i campi.
A Verona è risaputo che l’asino era l’animale impiegato a trainare i carretti per portare i panni lavati da Avesa ai signori che abitavano in città, come anche i piccoli coltivatori per trasportare dalle prime colline negli sparuti e piccoli mercati cittadini la frutta e la verdura primizia, anticipata dal microclima del sobborgo veronese dei lavandai e orticoltori.



Così scrive Marino Zampieri nel“Il palio, il porco e il gallo” Cierre edizioni 2008:
"A verona non v'era certo penuria di asini: sia la parte montuosa che quella pianeggiante del territorio ne offriva gran numero di varietà. E molti erano i borghi e le contrade che da tempo immemorabile venivano insigniti, loro malgrado, del titolo di-paese degli asini-o- dei mussi-: Avesa, Villafranca, Soave, Monteforte, San Gregorio di Veronella, l'antica Cuca,....Il poeta macaronico Giuseppe Peruffi, uno dei più assidui cantori del Carnevale veronese, nel celebrare l'asino "Saltamartin Rampino", scielto dagli avesani come cavalcatura del Papà del Gnocco, giurava che un esemplare simile non lo si sarebbe potuto trovare neanche a cercarloi in tutta Villafranca o
Soave, paesi che dovevano vantare pregiate razze asinine.>>

Questo animale è intimamente legato alla storia dei piccoli e poveri contadini, che erano l’ossatura dell’economia medioevale, ma la diffusione di questo animale si protrasse fin dopo la seconda guerra mondiale. Con l’avvento della modernità furono definitivamente tolti dalla scena agricola, per le nuove generazioni erano solo motivo di vergogna. A Verona all’asino fu riservato addirittura un Palio inaugurato ufficialmente da Cansignorio della Scala nel 1336 quando, per festeggiare le nozze con Agnese d’Angiò Durazzo, allestì tra gli altri spettacoli sei diverse corse dove si sfidavano uomini, prostitute, mule, ronzini, cavalli berberi e asini. Il palio degli asini rimase come tradizione e si perpetuò. Sappiamo inoltre
che a Verona fu viva la scandalosa “festa della muletta” :“dies festus de mulula”,
un rituale che aveva come riferimento la famosa Muletta, oggi posta nel transetto di sinistra della stupenda chiesa di Santa Maria In Organo.
Una leggenda vuole che questa statua lignea, arenatasi davanti alla porta della chiesa quando esisteva ancora il ramo dell’Adige ora interrato, dopo varie vicissitudini fosse raccolta e portata finalmente in chiesa.
Secondo una tradizione popolare parallela, la statua conserva al suo interno la pelle dell’asino che portò Cristo a Gerusalemme attraverso la porta d’oriente.
L’asino della domenica delle palme ebbe a capitare a Verona e fu ospitato proprio con tutti gli onori. Alla sua morte l’animale emise un raglio di grande intensità che fu udito da tutta la città.
E alla morte dell’animale furono resi grandi onori e le reliquie raccolte con devozione vennero deposte nel ventre della Musseta lignea.
La statua della Musseta veniva portata i processione, o meglio trascinata dato che era munita un tempo di ruote, non solo nei riti della domenica delle palme, ma anche il giorno del Corpus Domini.
Queste processioni hanno conservato a lungo le caratteristiche di festa pagana dove il popolo si immergeva fra canti e colori in una grande carnevalesca mascherata, e la muletta era venerata alla stregua del Cristo che la cavalcava.
Storie che si incrociano ma che sostanzialmente sottolineano che qui a Verona, come in altri paese dell’Europa, alcune feste cristiane erano la continuità dei riti e delle credenze pagane, mai completamente sradicate, che nel nostro caso fanno dell’asino l’animale totemico già sacro nell’antico Egitto dove rappresentava Set fratello di
Iside ed Osiride o come Marduk dio Mesopotamico dalle lunghe orecchie.
Ancora Marino Zampieri nel“Il palio, il porco e il gallo” Cierre edizioni 2008:
"Nelle processioni veronesi della Domenica delle Palme e del Corpus Domini l’atmosfera carnevalesca era accentuata dalla presenza della “Musseta”, dalla pur elementare azione scenica che essa comportava, dalle espressioni di giubilo extraliturgico che ispirava. Gli immancabili eccessi, gli atti irriverenti, i tripudi carnevaleschi non sempre agiti al di fuori o al termine del sacro rito, le manifestazioni di religiosità popolare verso la “santa asinella”in cui affioravano chiare
tracce di antichi culti pagani, la voce diffusa oltralpe da viaggiatori stranieri che a Verona si venerava un asino, finirono per preoccupare le autorità ecclesiastiche, che decisero di intervenire . Si cominciò con il togliere pathos e teatrale spettacolarità all’evento non trascinando più la mulula con una
-sogheta- ma, come in un’ordinata processione, trasportandola su uno -scabello grezzo - appositamente costruito. E si finì per proibire del tutto la processione. La “santa musseta” pietra dello scandalo, segregata nel buio di una sacrestia, più non uscì con il festoso carnevalesco corteo ad abbracciare in cerchio la città, rinnovando i giri rituali che la comunità veronese attualmente celebrava con la spirale del Bogon in piazza dei Signori o la sfilata del palio circum circa piazza delle Erbe. In quei luoghi deputati la folla raccolta ad anello riviveva con teatrale empatia l’emozione che provava ogni volta che si trovava riunita nell’anfiteatro areniano: la percezione di se stessa come un “gigantesco corpo unitario, vivo, tangibile, animato da un medesimo spirito identificato da un comune sentire.>>

La storia strana e controversa è ripresa anche da Giampaolo Marchi nel “Luoghi Letterari” Edizioni Fiorini Verona 2001,
riferendosi ad una lettera che Ezra Pound, il grande poeta che amò particolarmente Verona citandola nella sua monumentale opera poetica “I cantos”, invia al suo amico lucchese Enrico Pea, scritta dal manicomio di St. Elizabeths Hospital Washington D.C. U.S.A, dove il poeta era stato rinchiuso per collaborazionismo con l’Italia di Mussolini.
In questa lettera ad un certo punto Pound scrive<<…ma forse racconto barzellette o qualche storia locale, come quell’asino a Verona che tanto eccitava il Rev. Cav. Dott. Alessandro RRRRobertson, della Chiesa Scozzese a Venezia…>>
Scrive il Marchi che si tratta dell’allusione della famosa “Muletta” e così continua <<..Una splendida statua lignea del XIII secolo, conservata nella chiesa di Santa Maria in Organo a Verona, oggetto (un tempo) di larga venerazione popolare e di conseguenti polemiche ispirate alla contestazione del culto cattolico per le immagini. La solennità delle Palme veniva celebrata dai monaci olivetani di S. Maria in Organo portando in processione la statua (ciò si usa fare ancora oggi in alcune zone di lingua tedesca, come Hall in Tirolo). L’entusiasmo popolare dava luogo a qualche intemperanza, forse non sufficientemente contrastata dai religiosi: certo, l’immagine lignea entrò ben presto a far parte dell’immaginario collettivo e del folclore religioso, come risulta da una memoria del celebre musicista Adriano Banchieri, che soggiornò a Verona nei primi anni del seicento….Primo a muovere lo scandalo a proposito della venerazione di cui era oggetto la” Muletta” fu Maximilien Misson nella XIV lettera del I tomo del suo Voyage d’Italie>>.
Questi fatti non ci devono meravigliare dato che il paganesimo ha convissuto per moltissimo tempo con la religione cristiana.
Sappiamo che durante tutto il Medioevo in Francia si officiavano cerimonie religiose strane, ma assai gradite al popolo come la festa dei pazzi con una processione che partiva dalla chiesa e lì ritornava con i suoi dignitari, i suoi fedeli, il suo popolo. Il popolo rumoroso, malizioso, scherzoso, pieno di traboccante vitalità, di entusiasmo e di foga si riversava nella città dai sobborghi e dalle popolate colline scendeva per ritrovare la gioia e unirsi, fra il sacro e il profano, in processioni come
nella “festa dei Pazzi” o la “Processione della volpe” o la “Festa dell’asino”. Liturgie colme di entusiasmo e di grandissima partecipazione dove giovani vecchi donne e bambini erano coinvolti e liberi di esprimere e sfogare la loro gioia di vivere e la loro sessualità.
Sappiamo anche del “riso pasquale”: lo si è praticato per secoli nelle chiese. Infatti, in certi paesi di lingua tedesca, durante la messa di Pasqua, i predicatori solevano incitare il popolo concelebrante a ridere (per la resurrezione di Cristo) sonoramente, anche ricorrendo a pantomime oscene e a storielle ambigue.” Risus pascalis”, riso pasquale, veniva chiamata questa usanza.
Ancora secondo un rituale pagano come la “Festa degli innocenti” del XIV secolo, il Vescovo stesso era solito giocare a palla con i chierici e ricordo anche lo strano Gioco della Pelota giocato nella navata di Saint-Etienne, cattedrale d’Auxerre, e che scomparve poi, verso il 1538. Giorni inversi dove non esistevano più le gerarchie: la festa del Papà del Gnoco a Verona è colma di queste inversioni di ruoli affinché il popolo si sentisse libero e senza condizionamenti, in una sorta paese della cuccagna dove la penuria alimentare e il peccato fossero dimenticati per un giorno .
Le feste di tipo carnascialesco come quelle dei folli si svolgevano spesso in chiesa finché non vennero soppresse nel XVII secolo, l’asinade era legata alla festa dei folli, la trasgressione delle regole fra tragico e grottesco. Il tragicomico liberava l’individuo dalle sue paure verso l’incerto futuro: la fame, le malattie, la precarietà della vita, l’insicurezza continua, l’oppressione e la paura della morte superata con l’eros.
Ordine e disordine, ma il caos è la sorgente segreta della vita; il sesso genera anarchia, ma anche liberazione . I pagani lo capivano assai meglio di noi. Lasciavano uno spazio all’anarchia nelle loro ben ordinate vite.


Nel medioevo il folle porta sempre una cuffia da cui spuntano le orecchie d’asino e stringe in mano una clava. Il nesso fra asino e sacro è sottolineato da una delle tradizioni più discusse: il “Festum Asinarum”solennizzato soprattutto in Francia dove addirittura un arcivescovo, Pierre de Corbeil, scrive i versi che si cantano durante il rito.
E’ chiamata anche messa dell’asino o festa “ragliata”. La domanda che poniamo dopo tutte queste storie è: nelle due processioni veronesi si portava alla venerazione della città Cristo o l’asino?


Con Dario Fo ebbi modo di andare in visita alla chiesa di Santa Maria in Organo, sempre sulla scia di queste memorie. Quando arrivammo alla “muletta” il premio Nobel si fermò e fece delle considerazioni su quella scultura che tante polemiche ebbe a muovere. Fo ha una grossa cultura artistica: si è diplomato difatti all’Accademia di Brera e ha sempre coltivato la passione per la pittura e per l’indagine artistica. Le sue parole sottolinearono la molto probabile possibilità che il Cristo benedicente che cavalca l’asino sia stato in origine una statua di un Dioniso o un grasso Sileno che rimodellata divenne il magro Cristo che ora ammiriamo. La mano dell’artista che scolpì l’asino è sicuramente diversa da quella di colui che intagliò il Cristo che è meno rozzo, più ricco di particolari e molto più raffinato, tempi diversi e mano diverse hanno dato forma all’asino e al Cristo, dove gli artisti usano tecniche scultoree e sfumature palesemente dissimili .
Certo bisognerebbe fare delle indagini per svelare i segreti di quella composita statua così famosa e ora rimossa e dimenticata dalla cronaca e dall’interesse popolare.



Sappiamo che l’asino era un animale totemico che rappresentava una divinità venerata e che è ripreso sia nell”Asino d’oro” di Apuleio di Mandaura come nello straordinario “Pinocchio” scritto da Collodi. E’ l’allegoria dell’uomo che deve passare dalle condizioni d’asino per superare la sua caduta nel punto più basso della materia: una possibile lettura, ma altresì la stessa figura asinina con valenza divina, sacra e sapienziale. Anche le fiabe raccontano il sacrificio di questo animale. In “Pelle d’asino” la bestia è uccisa e la sua pelle, quando indossata, difende e preserva una giovane fanciulla dai pericoli. Calvino nelle sua raccolta “Fiabe italiane” riporta la famosa fiaba del somarello caca-denari che
non compreso sarà sostituito dall’oste disonesto, ma alla fine il giovane proprietario ritroverà il suo somarello e con lui ritroverà la serena ricchezza data dall’oro defecato dal magico asinello.
Il suo raglio rappresenta il mantra di un acuto immediatamente seguito da un suono bassissimo, è l’alto e il basso che si incontrano e nel mezzo sta la condizione umana.
Questi percorsi, intesi anche a riprendere una certa sacralità attraverso concentrazione e disposizione, sono una via di ricerca interna in noi .Forse per alcuni esagero, ma è una questione introspettiva, personale ed interiore. Cammini brevi, locali, svolti con raccoglimento e consapevolezza di ciò che stiamo facendo, innanzitutto spegnendo il dialogo interiore, mettendoci in ascolto nella posizione di chi, aprendo il proprio cuore, non giudica e osserva. Svuotandoci della nostra piccola personalità per riempirci dell'energia del luogo, potremo entrare in risonanza con l’energia del posto e ottenere un ampliamento della coscienza. Soltanto in questo modo il nostro “pellegrinaggio” potrà divenire un’indimenticabile “avventura dello spirito”. Per entrare in unità con il Tutto, per camminare in questo modo non si può spiegare a parole né apprendere dai libri, è necessario farne esperienza. I nostri compagni di viaggio saranno il silenzio, il rispetto, la meraviglia, la gratitudine.
Dobbiamo, non a caso, imparare dagli asini.

Luigi Pellini

La bibliografia
Mario Zampieri, Il palio, il porco e il gallo, Cierre edizioni 2008
Gian Paolo Marchi, luoghi letterari, Edizioni Fiorini Verona 2001
Emanuela Chiavarelli, il dio asino. Il mistero di un’antica divinità, Tiellemedia editore 2006
Umberto Grancelli , il piano di fondazione di Verona romana, Vita Nova Verona 2006
Adriano Gaspani ,VERONA origini storiche e archeoastronomiche, Vita Nova Verona 2009
Luigi Pellini, Il cappello dei Magi, Edizioni Aurora

L'acropoli di Verona

PERCORSI DEL CUORE E DELLA MENTE

Questi percorsi che andremo a scoprire sulle colline alle spalle della città, collegamenti antichi
da rivivere fra Avesa, le Toresele e Borgo Venezia, sono luoghi da catturare con i sensi, da
sentire con il corpo. Luoghi non contaminati che mantengono un fascino unico, salvati
dal degrado fisico e spirituale, oggi poco frequentati e poco conosciuti, forse per questo
intensamente vivi e coinvolgenti. Vie di fuga della mente dove il tempo scorre con altra velocità
ed intensità,che risvegliano le nostre energie assopite, i ricordi profondissimi
di profumi, suoni, sapori e visioni arcaiche che toccano inevitabilmente il sacro.


Castel San Pietro, è a pieno titolo parte fondamentale di questo riappropriarsi della natura e della storia di Verona. Mantiene ed emana ancora un fascino unico, salvatosi dalla totale distruzione fisica, conserva intatta l’anima del luogo, intensamente
vivo e coinvolgente.
Luogo-altro e alto- da vivere nella quiete e nel silenzio che ci rappacifica nella sua armonia.
Contiene immagini e paesaggi che ci permettono di entrare nelle nostre profondità cogliendo gli aspetti più nascosti, profondi e misteriosi del nostro essere ed esistere, alimentando più piani, innescando sottili e nuove emozioni inattese,trasportandoci nella storia.
Tentiamo di immaginare il complesso del sacrario con i suoi edifici eretti con maestria
inspiegabile dove nella collina di tufo convivono la parte visibile e la parte nascosta ipogea,
il sopra e il sotto intimamente legati, radici del cielo e chiome nella terra, che conducono a
liturgie e a riti che trovavano nelle acque, nei pozzi e nelle favisse i veicoli per operare, un grandioso altare di marmo affinché l’umano possa interagire con il divino .
Il colle di San Pietro era un luogo destinato a funzioni religiose e di dominio a cui tutta la città insiste e volge lo sguardo con rispetto. La sua storia si confonde con il mito. Anche se frequentato da un tiepido turismo di massa, mantiene inalterato tutto il suo fascino. Luogo di potere dove troveranno dimora Dei, re barbari, signori cristiani, chiese e caserme.
Un anno fa su questo poggio vennero iniziati degli scavi promossi dalla sovrintendenza.
Indagini mirate con ogni probabilità alla ricerca di tracce sulla scia degli studi di Umberto Grancelli, lo studioso che già intorno al 1930 aveva formulato delle osservazioni impareggiabili
con cognizione di causa, indagandolo con tutti i mezzi possibili e condensando poi i risultati delle sue scoperte e delle sue riflessioni nel famoso testo, storico e al tempo stesso esoterico,
“Il Piano di Fondazione di Verona Romana”.
Scritti, i suoi, che ci istruiscono dettagliatamente sulla funzione del colle e arrivano ad ipotizzare
un tempio sulla sua sommità dedicato a quella divinità italica dei primordi che era Giano Bifronte,
Dio doppio a presidio delle porte, legato alle acque, alla dualità, all’orientamento, all’inizio e alla fine di ogni ciclo, incontro del tempo passato e del tempo futuro, complemento dello Zenit e del Nadir.
Divinità dalle mille sfaccettature che ha lasciato poche tracce del suo culto, probabilmente perché i suoi edifici templari furono riconvertiti alle nuove divinità greco-romane.
Dio Italico delle origini e Padre degli Dei, che porta nella mano le due chiavi delle porte del cielo e delle porte degli inferi, così come Aion Zevian, divinità persiana legata al culto di Mitra, e come San Pietro che ha dato il nome al poggio, un sottile filo di Arianna ci conduce nel labirinto delle analogie che attraverso i secoli mantengono inalterati i simboli .
Un’idea ce la siamo fatta di come era il colle nel primo secolo dell’era volgare, una sacra
“macchina “scenica che doveva colpire il viaggiatore del periodo romano che già da Villafranca poteva coglierne la visione con emotivo stupore , turbato dalla maestosità che svettava nel luccichio dovuto al sole riflesso sui bianchi marmi levigati che vestivano tutto il colle.



Ricostruzione dell'acropoli (santuario) di Verona - L'attuale Castel San Pietro


Una maestosità che esaltava l’organizzazione e la religiosa praticità del Mondo Romano
che aveva federato Verona con tutta la Decima Legio.
Di ufficiale sugli scavi non si è saputo nulla e affinché possa trapelare il meno possibile si è recintato attorno ai luoghi di scavo, ma qualcosa è passato da quelle strette maglie: sembra che finalmente
sia stata trovata la base rettangolare del tempio che sovrastava il colle. Ora sappiamo che la ricostruzione del Caroto, per secoli accettata come attendibile, che poneva un tempio circolare al vertice del sacrario era lontana dal vero. A riprova di questa tesi, errata ma accettata per parecchio tempo, fu messo a bella mostra in una sala del museo Archeologico del Teatro Romano un plastico che riproduceva il complesso dell’acropoli con al vertice un edificio rotondo.
Finalmente qualche anno fa il plastico fu giustamente rimosso .
Sapevamo inoltre che c’è tutta una parte ipogea complessa che era stata indagata e divulgata solo dagli studi e dalle ricerche di Umberto Grancelli.
Oltre alle varie cisterne dislocate nel colle esiste anche un pozzo profondo che poteva essere posizionato sotto al possibile tempio dedicato a Giano a mo’ di cripta, come era in uso al mondo etrusco, cartaginese e greco.
Pozzo che tuttora esiste, ma non è stato cercato né indagato, e credo si trovi ancora negli scantinati della caserma austriaca, coperto o nascosto.
Sappiamo che i pozzi erano parte determinante del complesso templare, pozzi che troviamo numerosissimi sotto le città etrusche come sotto ai templi romani.
I pozzi sacri erano infatti parte integrante dei templi, veri e propri luoghi di culto, ipogei che sorgevano quasi sempre in corrispondenza di una fonte, e su Castel San Pietro sono presenti tutt’ora molte fonti e rogge sotterranee.
Erano luoghi in cui si praticava il culto delle acque e della terra.

Il colle stesso è tutto un intreccio di cavità e di cunicoli e molte “entrate”(o uscite) sono poste alle sue pendici come si può vedere dal giardino di Villa Francescati, l’attuale Ostello della Gioventù.
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Queste cavità rappresentavano poi il principio femminile della terra, come negli ipogei di Malta, nella religione etrusca, antiche forme di culto della Terra o della Madre Terra. Il culto comprendeva un tipo di approccio al territorio del tutto speciale, basato su quella che possiamo chiamare una vera “scienza”, da alcuni autori definita anche “geografia sacra” o “geomanzia”. Il territorio, corpo fisico e materiale della madre terra, veniva studiato nelle sue diverse caratteristiche e qualità, nelle sue peculiarità, arrivando a determinare dove e come si manifestava il “sacro”, quella speciale energia o influsso di natura divina, ritenuto al tempo stesso creativo e distruttivo. In certi luoghi, per esempio nelle grotte e nelle sorgenti ubicate soprattutto sulle alture, si riteneva che un potere sacro avesse dimora e che gli esseri umani, con appropriati riti, vi potessero entrare in contatto traendone conoscenze e benefici. Così da riscoprire le regole di questa antica scienza sacra che può essere anche oggi di estremo interesse e utilità, se consideriamo, per esempio, che in molti paesi orientali ancora sopravvive una tradizionale scienza del territorio: il Feng Shui (“scienza del vento e dell’acqua”), utilizzata per orientare sia i templi che gli edifici civili e, soprattutto, per favorire nei modi migliori la fluidità e lo scorrere dell’energia creatrice e primordiale (il ‘chi’ o ‘ki’ o Tao).
A questo punto si apre un scenario affascinante e sarebbe necessaria un’indagine archeologica
totale, organica e a tutto colle, sopra e sotto, per capire e comprendere a pieno questa
collina-altare così elaborata dai romani.
Con i mezzi che la odierna tecnica ci può fornire potremo indagare sufficientemente con una spesa minima e senza ferire il complesso della collina.
Indagare sul Colle di San Pietro significa riscoprire la storia e la nascita della nostra amata città.
Quel poggio è stato infatti la culla di Verona, quelle pietre sono frammenti di un mosaico da ricostruire, libri da ricomporre e finalmente leggere, per l’amore della conoscenza verso una città di incomparabile bellezza.

venerdì 5 giugno 2009

A Ivan Illich portatore di umanità e di conoscenza


(Da: Altra Officina)

Intervista di Mauro Suttora
Libertaria (anno 3 n.4 Ottobre-dicembre 2001).

“No, per favore, nessuna tele­camera. Niente video. Spenga anche quel registratore”.

E come faccio a intervistar­la? Non vuole che le sue paro­le vengano riportate fedel­mente?

In questo momento de­sidero soprattutto che lei mi ascolti. Voglio comunicare direttamente con lei. Senza passare attraverso un magne­tofono.

Sono tutto orecchi.

Ormai non siamo più ca­paci di usare bene le nostre orecchie. Gli strumenti tecni­ci di cui ci siamo circondati hanno indebolito il nostro udito. Così come anche tutti gli altri sensi.

E oggi?

Una volta una bambina di nove anni mi ha detto che nel corso del pomeriggio ave­va visto «Kennedy, Reagan ed E. T. come vedo te». Il «vede­re» evidentemente per lei si è staccato dall’incontro. Fino al primo millennio lo sguardo era vissuto come un raggio che cade dall’occhio sull’oggetto.. Quest’atteggiamento è stato rovesciato da Keplero: l’occhio è diventato la porta di ingresso per i raggi del sole che consegnano, “come i cavalieri della posta”, la vista delle cose alla retina. E’ il principio della camera oscura. Ma oggi è in atto un ulteriore rovesciamento: tramite l’occhio noi tutti siamo ingaggiati dagli schermi della televisione, ci trasferiamo nell’azione sullo schermo. L’occhio è stato arruolato al servizio del medium.

Insomma, in singolare seppur involontaria sintonia con le tesi di Giovanni Sartori, il quale prende di mira l’uomo videns, che tutto vede (in TV), ma poco o nulla capisce, anche lei incolpa i media per la “perdita di senso” che sembra attanagliare sempre di più il cittadini contemporaneo. Si ripete così il paradosso da lei evidenziato vent’anni fa: malati “arruolati” al servizio dei medici, studenti “arruolati” al servizio dei professori e non viceversa, mass media che creano la pubblica opinione invece di rifletterla.

Esatto. L’esempio dei sistemi sanitari, che sono ormai strutture elefantiache divoratrici i soldi, è tipico. Il paziente moderno si affida con naturalezza al medico, che gli descrive e gli spiega la sua condizione sulla base di numerosi esami. Ma questo è un comportamento che non esisteva fino al Novecento. Prima il paziente andava dal proprio medico per mostrarsi a lui e per esporgli le sue lamentele.. Occasionalmente il medico sentiva o degustava la sua urina. Anche le persone più povere e analfabete si confidavano con il dottore con una precisione incredibile. Compito del medico era interpretare la storia dei dolori del paziente, partendo da lì per la cura. Oggi invece non c’è più ascolto: gli specialisti si appoggiano a valanghe di esami. Ma se qualcuno alla domanda “come ti senti?” mi rispondesse con la pressione sanguigna e livello ormonale, vorrei vomitare. Invece, questo è proprio ciò che accade oggi.

La “realtà virtuale” oggi porta all’estremo la scissione tra percezioni sensoriali e mondo fisico reale.

Sì. Sempre di più non vediamo le cose dove sono tangibili, non le vediamo in un modo in cuui possano essere toccate. Sempre più spesso diventa una nostra abitudine prendere sul serio delle voci senza corpo al telefono. Ma attenzione: non sta per sparire soltanto quella che gli antichi chiamavano sin-estesia, cioè la collaborazione fra i diversi sensi. Perfino il “Senso comune”, che rendeva possibile la percezione sensoriale dell’intonazione giusta, del rispetto, della proporzionalità sensata, appartiene ormai al passato.

Ma si possono distinguere, nella storia, periodo caratterizzati dall’uso privilegiato di un senso: l’epoca dell’olfatto, della vista, del tatto, dell’ascolto, della parola?

E’ difficile immaginare oggi cosa succedeva in un teatro greco 500 anni avanti Cristo. Era qualcosa che Platone trovava indecente: le maschere (coscientemente non parlo di “attori”) non ave­vano spettatori (theoretes) , ma ascoltatori (akouontes), che si lasciavano trascinare nel ritmo, nel tatto, nelle ca­denze, nelle melodie dello spettacolo, presentato senza alcun atteggiamento critico. Platone cercò invece di pro­muovere il “guardare” gli spettacoli, e pretendeva addi­rittura che nel suo stato idea­le certi tipi di melodie fossero vietate del tutto.

Nulla sembra cambiato ri­spetto a quarant’anni fa, con le accuse al rock di essere la “musica del diavolo”, o ri­spetto a oggi, con le polemi­che degli odierni cinquanten­ni (i rockers di ieri) contro i ritmi techno, house o garage che stordirebbero le nuove generazioni.

Certo. Ma già Aristotele criticò su questo il suo mae­stro Platone, perchè secondo lui una limitazione al solo “guardare” non coglieva la sostanza della tragedia. La tragedia è invece mimesis praxeos, cioè “l’esecuzione coinvolgente in un’azione”, una risonanza con qualcosa che l’ascoltatore deve capire in modo quasi tattile.

Nell’Italia dei nostri giorni la riscoperta della parola è te­stimoniata dal calo degli spettatori televisivi, dall’au­mento di quelli radiofonici e del teatro, dal successo dei talk show e di spettacoli come quello di Marco Paolini, con il suo eccezionale monologo sul Vajont.

Purtroppo non conosco l’Italia di oggi. Ma secondo Aristotele l’artista-oratore nel teatro, nell’insegnamento, e anche in politica, può coin­volgere completamente l’ascoltatore-spettatore soltanto con la mimesis, l’esperienza di una nascita. Solo così può promuovere il pathei mathos, l’”imparare a soffrire” da co­loro che hanno vissuto una forma di sofferenza…”

Con il rischio di cadere nella «tv del dolore»…

… ma sempre Aristotele, nella “Poetica”, sottolinea co­me la presentazione visiva della sofferenza nel caso migliore può servire come “se­gno” (semeia), senza produrre grandi effetti sullo stato dello spettatore. Invece l’orazione artistica e la melodia possono modellare il carattere dell’a­scoltatore, mettendogli le ali per partecipare fisicamente.

Qual è il tipo di ascolto che lei, fondatore dell’ecologia moderna, considera più “sa­no”?

Quello della comunica­zione diretta, fra persone che possono guardarsi in faccia. Un dialogo che coinvolge l’o­recchio, ma anche la vista: “Ti do me stesso attraverso le pu­pille dei miei occhi”.

giovedì 4 giugno 2009

La corrida ormai lontana dalla tauromachia


Si i tempi stanno cambiando e il retaggio Mediterraneo dei riti legati alle energie possenti e taurine hanno perso il loro legame con la terra e si liberano nell'aria.

mercoledì 3 giugno 2009

Non è affatto un posto intimo!



La vulva: rumoroso crocevia in cui si incontra la garrula umanità, tunnel attraverso il quale passano le generazioni.
Solo gli stolti si lasciano convincere dell'intimità di questo luogo, il più pubblico di tutti. L'unico luogo veramente intimo è il buco del culo, la porta suprema, suprema perché è la più misteriosa, la più segreta."

Milan Kundera, La Lentezza

Cosa è in fondo l'uomo, un nulla colmo di potenzialità

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"Ascolta Piccolo Uomo: il tuo retaggio è un diamante che brucia nella tua mano. Vedi te stesso come sei veramente. Ascolta quello che nessuno dei tuoi capi e rappresentanti oserà mai dirti: Sei un 'piccolo uomo qualsiasi'. Comprendi il duplice senso di queste parole: 'piccolo' e 'qualsiasi'. Sei afflitto dalla peste emozionale. Sei malato, molto malato, Piccolo Uomo. Non è colpa tua. Ma è tua responsabilità aver ragione di questa malattia."
(Wilhelm Reich, Listen, Little Man, 1948)