venerdì 27 febbraio 2009

LA GRANDEZZA DI GANDHI, LA GRANDE ANIMA



In occasione della manifestazione "Milanesiana",che si è tenuta nel 1998, con il titolo "Est Ovest" sarà presente lo scrittore Salman Rushdie premiato come l'anima dell'oriente, di che Oriente ?.
Mi sento il dovere di pubblicare un mio vecchio articolo :


Nell'articolo apparso su Repubblica il 22 aprile 1998 ,firmato da Salman Rashdie,dal titolo "Il mito di Gandhi al servizio del compiuter"si prende il pretesto per la campagna pubblicitaria di una nota ditta di computer che ha usato una foto di Gandhi per commercializzare prodotti di alta tecnologia , in netto contrasto con il messaggio originale del Mahatma rivolto ad un ritorno alla ruralità in lotta contro la tecnologia di dominio e di allontanamento dalla natura.
Nella foto apparsa con l'articolo di Rashdie ,il Mahatma è raffigurato nell'atto di filare sul suo arcolaio allo scopo di ribadire la sua autosufficienza e il conseguente sganciamento dall'opprimente e rapace economia dettata dagli Inglesi.
QUELLO che mi lasciano perplesso sono le affermazioni che in maniera superficiale lo scrittore Salman espone senza nessuna conoscenza e in modo distorto ,il tutto pubblicato dal quotidiano Repubblica a piena pagina con una introduzione dalla prima.
Nell'articolo colpiscono sopratutto le frasi "..aveva il terrore del buio tanto che dormiva sempre con il lume acceso accanto al letto..."ancora "...affinando le sue teorie eccentriche sul vegetarianesimo ,i moti peristaltici e le proprietà benefiche degli escrementi umani..." poi "..Traumatizzato per tutta la vita per aver appreso all'età di sedici anni ,che suo padre era morto mentre lui stava facendo l'amore con la moglie Kastrurbai ,Gandhi rinunciò al sesso ;credeva che la conservazione dei succhi vitali approfondisse la sua capacità di comprensione spirituale".
Ancora adesso in alcuni esercizi dati ai novizi di alcuni monasteri si fa uso della candela per la fissazione del pensiero e questa pratica ,con il tempo ,viene intensificata ed estesa anche al sonno o meglio al dormiveglia :questo è il vero motivo della candela accesa di Gandhi.
A riguardo del vegetarianismo e delle proprietà benefiche dell'urina umana(grande disinfettante usato dai poveri contadini in maniera efficace fino a 30 anni fa al mio paese),persino una nota presentatrice come la Brigliadori ha affermato pubblicamente, in più occasioni, di bere la sua urina mattutina per fini salutari (ma non solo) con l'avvertenza di adottare una dieta strettamente vegetariana per non scompensare nell'organismo gli apporti azoto-proteici di origine alimentare animale.
In riviste specializzate ,non solo si consiglia per certe patologie l'uso dell'urino- terapia, con le dovute accortezze.Anche nelle preparazioni omeopatiche-dinamiche si usa largamente l'urina del paziente,pratica antichissima.
Infine è risaputo ,che Gandhi, dopo la nascita dell'ultimo figlio ,non ebbe più alcun rapporto sessuale nè con la moglie nè con altre donne(dato che nella sua vita ebbe modo di coricarsi con molte donne e passare con esse parecchie ore chiuso nella stanza) ,poi che adottò delle discipline comportamentali ,frutto di una mediazione fra le pratiche tantriche dell'antica tradizione Induista conciliate con il platonismo vicino all'ispirazione cristiana.
Questo non precludeva lo sviluppo di forme sottili e spirituali di sensualità che aprivano le porte alle grandi esperienze mistiche proprie di molti santi cristiani come Santa Teresa d'Avila e San Giovanni della Croce.
Sottolineo inoltre che la Grande Anima appartenne per lungo tempo ,alla Società Teosofica e molti volutamente lo dimenticano.
Alcuni politici del nostro tempo hanno riproposto il mito Gandhiano in maniera superficiale ,distruggendo così il suo insegnamento .
Mi sembra che Rushdie con troppa faciloneria storpia una esperienza spirituale ,un evento storico così importante come la proposta(in parte realizzata) profetica del Mahatma, ha dimostrato la possibilità di seguire una strada diversa di civiltà e sviluppo ;rispetto alla sostituzione tecnologica della natura e la perdita delle culture deboli e "minori" con la veloce distruzione dei popoli che stiamo assistendo
Ma Salman Rushdie chi rappresenta?

I contadini delle Grandi Valli Veronesi



Ecco come Angiolo Poli descrive con il cuore i contadini del suo amato paese.
Un'immagine viva e vera di un mondo ormai per sempre scomparso. In questa società,
sottomessa alla tecnologia asettica e priva di sentimento. Il potere è nella tecnologia che spazza via l'uomo . Si è persa la convivialità, lo sguardo poetico e la semplicità di vivere e questa poesia, nel candore del poeta, ci descrive la vita e il lavoro agricolo di un tempo ormai perduto.

Tera e vilani

Eviva i campi, eviva le staion!
le vache more e i vedelini in late,
i fiori, i pre, le case col veron,
le tortorine bionde apena nate.

Eviva le boarie e i bo' a timon,
i mussi duri e le cavale mate
e tuti i osei ch'è nato col roaron
e tuti i rati che a sbrincà le gate.

Eviva i campi messi a la costiera
le bietole, le zuche, el formenton,
el fresco che se gode verso sera.

Eviva tuti quuei che ga passion
e che se gode de ruspar la tera.
Viva i vilani che no ga paron!

Angiolo Poli

giovedì 26 febbraio 2009

La farnia della Carpanea




EL ROARON DE BIOLCA

Vecio Roaron che te si nato in Biolca
vecio guardian de tuta la me vale,
chi è sta piantarte,là me bel gigante?
Maraveja de Vila,
co' i rami grandi che te pende a ombrela,
te ghè la frasca che la ciapa on campo
e par sbrazarte ghe vol siè vilani.
Vecio Roaron de Biolca,
i me paesani tuti,
co' i te 'minzona pare chi s'ingrassa
e se i te guarda ghe se slarga el core.
Mi co torno da i campi a seretina
e che i to' rami vedo spuntar fora
fra i salgari e le piope di stradèei,
gigante paronzon de la me vale,
mi te domando alora:
-qua gh'era la cità de Carpanèa?-
Carpanèa, Carpanèa...
Me lo disea me Barba
ch'el gera on vecio ch'el savea la storia,
ch'el gera on vecio ch'el gavèa del sale.
Roaron, vardete a torno:
fin che te po' rivarghe,
chi ti te vedi campi, che te po' vedar scoli
par tuti quanti i dossi,
par tuti quanti i loghi
che qua se ciama: Peagnon, Venezia Nova,
el Banco, e Lodeta e la Bepina
e passà via el Misserio
de là del Dugalòn,
fin che te vedi insoma, el me Roaron
i racolti che cresse come el fumo,
fin là ghe gera tuta Carpanèa.
No' te lo se Roaron? epur l'è vera.
Me lo disea me Barba
che Carpanèa la gera piantà qua
al tempo dei Romani.
Ma scoltema Roaron,
la gera Carpanèa 'na gran cità
e tuta a torno la gavèa i so muri
par salvarse co' sucedea 'na guera,
forti e giganti, come ti, roaron.

Angiolo Poli
Upnews.it

L'occidente sempre più un luogo di disperati


Non sappiamo più perderci e ritrovarci, le feste sono asettiche ripulita dal sacro, la tecnologia è intervenuta massicciamente distruggendo la parte ludica dell'uomo.
Il sacro è confuso e in procinto di perdersi definitivamente.
ADDIO OCCIDENTE!

La forza guerriera è nudità


La corsa libera e liberatoria durante la festa legata alla rivoluzione di Giove nella festa a lui dedicata del Kumbh Mela.
Come gli antichi guerrieri iranici(ma anche i celti) che andavano all'assalto nudi con i capelli lunghi sciolti e colorati nel corpo e nella faccia.
Anche nelle feste i giochi rappresentano l'espressione eroica che ogni uomo adulto deve saper manifestare nei momenti bellici come nelle feste sacre. La divinità è vita e morte gioia e dolore, dove i confini sfumano e si sovrappongono: si intravedono le divinità.

La grandezza dell'uomo espressa dai suoi occhi!


SACRO E FRESCO Un hindu indiano, Bal Mukund Brahmchari, 82 anni, che vive ad Allahbad, in India, ha appena finito di cospargersi il volto con pasta bianca ricavata dall'albero del sandalo. Oltre ad avere un significato religioso, la maschera bianca consente di mantenere bassa la temperatura della pelle a ridosso dell'estate: in diverse zone del continente indiano sono già state registrate temperature particolarmente elevate (Rejesh Kumar Singh / Ap)

La distruzione di un popolo e della sua terra


RITUALI - Un esponente della tribù indiana degli Hualapai mentre si affaccia sul Grand Canyon West in un gesto di contestazione per la costruzione dell'edificio che si può vedere a sinistra in alto(Afp)

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lunedì 23 febbraio 2009

Leggenda della Carpanea



Il nostro Bardo, non poteva certo rimanere indifferente ad una delle più suggestive leggende della pianura veronese, quella della città di Carpanea.Città perduta che come Atlantide è sprofondata. La leggenda è molto più complessa addirittura raccontava di sette porte d'entrata ed inoltre comprendeva Casaleone, Tarmassia e una delle porte magiche d'entrata era a Minerbe.
Dalla guida "Villa Bartolomea, Castagnaro, Terrazzo" di Ernesto Berro ti estrapolo la leggenda:

"Carpanea" era una grande e bella città: sorgeva tra l'Adige e il Tartro: era circondata da sette ordini di mura e difesa da cento torri altissime, tutta premuta dalle acque disordinate che i fiumi non ancora arginati le turbinavano attorno.
Il tempio dedicato al dio Appo (che rappresentava l'onda placata) era vastissimo e sontuoso; colà il re, ogni mattino portava cibi e bevande. Il popolo faceva ala ed uscito il sovrano deponeva altri doni.
Accortosi il re che i sacerdoti in questo modo si sarebbero fatti più ricchi e potenti di lui, un mattino non andò al tempio, ed anche il popolo non portò i consueti doni.
I sacerdoti compresero che questo atto significava la loro fine, promossero abilmente una sommossa e riuscirono ad arrestare il re che fu imprigionato. Il re riuscì a fuggire dalla prigione, penetrò nella città e quindi nel tempio donde rapì il dio e corse verso il bacino ( costruito per raccogliere le acque sovvrabondanti dei fiumi). I sacerdoti, acortisi del furto diedero l'allarme ed eccitarono la folla.
Il re vistosi perduto buttò il simulacro nelle acque e riparò in una vicina boscaglia.
La folla esasperata nell'intento di recuperare l'immagine del nume si precipitò sulle dighe per aprirle e prosciugare il bacino.
Il re, intanto, uscito dalla boscaglia, era giunto sul piccolo rilievo dove sorgeva il tempio, vide lo scempio del suo popolo e per il dolore impazzì; metre la città, rosa dall'impeto delle acque, sprofondò nei gorghi.
Nella leggenda popolare è tramandato che nella notte di Pentecoste di ogni anno, chi è solo nel fiume o in palude, sente un pianto disperato seguito da un suono di campana: perchè l'infelice figlia del re di Carpanea, che doveva sposare il giovane capo dei sacerdoti, vive sotto le acque e piange il troncato suo sogno d'amore."

E così Angiolo Poli racconta della città perduta.


CARPANEA

"Qua gh'era la cità de Carpanea,
ch'el taramoto se l'à sprofondà";
cossì me poro Barba me disea,
passando via in careto par de là.

Carpanea, Carpanea, ghe sito stà?
O gera i veci, po', che i s'illudea?...
Sfoio le storie e lore no' gh'in sa,
gnanca me Barba, proprio, lo savea.

Mo co' se ara in vale a tiro oto,
opur co' la "Pavesi" meio ancora;
la gumera te svoltola par soto

Siabole vece e trvi carolà
e statue rote la te pesca fora.
No' gè questi i segnai de la cità?

Co' torno da in Lodeta, verso sera,
toco la Roma che me porta via;
la vale, a poco, a poco, se fa nera
e qua se svaia la me fantasia.

Carpanea, Carpanea! soto a 'sta tera,
longo el Misserio e la Lodeta mia,
te dormi, o gran cità, la pace vera
e mi me sento 'na malinconia.

Carpanea, Carpanea, cità Romana,
'desso el to' camposanto el pare on orto
cresse i racolti come 'na fumana.

Dormì fradei Romani i vostri soni,
che 'sto sangue latin no' ve fa torto:
pronto al varsoro e al'erta coi canoni!

Angiolo Poli

domenica 22 febbraio 2009

STELE DI KUTTAMUVA: il più antico reperto che fa riferimento all'anima





Stele di Kuttamuwa: il più antico reperto che parla dell'anima

[Photo]

La prima evidenza scritta della convinzione religiosa della separazione tra anima e corpo nelle antiche civiltà del Medio Oriente, è stata scoperta da un gruppo di archeologi americani nel sito di Zincirli, in Turchia, vicino al confine con la Siria.

Fino a questo momento si riteneva che in tutte le culture semitiche (Arabi, Ebrei, Cananeo-Fenici, Cartaginesi) l’anima e il corpo fossero considerati indissolubili, tanto che la cremazione del defunti era espressamente vietata. Soltanto nelle popolazioni camite dell’Africa, come gli Egizi, si riteneva che dopo la morte l’anima sopravvivesse indipendentemente dal corpo.

Scavando nell’antica città di Sam’al, presso l’attuale Zincirli, gli archeologi dell’Università di Chicago hanno rinvenuto una stele di basalto, che risale a circa l’800 a.C., con scritte in una lingua semitica che sembra essere una arcaica variante dell’aramaico. La stele, pesante 400 chili e alta 1,2 metri, era stata fatta costruire da un funzionario reale, Kuttamuwa, come luogo di riposo della sua anima dopo la morte.



Sulla stele si legge: “lo, Kuttamuwa, servo del re Panamuwa, ho provveduto in vita alla produzione di questa stele. L’ ho posta nella camera eterna e ho disposto un banchetto per (il dio della tempesta) Hadad, un montone per (il dio del Sole) Shamash, … e un montone per la mia anima che è in questa stele”.



Accanto alla scritta è incisa la figura di un uomo, presumibilmente Kuttamuwa, con la barba e un copricapo, nell’atto di sollevare un calice di vino, mentre è seduto davanti a una tavola imbandita con pane e un’anatra arrostita.

Un’immagine del genere, sottolineano gli studiosi, rappresentava un invito a portare offerte votive di vino e cibo davanti alla tomba di un defunto. Come ha precisato Joseph Wegner, egittologo dell’Universitàdella Pennsylvania, in Medio Oriente era pratica diffusa portare offerte votive ai morti, ma fino a questo momento non esisteva alcuna testimonianza del concetto della separazione tra anima e corpo in queste civiltà. Peraltro, il ritrovamento nel sito di urne che sembrano dovessero contenere le ceneri dei defunti fa supporre che le popolazioni di Sam’al praticassero la cremazione. La stele di Zincirli rappresenta dunque il più antico (e finora unico) “monumento all’anima” rinvenuto nel Medio Oriente.

Inoltre la scoperta getta una nuova sorprendente luce sulle credenze della vita ultraterrena nell’Età del ferro, e in particolare sulla credenza che l’identità, “l’anima”, del defunto, permanesse abitando all’interno del monumento su cui era stata tracciata la sua immagine, come sottolinea la frase finale dell’incisione



Fonte: Storica - National Geographic - numero 1, marzo 2009

STELE DI PALERMO :la prima testimonianza della storia dell'Egitto





L’importanza storica della pietra di Palermo è stata lungamente oscurata dalla famosa pietra di Rosetta, ma Jill Kamil dice che ora la sta riconsiderando come autentico documento storico dell’antico Egitto.
La cosiddetta pietra di Palermo è il più grande e meglio conservato dei frammenti di una lastra rettangolare di basalto, conosciuta come gli annali reali dell’Antico Regno d’Egitto. La sua origine è sconosciuta, ma può provenire da un tempio o da un’altra costruzione importante.




Dal 1866 la pietra è a Palermo in Sicilia - città da cui prende il nome - ed ora si trova nel Museo Archeologico Regionale “Antonio Salinas”. La parte restante misura cm 43 d’altezza per 30,5 di larghezza, mentre in origine si ipotizza che avesse una lunghezza di circa 2 metri ed un’altezza di 60 cm.

Altri frammenti della stessa lastra comparvero sul mercato antiquario fra il 1895 ed il 1963 e sono ora nel Museo Egiziano al Cairo e nel museo Petrie, presso l’Università di Londra.


Estratta dagli annali reali, la “Lista dei Re” predinastici è nel registro superiore della pietra di Palermo. È seguita dagli annali del regno dell’Egitto dall’inizio sino ai re della quinta dinastia. Sotto ogni nome sono indicati gli anni degli eventi importanti, la maggior parte di una natura rituale, e l’altezza dell’inondazione del Nilo è notata alla parte inferiore. Circa 13 studi importanti sono stati intrapresi sui frammenti della pietra e, da quando i primi sono stati pubblicati da Heinrich Schöfer nel 1902, gli eruditi sono stati divisi quanto a come interpretare le implicazioni del testo. Alcuni hanno insistito che i re predinastici elencati sulla pietra effettivamente esistessero, anche se nessuna ulteriore prova ancora era emersa. Altri hanno mantenuto il parere che la loro inclusione su una lista di re era soltanto un espediente ideologico, per indicare che prima dell’unificazione delle due terre dell’Egitto superiore e inferiore, da parte di Narmer/Menes, c’era il caos. Disordine prima di ordine. Sconosciuta fuori della cerchia degli studiosi, la pietra non è abbastanza conosciuta dal pubblico, forse perché è in diversi frammenti e non le viene attribuito nessun valore artistico.


Ora, tuttavia, conosciamo la verità, perché gli archeologi hanno identificato 15 re predinastici, realmente esistiti, tra quelli elencati sulla pietra di Palermo. La pietra di Palermo, con la relativa serie di notazioni apparentemente enigmatica, può essere stata il primo documento storico dell’Egitto.
La pietra rivela che i re più antichi, prima dell’inizio del periodo storico, si spostavano ad ampio raggio e con una certa regolarità. Inoltre registra che nei primi periodi dinastici, fra il 2890 ed il 2686 a.C., si conosceva già la fusione del rame e si realizzavano statue. Inoltre che le campagne militari effettuate in Nubia portarono alla cattura di 7.000 schiavi e di 200.000 capi di bestiame. Si facevano spedizioni alle miniere di turchese del Sinai; e 80.000 misure di mirra, 6.000 unità di electrum, 2.900 unità di legno e 23.020 misure di unguenti erano importate da Punt, sul litorale della Somalia moderna. Non era una società primitiva dedita alle lotte, alla soglia della civilizzazione, ma una già stabilita che stava forgiando il proprio carattere e affermava la propria identità.


Quando Toby Wilkinson dell’università di Cambridge, autore del libro “Early Dynastic Egypt”, ha presentato un documento sulla pietra di Palermo al congresso internazionale di Egittologia tenuto a Londra nel dicembre 2000, ha rianimato l’interesse sulla pietra. Infatti, è stupefacente che in quest’epoca di tecnologie informatiche egli fosse il primo erudito a riunire ed esaminare tutti e sette i frammenti della pietra insieme. Ha citato le discussioni iniziali pro e contro l’importanza del testo ed ha concluso che è stato intagliato, come la pietra di Rosetta, come corredo ad un culto degli antenati, un progetto di una sequenza continua della successione fino al regno del re Sneferu della Quinta Dinastia, che raggiunse un gran picco di prosperità; nel periodo quando i grandi monumenti sono stati costruiti ed in cui non meno di 40 navi portarono legno da una regione sconosciuta fuori del paese.


Nella loro forma originale gli annali reali erano divisi in due registri. Il registro superiore a sua volta era suddiviso nelle parti che descrivono i nomi dei re predinastici con gli anni di regno e gli eventi importanti nei loro regni, seguiti dalle notazioni di tali eventi come l’inondazione del Nilo, il censimento biennale del bestiame, cerimonie di culto, tasse, la scultura, le costruzioni e la guerra. Sono elencati centinaia di regnanti. È il testo storico più vecchio sopravvissuto dell’Egitto antico ed è la base dei dati storici e delle cronologie successive.


Alcuni re hanno registrato esplicitamente che le divinità egiziane sono arrivate simultaneamente con il loro regno. Il dio Sheshat, per esempio, è stato associato con un’attività conosciuta come “allungamento della corda” (probabilmente riferendosi al fatto di misurare le zone per le costruzioni o i santuari sacri). Altri gettano le basi delle costruzioni che sono state denominate “trono degli Dei”. Tali attività erano considerate sufficiente importanti da servire da punti di riferimento e sono state espresse in tali termini specifici come la “nascita di Anubis”, “la nascita di Min” e la “nascita” di altri dei associati con fertilità e la potenza del maschio quale Min di Coptos e Heryshef che è rappresentato solitamente sotto forma d’un ariete.


Finora, tali notazioni sembravano avere poco significato. Ma oggi gli eruditi conoscono tanto più circa il periodo di formazione della civiltà egiziana che possiamo riconsiderare almeno 21 delle 30 entrate dispari sulla pietra di Palermo, particolarmente quelle che si riferiscono al fatto di creare le immagini degli dei da quelle dei re, perché la prova archeologica sostiene l’idea dello sviluppo uniforme del centro di culto; cioè, gli scavi effettuati in alcuni dei luoghi di stabilimento più antichi ne rivelano l’uniformità. Una caratteristica comune, per esempio, è che tutti i recinti sacri erano sottratti agli occhi del pubblico e circondati da muri. Un altro sono i ritrovamenti delle offerte votive, oggetti grezzi o cotti d’argilla che a volte si contano a centinaia, probabilmente fatte dagli artigiani locali per la gente semplice che desiderava fare le offerti al dio. Effettivamente, l’uniformità può essere veduta chiaramente negli stessi dei. In forma umana, o in un corpo umano con testa d’animale, d’uccello, di rettile o d’insetto, sono rimaste uguali agli archetipi per tutte le generazioni successive.


Abbastanza interessante è il fatto che gli dei mantennero caratteri vaghi durante la storia egiziana, più tardi descritti nei termini quale “quello di Ombos” (Set), “quello di Edfu” (Horus), “quella di Sais” (Neith) e “quello di Qift” (Coptos). Nessuno di loro era più importante degli altri. Le preghiere e gli inni indirizzati loro differivano soltanto negli epiteti e negli attributi. Era chiaramente il posto, non il dio, che importava, il posto scelto per la sua posizione strategica.


Il centro di culto della dea dalla testa d’avvoltoio Nekhbet, per esempio, era sulla sponda orientale del Nilo a Nekheb (Al-Kab moderno), che dava accesso al deserto orientale ricco di minerali con giacimenti di rame, d’agata e di diaspro. Quello di Pe (Buto) nel delta del Nilo, era un punto di partenza per il commercio con il Medio Oriente. Coptos (Qift) era quasi di fronte alla bocca del wadi Hammamat, la via più breve verso il Mar Rosso e le vene aurifere del deserto orientale.


La creazione delle immagini e l’istituzione dei centri di culto accennati sulla pietra di Palermo si trova anche nei testi della piramide (iscritti sulle pareti dai re che hanno regnato verso la conclusione dell’Antico Regno) e nel cosiddetto Dramma di Memphis (un testo sopravvissuto in una copia tardiva, esplicito sulla creazione dei culti, sull’istituzione dei santuari e sulla fabbricazione delle statue divine con i loro segni distintivi raffiguranti una pianta, un uccello o un animale totemico della comunità, “fatti con ogni legno, ogni pietra, ogni pezzo di creta”).



Oltre all’identificazione con il re, servivano al livello popolare. Gli antichi Egizi giunsero a credere che la statua nel santuario tenesse la chiave per un buon raccolto, salute e fertilità e compivano gesti pii che non erano molto differenti da oggi, con le offerte e preghiere ai santuari dei santi cristiani e degli sceicchi musulmani. I gesti di devozione sono una pratica consacrata che ha chiare radici nel passato più antico.



Questo è così affascinante negli studi di Wilkinson sulla pietra di Palermo. I successi materiali di una condizione unificata dipendevano dalle risorse della terra e dal commercio e c’è ogni indicazione che la relativa gestione fosse stata tracciata sin dalla fase iniziale. La creazione dei centri di culto non solo ha neutralizzato le differenze fra i vari insediamenti dell’Egitto superiore e inferiore, ma ha generato un forte legame fra la gente di tutti gli strati della società. E, più importante, quando il re assisteva alle feste di “nascita” degli dei e faceva le dotazioni reali sotto forma di pane e torte, buoi ed altro bestiame, oche ed altri uccelli e vasi di birra e di vino, l’occasione della sua visita era accompagnata dalle celebrazioni annuali che comportavano il macello degli animali sacrificali in suo onore. Queste offerte, poste sull’altare del santuario e soddisfacenti una volta una funzione religiosa, erano prese dal “servi del dio” , ossia i sacerdoti che curavano i santuari e le statue degli dei, in parte per trattenerle ed in parte per distribuirle alla gente. La costruzione degli edifici per il culto reale sembra essere stato il progetto più importante del regno di ciascun re, ed assorbiva gran parte del reddito di corte. Il concetto che gli dei ed il re avessero richieste reciproche l’uno nei confronti dell’altro dovevano essere forti, ma c’era sempre il rischio della resistenza e quando questo accadeva il re, a quanto pare, negava la prestazione del culto. Nei testi della piramide (molti dei quali sono datati ai periodi predinastici, come quelli che comprendono le frasi che si riferiscono ad un periodo in cui i morti erano posti a riposare in semplici fosse nella sabbia ed in cui gli animali del deserto potevano profanare i corpi), sono le espressioni in cui il re enfatizza il fatto che ha potere sopra gli dei, e che è lui che “concede il potere e toglie il potere, cui nessuno sfugge”.


L’effetto di una tal minaccia su una comunità che già aveva una forte identità e sui “servi del dio”, che prestavano assistenza ai santuari, può essere immaginato bene. Arrivava alla minaccia di annientamento ed alla perdita di prestigio. Secondo Erodoto, sopravviveva una tradizione che sosteneva che Khufu, il costruttore della grande piramide, avesse chiuso nel Paese i templi. Fra le sue prescrizioni, ricordate sin dai tempi antichi, erano la “cacciata” di Horus; , la “cattura” di Horus; e la “decapitazione” di Horus;. In un cartiglio d’avorio trovato a Abydos che data al regno del re Den, della Prima Dinastia, il re è indicato in una posa che doveva diventare classica: mentre schiaccia un nemico con un randello levato.
Il re dell’Egitto, padrone degli accessi alle risorse naturali e alle terre vicine; e dei santuari costruiti agli dei, come è registrato sulla pietra di Palermo, possedeva e condivideva una caratteristica comune con i capi di molte antiche società? Era un signore della guerra?


La PROVA è che le immagini impresse in sigilli e terraglie del primo periodo dinastico rivelano le immagini dei Faraoni impegnati in varie attività rituali ed alcuni dei testi di accompagnamento si riferiscono a statue fatte d’oro e di rame. Questa immagine proviene dal quinto registro della pietra di Palermo e si riferisce ad una statua di rame fatta nel regno di Khesekhemwy, o del suo successore dello stesso nome. Qui è scritta la prova che il rame statuario era noto e prodotto molto prima delle immagini ben note di Pepi I e di Merenre, trovate nel tempio di Hierakonpolis ed ora nel museo egiziano. I re sono raffigurati talvolta con la corona rossa, a volte con quella bianca, come quello qui rappresentato. Alcuni bassorilievi mostrano il re che cammina, o che accenna un passo in avanti.




Fonte: Al Ahram Weekly, 12-18 febbraio 2009.

Un testo misterioso ed inquietante



“Le Serpent Rouge”, o “Il Serpente Rosso”, è un libriccino misterioso, criptico, che si compone di 13 pagine. Nella sua versione originale, nelle prime 5 troviamo il testo conosciuto come Avant-Propos,

nelle altre vi sono le immagini della Chiesa di Saint-Germain de Prés, delle tombe di re merovingi scoperte nella stessa chiesa, della copertina di un opuscolo pubblicato nel 1861 “Gnomon Astronomique”, la genealogia merovingia, la Gallia del 511, la Gallia del 632 circa, della Chiesa di Saint Sulpice, la pianta della stessa Chiesa (dove troviamo indicato il P-S , il Preacum ed il meridiano di Parigi) ed il quartiere Saint-Germain del 1615 (anche qui vi è indicato il meridiano).

Questo libercolo è stato scritto da tre uomini, più probabilmente tre iniziati, ossia tali Pierre Feugere, Louis Saint-Maxent e Gaston De Koker. Il “Serpente Rosso”, scritto nell’ottobre del 1966, è stato poi pubblicato il mattino del 17 gennaio 1967 a Pontoise, e la notte successiva i tre autori morirono, misteriosamente, suicidi. Abbiamo ragione di ritenere che tali autori fossero come detto degli iniziati, e che appartenessero al cosiddetto “Priorato di Sion”, che ancora oggi esiste, e ha la sua centrale nella chiesa di Saint Sulpice a Parigi. Il libro consta di versetti criptici, e ogni capoverso è dedicato ad un segno zodiacale.

Quindi sono dodici capitoli più uno, in tutto tredici, in quanto è stato aggiunto il segno zodiacale del Serpentario, più noto forse come Ofiuco. Noi abbiamo fedelmente tradotto “Le Serpent Rouge” dalla versione originale, e leggendolo si noterà che questi versi non hanno quasi significato. Ma se li mettiamo in relazione con il Segreto di Rennes-Le-Chateau, allora tutto è più chiaro. Ecco il testo integrale del “Serpente Rosso”.
Il Serpente Rosso


NOTE SU SAINT GERMAIN DES PRES E SAINT SULPICE DI PARIGI
di Pierre Feugere, Louis Saint-Maxent, Gaston De Koker
PONTOISE - 17 GENNAIO 1967

Acquario

Come sono strani i manoscritti di questo Amico, grande viaggiatore dell’incognito, essi mi sono apparsi separatamente, tuttavia formano un tutto per colui che sa che i colori dell’arcobaleno uniti danno l’elemento bianco, o per l’artista che sotto il suo pennello, fa dalle sei tinte della sua tavolozza magica, sorgere il nero.

Pesci

Questo Amico, come posso presentarvelo? Il suo nome resterà un mistero, ma il suo numero è quello di un sigillo celebre. Come descrivervelo? Forse come il navigatore dell’arca imperitura, impassibile come una colonna sulla sua roccia bianca, che guarda verso il mezzogiorno, al di là della roccia nera.

Ariete

Durante il mio sofferto pellegrinaggio, ho tentato di aprirmi con la spada una strada attraverso la vegetazione inestricabile dei boschi. Avrei voluto arrivare alla dimora della Bella Addormentata in cui certi poeti vedono la Regina di un regno scomparso. Alla disperazione di ritrovare il cammino, le pergamene di questo Amico furono per me il Filo di Arianna.

Toro

Grazie a lui, ornai a passo moderato e con sguardo rivolto verso l’alto, io posso scoprire le sessantaquattro pietre disperse del cubo perfetto che i Fratelli della Bella del bosco nero, sfuggendo all’inseguimento degli usurpatori, avevano seminato sulla strada quando fuggirono dal Forte bianco.

Gemelli

Riunire le pietre sparse, lavorare con la squadra ed il compasso per rimetterle nell’ordine regolare, cercare la linea del meridiano che va da Oriente a Occidente, poi guardando dal Sud al Nord, infine in tutti i sensi per ottenere la soluzione cercata, facendo sosta davanti alle quattordici pietre marcate con una croce. Il cerchio era l’anello e corona, ed esso era il diadema di questa Regina del castello.

Cancro

Le lastre del pavimento a mosaico del luogo sacro potevano essere alternativamente bianche o nere, e Gesù, come Asmodeo, sorvegliava i loro allineamenti. Il mio sguardo sembrava incapace di vedere la cima dove dimorava nascosta la meravigliosa addormentata. Non era stato Ercole con la potenza magica, come decifrare i misteriosi simboli impressi dagli osservatori del passato. Nel santuario tuttavia l’acquasantiera, fontana d’amore dei credenti che ridà il ricordo di queste parole: CON QUESTO SEGNO TU LO VINCERAI.

Leone

Di colei che io desidero liberare, salgono verso di me gli effluvi del profumo che impregnano il sepolcro. Una volta alcuni l’avevano chiamata: ISIDE, regina delle sorgenti benefiche, VENITE A ME VOI TUTTI CHE SOFFRITE E CHE SIETE OPPRESSI E IO VI DARO’ SOLLIEVO, altri MADDALENA, dal CELEBRE vaso colmo di balsamo guaritore. Gli iniziati conoscono il suo vero nome: NOSTRA SIGNORA DES CROSS.

Vergine

Io ero come i pastori del celebre pittore Poussin, perplesso davanti l’enigma: “ET IN ARCADIA EGO!”. La voce del sangue, vuole rendermi l’immagine di un passato ancestrale. Si, il lampo del genio attraversa il mio pensiero, rivedo, comprendo! Io conosco ora questo segreto favoloso. E meraviglia, al momento dei salti dei quattro cavalieri, gli zoccoli di un cavallo avevano lasciato quattro impronte sulla pietra, ecco il segno che DELACROIX aveva lasciato in uno dei tre dipinti della cappella degli Angeli. Ecco la settima sentenza che una mano aveva tracciato: ESTRAIMI DAL FANGO, PERCHE’ IO NON VI RESTI AFFOSSATO. Due volte IS, imbalsamatrice e imbalsamata, vaso miracoloso dell’eterna Dama Bianca delle Leggende.

Bilancia

Cominciato nelle tenebre, il mio viaggio non poteva terminare che nella luce. Alla finestra della casa diroccata contemplavo attraverso gli alberi spogli dell’autunno la vetta della montagna. La croce di creta si distaccava sotto il sole del mezzogiorno, era la quattordicesima e la più grande di tutte con i suoi 35 centimetri. Eccomi dunque a mia volta cavaliere sul destriero divino che cavalcava l’abisso.

Scorpione

Visione celeste per colui che mi ricordano le quattro opere di Em. SIGNOL, intorno alla linea del Meridiano, nello stesso coro del santuario da dove irradia questa sorgente d’amore degli uni per gli altri. Io ruoto su me stesso passando con lo sguardo la rosa del P a quella dell’S, poi dall’S al P. E le spirali nel mio spirito diventano un polipo mostruoso che espelle il suo inchiostro. Le tenebre che assorbono la luce, ho un capogiro e porto la mia mano sulla mia bocca, mordendo istintivamente il palmo, forse come OLIER nel suo feretro. Maledizione,io comprendo la verità. E’ il passaggio, ma egli stesso facendo il bene, come xxxxxxxx QUELLO della tomba fiorita. Ma quanto hanno saccheggiato la casa, non lasciando che cadaveri imbalsamati e numeri di metallo che non avevano potuto importare? Quale strano mistero cela il nuovo Tempio di SALOMONE edificato dai bambini di Saint VINCENT?

Ofiuco o Serpentario

Maledicendo i profanatori nelle loro ceneri e coloro che vivono sulle loro tracce, uscendo dall’abisso dove era stato tuffato, compiendo il gesto d’orrore: “Ecco la prova che del sigillo di SALOMONE io conosco il segreto, che xxxxxxxx di questa REGINA ho visitato le dimore nascoste”. A questo, Amico Lettore, guardati di aggiungere o togliere uno iota … Medita, medita ancora, il vile piombo del mio scritto contiene forse l’oro più puro.

Sagittario

Ritornando allora alla bianca collina, il cielo avendo aperte le sue cateratte, mi sembra di sentire vicino una presenza, i piedi nell’acqua come colui che riceve il segno del battesimo.Ruotando ad est, di fronte a me vidi srotolando senza fine i suoi anelli l’enorme SERPENTE ROSSO citato dalle pergamene, salato e amaro, l’enorme bestia aizzata (scatenata) davanti i piedi di questo monte bianco, rosso per la collera.

Capricorno

La mia emozione fu grande, “ESTRAIMI DAL FANGO”, dicevo, e il mio risveglio fu immediato. Ho omesso di dirvi in effetti che questo era un sogno da me fatto questo 17 GENNAIO, festa di San SULPICIO. A seguito del mio turbamento persistente, ho voluto, dopo le riflessioni di rito, riferirvi un racconto di PERRAULT. Ecco dunque Amico Lettore, nelle pagine che seguono, il risultato di un sogno che mi aveva cullato nel mondo dallo strano all’ignoto. A Colui che è di passaggio per fare il bene.
Ottobre 1966
l’Autore


Fonte: srs di LOUIS SAINT-MAXEN
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sabato 21 febbraio 2009



Ogni popolo ritrovi e invochi i suoi Dei

venerdì 20 febbraio 2009


È morto il 17 maggio scorso in un ospizio di Englewood (Gran Bretagna), a 92 anni, il professore della Columbia University John F. Lattimer. Urologo, esperto balistico che tra i primi esaminò il corpo di John Fidgerald Kennedy, Lattimer si divertiva nel tempo libero a collezionare reliquie militari e resti umani. Tra di essi c’era anche il pene di Napoleone Bonaparte. Leggenda vuole che l’organo riproduttivo dell’Imperatore francese sia stato fatto decurtare da uno dei suoi nemici, il clerico Vignali, che al generale non aveva mai perdonato alcune pesanti allusioni sulle sue presunte defaillance sessuali.
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Una storia a pezzi, se la crisi perdura venderemo reliquie, sperando di
trovare qualcuno che le compri!

La mano di San Francesco Saverio, il pene di Napoleone, il cervello di Einstein: cimeli consevati, venduti ed esposti in giro per il mondo
CARLA RESCHIA
Il cervello di Einstein è stato affettato nel nome della scienza e distribuito a diverse istituzioni scientifiche, anche se il nucleo centrale è conservato all’ospedale di Princeton. La testa di Oliver Cromwell, il puritano di ferro che nel 1600 abbattè la monarchia inglese, dal 1960 la trovate in una cappella di Cambridge. Una collocazione più conveniente rispetto a Westminster Hall, dove rimase esposta per 20 anni, infilzata su una lancia, dopo la sua esecuzione postuma.

Il pene di Napoleone è proprietà privata di un urologo americano, che si è aggiudicato a un’asta per 40 mila dollari il prezioso cimelio, sottratto al corpo del rivoluzionario diventato imperatore da un sacerdote, Ange Vignali, che ebbe occasione di assistere all'autopsia e pensò di trarne qualche vantaggio.

E’ la Cnn a ripercorrere le bizzarre vicende post mortem toccate a celebri personaggi storici, o meglio ad alcune loro parti più o meno intime. Un destino curioso di smembramento e dispersione che accomuna condottieri, scienziati, santi e persino omicidi come John Wilkes Booth, assurto all’onore delle cronache per aver ucciso a teatro il presidente statunitense Abraham Lincoln. Assassinato prima del processo, Booth fu sottoposto ad autopsia e alcune vertebre della schiena furono rimosse per capire dove fosse entrata la pallottola mortale. Resta da capire, e la storia del resto non spiega, perché quelle vertebre oggi si trovino in mostra al National Museum of Health and Medicine di Washington.

Ma la sorte più curiosa è toccata a San Francesco Saverio, amatissimo evangelizzatore dell’Asia che, dopo la morte, nel 1552, fu letteralmente fatto a pezzi dai cultori di reliquie: oggi metà della sua mano sinistra si trova a Cochin, nel Sud dell’India, mentre l’altra metà è a Malacca, in Malesia; un braccio è custodito a Roma e quel che resta è sepolto a Goa. Ma ci sono molte città, sparse nel mondo,che vantano il possesso di parti dei suoi organi interni.

Addio Occidente



IL TRAMONTO DELL'OCCIDENTE- Ci siamo

lunedì 04 agosto 2008, 10:33
L’intramontabile "tramonto dell’Occidente"
di Maurizio Cabona
Risultati immagini per Oswald Spengler sepoltura

Non tramonta Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, dal 28 agosto di nuovo in libreria dopo più di 15 anni di assenza (Longanesi, pagg. 1.520, euro 50; pref. di Stefano Zecchi). Ideato come romanzo storico, scritto come saggio filosofico, doveva insegnare a pensare per continenti - come facevano inglesi, russi, cinesi, americani e giapponesi - ai tedeschi, se avessero vinto la Grande guerra. Spengler scomparve nel 1936, anno olimpico a Berlino; se ci fosse ancora nel 2008, anno olimpico a Pechino, sorriderebbe di chi umilia l’orgoglio serbo ed è umiliato dal neocesarismo cinese. Il tramonto dell’Occidente non è innocente, come non sono innocenti le Olimpiadi: fu l’apice del pensiero del capitalismo industriale germanico, sfidato dal capitalismo industriale americano, dal capitalismo mercantile britannico, dal capitalismo di Stato sovietico. Nell’egemonia del capitalismo finanziario globalizzato, Il tramonto dell’Occidente è ancora attuale?

Di padre tedesco, socialdemocratico ed esule negli Stati Uniti dal 1938, lo svizzero Jean-Jacques Langendorf è, come Spengler, un romanziere prestato alla saggistica. Del clima in cui piombò Il tramonto dell’Occidente, dice: «Era una Germania assetata di rivincita: il pessimismo del libro contribuì ad assicurargli un’accoglienza favorevole. Conteneva una grandiosa metafisica della storia, che parla di nascita, apogeo, estinzione delle civiltà. Qui eccelle Spengler, soprattutto filosofo di minacce incombenti: dominazione delle masse, del denaro, della tecnica, esaurimento della democrazia».

Nell’Italia d’un altro dopoguerra di sconfitta, però di ricostruzione democratica, Il tramonto dell’Occidente, inno a un neocesarismo a quel punto sconfitto, fu tradotto da Julius Evola. A certi neofascisti sembrò la versione imperialistico-cesariana della Rivolta contro il mondo moderno di Evola stesso (1934); invece era la Rivolta a echeggiare il Tramonto in chiave nostalgico-aristocratica.

Storico delle idee e diplomatico, Maurizio Serra radiografa la recezione italiana di Spengler: «Non è abbastanza filonazista per essere idolatrato a sinistra come Schmitt e Heidegger; non scrive abbastanza bene per essere incomprensibile, né abbastanza male per esser ristampato spesso; non crede che l’Occidente si salverà dal tramonto, imbracciando il fucile dopo ogni choc, tipo 11 settembre. Chiedere a Spengler la ricetta per la crisi dell’uomo moderno è come chiedere a Henry Miller come conquistare la compagna di scuola. Spengler fissa una direzione dove abbiamo paura perfino di buttare l’occhio». Come dir meglio?

Negli articoli de La città futura e de L’ordine nuovo, Antonio Gramsci notava, contemporaneamente a Spengler, l’ascesa degli Stati Uniti. Firma storica del Manifesto, Nico Perrone insegna storia dell’America; ma prima ha appreso a pensare per continenti accanto a Enrico Mattei, impegnato con l’Eni nella lotta per le materie prime: «Per Spengler - dice Perrone - il primato dell’economia sulla politica è fattore di decadenza. Non si è sbagliato. La sua analisi è piaciuta alla destra del ’900. Forse solo la Chiesa cattolica, e lo dico da laico, ha capito che le diversità del mondo vanno accettate, e così cerca di resistere. Dalle altre parti c’è invece un’arroganza che accelera la conclusione di Spengler».

Alfiere del giornalismo italiano di grande respiro di cui oggi tanto si sente la mancanza, Piero Ottone è uno spengleriano: «Apprezzo Il tramonto dell’Occidente. Suddivide la storia del mondo in sette grandi civiltà che nascono, crescono, declinano: il nostro periodo attuale corrisponde alla decadenza dell’Impero romano. Cina, India, Africa sono per l’Occidente di oggi ciò che i barbari furono per Roma? Più che antagonisti, questi paesi sono concorrenti e le loro tecniche sono da imitatori, non da ideatori. E Spengler ne L’uomo e la macchina avverte che è pericoloso insegnare le tecniche».

Anche Gennaro Malgieri è giornalista; diventato parlamentare e consigliere d’amministrazione della Rai, dopo aver prefato Anni decisivi di Spengler (Ciarrapico), sintetizza: «Il tramonto è attuale perché l’Occidente è infedele a suoi valori e incapace di proporne di nuovi, colonizzato com’è da etiche, costumi e tradizioni estranee».
Luca Barbareschi è invece fra i rari attori, diventati parlamentari, a chiedersi, spenglerianamente: «Hanno un destino le civiltà? Forse sì. Gli italiani credevano le loro posizioni acquisite per sempre, senza capire che decadenza non è sacrificarsi, come si sacrificavano i genitori, ma è credere che qualcosa ti tocchi di diritto. Cinesi e indiani conquisteranno la nostra condizione di oggi, lasciandoci la loro di ieri».

Per il filosofo e sociologo francese Alain de Benoist, «Il tramonto dell’Occidente è uno dei libri più importanti del XX secolo. Tanto citato e poco letto, ha due messaggi: che il mondo mai è stato e mai sarà unificato, perché la Terra avrà sempre una pluralità di culture; che queste culture sono grandi organismi, che nascono, crescono, invecchiano e muoiono. La stessa civiltà occidentale va verso la fine. Visione tragica e pessimista, controcorrente rispetto a ogni “progresso”, che ha più possibilità di verificarsi che quelle di Huntington o Fukuyama».

Ma il diplomatico e storico Sergio Romano diffida: «Spengler fu un filosofo della storia, cioè un mediocre filosofo e un cattivo storico. Ma anche un filosofo della storia può essere uno scrittore affascinante. Leggere Il tramonto dell’Occidente come una chiave per aprire la porta del futuro dell’umanità, è una perdita di tempo. Leggerlo come segno del malessere europeo fra vigilia della Grande guerra e nazismo è una straordinaria esperienza letteraria».

Per il filosofo Emanuele Severino «Il tramonto dell’Occidente è tutt’altro che inattuale. È sovraccarico però di biologismo pseudoscientifico e ciò insospettisce i filosofi e gli scienziati. Ma se ne deve tener egualmente conto, fosse anche solo per prenderne le distanze. C’è il tramonto, ma i suoi motivi non sono quelli che dice Spengler, incapace di discutere il senso profondo della volontà di potenza».

Sindaco di Roma, città-simbolo di una delle civiltà evocate da Spengler, Gianni Alemanno considera invece Il tramonto dell’Occidente «una delle opere più importanti del “pensiero della crisi”, affermatosi in Europa dopo la fine della Grande guerra, ma le intuizioni spengleriane sul dominio della Tecnica e l’eclissi dei valori spirituali sono attuali. La civiltà occidentale si diffonde su scala planetaria, ma il suo sistema di valori è debole. E il concetto di “crisi dell’Occidente” è la chiave per interpretare il messaggio di Benedetto XVI».

Un regista che da Mosca, la “Terza Roma”, è passato a Hollywood, la “seconda Cartagine”, Andrei Konchalovsky, cita un altro Papa: «Il pensiero europeo reca i segni della crisi, sfociata ovunque in grossi scandali economici. Ai popoli mancano punti di riferimento, il denaro conta più della morale. Per Giovanni Paolo II, il secolo XX ebbe la dittatura politica e il XXI avrà la dittatura economica. Di tale crisi Spengler colse la radice nell’eurocentrismo. L’ignoranza prosegue in America nella politica di Bush e in Europa con l’illusione del tribunale dell’Aia di giudicare altri popoli».

Lettore de Il tramonto quando il libro circolava solo in tedesco, Alberto Pasolini Zanelli tiene l’America sott’occhio per Il Giornale. Ora ci racconta che «per le strade di Washington è ricomparso lo slogan che molti avevano incollato sui paraurti nel 1973 della crisi petrolifera: “Spengler era un ottimista”».

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Arturo Reghini




Arturo Reghini nacque a Firenze il 12 novembre 1878, da bambino lesse Pinocchio, ma sorprese i suoi per i calcoli a memoria e l' appartarsi in silenzio d' estate tra i grilli. Anche perciò, e perché cogli altri s' imbronciava, cresciuto fu mandato a studiare matematiche a Pisa. Qui i poliedri e le sfere diedero al suo pensiero quel libero fluire per cui, con la testa aperta come un nido di rondini, si persuase un bel giorno che il tutto universo era divino. E a Firenze scoprì nelle sezioni auree dei palazzi che pure i grandi del Rinascimento l' avevano capito. Uno zio lo erudì a diffidare del Vaticano, elogiando Giordano Bruno e le logge dei massoni che nel Settecento gli inglesi avevano per prime iniziato in Italia. Del resto anche il primo dei Lorena era affiliato. Il che almeno protesse un po' la memoria del paganesimo mediceo; e mantenne alla Toscana una certa tolleranza: qualche distacco dai preti e dalla noia. A Roma diciottenne fu ovviamente attratto dalla Teosofia della Signora Blavastsky, che non solo pretendeva di avere descritto le cosmogonie e i segreti dei più segreti maestri dell' India, ma aveva anche combattuto con Garibaldi. Nel 1902 tenne molto ad essere iniziato nell' ordine di Memphis e Misraim, secondo rituali egizi. Ma non gli parve che l' Italia fosse com' era ed è: un caotico Egitto reincarnato, non solo a Napoli. Si convinse invece che l' essenza dell' Italia e degli italiani era una Roma arcaica e mai morta, protetta da una sapienza primordiale che aveva emanato anche Pitagora. Era la stessa Roma che aveva infervorato Mazzini e il Risorgimento. E che non piaceva al Vaticano il quale con la bolla del 1738 del cieco Clemente XII scomunicava chiunque si affiliasse alla società dei massoni. Un anno dopo che era morto Gastone ultimo dei Medici. Peraltro dall' intreccio miserabile di favori e ripicche nel quale era decaduto il Grande Oriente il candido Reghini fu tra i pochi a non trarre vantaggio. Era la mattina professore di matematica nelle scuole superiori, per ritrovarsi puntuale ogni notte a rimirare come i pitagorici i numeri e le stelle. Gli parve ovvio che se uno era l' unità assoluta non poteva sommarsi a un altro uno. Scrivere uno più uno uguale due gli parve efferato: il due era semmai privazione dell' uno. Ma erano discorsi che poteva fare solo alla loggia Lucifero col suo amico Armentano. Era costui un musicista capace di misteri non troppo diversi da quelli che resero poi famoso Rol. Reghini ed altri stravaganti presero a ritirarsi con lui in una torre costiera in Calabria. Fu in quegli anni che il nostro più si cimentò, persuaso di poter divenire la musica che dà forma a una pianta o una pietra o il respiro di un angelo. Ma si sentiva un romano arcaico e perciò fu interventista. Nel 1913 compì strani riti per la vittoria nella guerra che sentiva prossima. L' anno dopo scrisse un articolo, "Imperialismo pagano", avversando tra l' altro il suffragio universale, che favoriva solo cattolici e socialisti. A guerra vinta col Grande Oriente sostenne pure l' impresa di Fiume. E il 23 marzo del 1919, quando fu fondato a Piazza San Sepolcro il primo fascio di combattimento, era il giorno in cui cadeva la festa romana del Tubilustrium o consacrazione delle trombe di guerra. Si persuase che Benito Mussolini era il tribuno che sarebbe riuscito a divenire console d' Italia. Ma nel 1923 il partito fascista disse che l' affiliazione massonica incompatibile con l' appartenenza al partito fascista. Reghini vide in ciò il lavorio dei gesuiti e del fratello cattolico del duce. Protestò che Roma era pagana. Ma nel 1926 ad Arnaldo Mussolini arrivò la delazione che il nostro faceva propaganda per il divorzio. In effetti faceva di peggio: coi seguaci di Steiner, il giovane Evola, Ciro Alvi e altri eretici, fondava riviste sulle tecniche ascetiche più proprie in Occidente. Fu esecrato non solo dalla Civiltà Cattolica, anche dal causidico assistente degli universitari cattolici: G.B. Montini. Ma Reghini era anche toscano, dunque incline al litigio greve: e si litiga meglio con quelli che si credevano amici. Perciò litigò col barone Julius Evola, tentò di farlo fuori da una rivista; poi gli rimproverò di avergli copiato il titolo e il senso di "Imperialismo pagano". Ma l' 11 febbraio ' 29 Mussolini firmò pure il Concordato: per chi era pitagorico e mazziniano, fu il gesto più esecrabile. Si ritrovò sorvegliato speciale della polizia politica fascista, scomunicato dai gesuiti e denunciato da Evola. Costui italiano, dunque fedele anzitutto agli odi fraterni, il 3 marzo 1929 denunciò il "massone Reghini" che "pretende di insegnare al fascismo la romanità... ". Concludendo che per lui "l' aria più propizia non è quella del continente: è invece quella delle isole ove il Reghini invece di insegnare a Roma ... in una pubblica scuola (caso di cecità degli organi di controllo?) si troverebbe più a suo agio". Una meschinità che complicò la vita del nostro pitagorico. Si ritirò a studiare dei teoremi che coi poliedri dimostravano il teorema di Pitagora, meglio di Euclide. Reghini era piccolino con la fronte diritta e le labbra pronunciate, occhi grandi e naso piccolo in un viso da tenace, i capelli all' indietro. Morì tra i numeri pitagorici seduto nel suo studio guardando il sole in una villa fuori Bologna nel luglio 1946. Gli sarebbe piaciuto Ariosto, Orlando furioso, canto XVII, 76: "E pur per dar travaglio alla meschina lasci la prima tua sì bella impresa. O d'ogni vizio fetida sentina dormi Italia imbriaca... ".

Geminello Alvi
Corriere della Sera, 18 agosto 2003

Dopo i Patti Lateranensi Reghini si "ritira" e morirà a Budrio, dove è sepolto.
Quell'Evola ha bisticciato con tutti, molto anzi troppo carico di se stesso. Ma Reghini era tutto altro personaggio, schivo, con una mente lucida lontana dai clamori, tesa verso la Conoscenza di una massoneria che non ne resterà traccia, ma tutt'ora viva.

giovedì 19 febbraio 2009

Il riscatto dello spirito indiano



Il pronipote di Geronimo contro Obama:
«Restituisca i resti del mio bisnonno»

«Senza la tradizionale cerimonia indiana, negatagli a suo tempo, il suo spirito non riposerà mai in pace»

WASHINGTON – Nel centesimo anniversario della morte di Geronimo, il leggendario capo dei pellerossa Apache, il suo pronipote Harlyn Geronimo ha querelato il presidente Obama, il ministro della difesa Gates, l’Università di Yale e il misterioso Ordine teschi e ossa degli studenti, a cui appartennero tre generazioni di Bush. Il motivo: vuole che gli siano restituiti i resti del bisnonno, a suo parere in parte sepolti a Fort Sill nell’Oklahoma e in parte a Yale, perché senza la tradizionale cerimonia indiana, negatagli a suo tempo, il suo spirito non avrebbe mai pace.

POLEMICHE E MISTERO - La querela ha destato scalpore e riacceso vecchie polemiche su dove si trovino i resti del mitico guerriero. Geronimo, l’ultimo capo pellerossa ad arrendersi nel 1886, dopo che per anni 5 mila giacche blu gli avevano dato invano la caccia, morì di polmonite a 79 anni a Fort Sill. Nel frattempo, era diventato una icona americana: aveva preso parte a vari spettacoli sul selvaggio west, era stato invitato dal presidente Teddy Roosevelt a sfilare a cavallo alla sua inaugurazione nel 1905, e sarebbe assurto persino a mascotte dai parà che si sarebbero paracadutati gridando il suo nome. Secondo il pronipote, era tuttavia rimasto un prigioniero di guerra, e lo confermerebbe il fatto che in parte i suoi resti giacciono in un apposito cimitero, sotto una piramide di pietre. Ma non tutti i resti, protesta Harlyn Geronimo. Nel 1918 il suo teschio sarebbe stato trafugato dall’Ordine teschi e ossa degli studenti dell’università di Yale, su iniziativa, tra gli altri, di Prescott Bush, il nonno del presidente W. Bush. Lo dimostrerebbe una lettera di Winter Mead, membro dell’Ordine: «Il teschio di Geronimo il terribile, da noi tolto dalla tomba di Fort Sill, è nella nostra sede». Bush padre e Bush figlio, aggiunge Harlyn Geronimo, ne sarebbero al corrente, ma sono tenuti al segreto. «Il bisnonno voleva essere sepolto dove nacque, nel Nuovo Messico - ha affermato - il suo spirito vaga irrequieto».

«È UNA LOTTA TRIBALE» - La querela Harlyn Geronimo l'ha sporta a Washington, al Club della stampa, tramite l’avvocato Ramsey Clark, l’ex ministro della giustizia del presidente Johnson, un liberal famoso per avere difeso i tiranni iracheno Saddam Hussein e jugoslavo Slobodan Milosevic. Il pronipote del capo Apache, un eroe della guerra del Vietnam, di professione scultore e attore, si è presentato ai media con gli ornamenti dello stregone, la bandana e gioielli pellerossa. Ha sollecitato Obama e il ministro Gates a riesumare i resti del bisnonno per fare luce sul mistero che li circonda. Ma secondo gli storici del west, la questione non è così semplice. Ha dichiarato uno di loro, Towana Spivey: «In base alla legge, sono gli Apache a dovere decidere che cosa fare. Ed essi sono divisi. I discendenti del gruppo che si arrese con Geronimo e si stabilì in Oklahoma non vogliono che la tomba venga toccata. Al contrario, gli Apache Mescaleros, radicati nel Nuovo Messico, cui Geronimo apparteneva e cui appartiene il suo pronipote, insistono per spostarla. È una lotta tribale».

Ennio Caretto
18 febbraio 2009

martedì 17 febbraio 2009



Così parlarono dei Veneti i grandi scrittori del passato. Un popolo che aveva la sua importanza. I Romani capendo l'importanza strategica e economica dei Veneti vollero federarli, ecco gli albori di quello che sarà il più grande impero dell'Evo Antico dell'occidente. Veneti sempre in bilico fra le montagne e l'endolaguna dove la foresta planiziale permetteva l'allevamento di animali da carne e dei bei cavalli che contraddistinsero questo popolo dalle misteriose divinità.


Aristotele



Presso i Veneti succede, a quanto si dice, un fatto stranissimo.

Sulle loro terre infatti calano a migliaia le “cornacchie” e saccheggiano il grano da loro seminato.

I Veneti allora offrono loro, prima che oltrepassino i confini della regione, dei doni, gettando semi di ogni genere, se le “cornacchie” li mangiano, non passano sul loro territorio e i Veneti sanno di poter stare tranquilli; se non ne mangiano, pensano che costituiranno una minaccia, tale quale un attacco nemico.



Teopompo di Chio



Teopompo narra che gli Eneti abitanti lungo l’ Adriatico, quando è il momento dell’ aratura e della semina, offrono alle “cornacchie” doni consistenti in specie di pani e focacce, impastate molto bene.


L’offerta di questi doni vuole allettare e stabilire una tregua con le “cornacchie”, in modo che esse non scavino e non raccolgano il frutto di Demetra affidato alla terra.


Lico concorda con questo racconto e vi aggiunge che (gli Eneti portano) anche cinghie purpuree e che gli offerenti poi se ne vanno.

Gli stormi delle “cornacchie” rimangono fuori dei confini, mentre due o tre di esse sono scelte e mandate verso i messi che vengono dalle città, per rendersi conto dell’insieme dei doni.

Queste, dopo l’esame, fanno ritorno e chiamano le altre, per l’istinto naturale per il quale le une chiamano e le altre obbediscono.


Arrivano dunque a nugoli e, se assaggiano le offerte suddette, gli Eneti sanno di essere in stato di intesa con gli uccelli in questione; se invece non le curano e, sprezzandole come modeste, non le gustano, gli indigeni restano convinti che il costo di quel disprezzo sia per loro la fame.

Se infatti i predetti uccelli non ne mangiano e, per così dire, non si lasciano corrompere, essi calano sui campi e saccheggiano la maggior parte delle sementi, scavando e cercando con rabbia tremenda.



Timeo



Molti poeti e storici dicono infatti che Fetonte, figlio di Elio, ancora in età infantile, convinse il padre a dargli, per un giorno, la guida del suo carro.

Ottenutolo, Fetonte, nel condurre il carro, non riusciva a reggere le briglie e i cavalli, sprezzando la guida del ragazzo, uscirono dalla solita orbita.

Dapprima, girovagando per il cielo, lo incendiarono e formarono quella che oggi è definita Via Lattea, poi, arsa molta parte della terra abitata, devastarono con le fiamme non poche regioni.

Perciò Zeus, indignato per l’accaduto, scagliò un fulmine su Fetonte e fece tornare Elio sulla sua solita orbita.

Fetonte cadde alle foci del fiume ora detto Po e in passato chiamato Eridano e le sorelle, a gara, piansero la sua morte e, per l’intensità del lutto, persero il loro primitivo aspetto, trasformandosi in pioppi.

Questi, ogni anno nello stesso periodo, stillano una lacrima che, induritasi, produce la cosiddetta ambra.

Questa supera per splendore le pietre dello stesso tipo e, nella regione, viene usata in segno di lutto alla morte dei giovani . (…)



Catone



La maggior parte della Gallia coltiva soprattutto l’arte militare e l’eloquenza.



Polibio



Un altro popolo, già da tempo, si era insediato lungo il litorale adriatico; sono chiamati Veneti e, per costumi e abbigliamento, sono poco diversi dai Celti, ma usano un’altra lingua. (…)

I Galli della Cisalpina desiderano seguire Annibale, ma se ne restano tranquilli per timore dei Romani; alcuni sono poi costretti a militare tra le fila romane.



Catullo



Ma morranno gli Annali di Volusio proprio vicino alla sua Padua e forniranno spesso ampi cartocci per gli sgombri.



Cicerone



Gli abitanti di Vicenza mostrano grande rispetto verso di me e verso M. Bruto.

Ti prego perciò di fare in modo che non subiscano un torto in senato per la questione dei vernae.

La loro causa è più che legittima, la loro lealtà verso lo stato è provata, i loro avversari invece sono tipi indegni totalmente di fiducia e turbolenti.

Da Vercelli, 21 maggio (43 a.C.).

Non si può certo passare sotto silenzio il valore, la fermezza e la dignità della provincia della Gallia.

Essa costituisce davvero il fiore d’Italia, il sostegno del popolo romano, l’ornamento della sua grandezza. (…)



Ovidio



Mantova è fiera di Virgilio, Verona di Catullo (…).



Stradone



Si tratta di una pianura estremamente ricca e costellata di fertili colline.

E’ divisa circa a metà dal Po in due regioni, chiamate rispettivamente Cispadana e Transpadana; la Cispadana quella verso i monti Appennini e la Liguria, la Transpadana quella restante.

La prima è abitata da stirpi liguri e celtiche, le une sulle montagne, le altre in pianura, la seconda è abitata da Celti e da Veneti.

Questi Celti sono della stessa razza dei Celti transalpini, mentre per quanto riguarda i Veneti la spiegazione è duplice.

Alcuni sostengono infatti che siano un ramo degli omonimi Celti abitanti lungo l’Oceano, altri che siano dei Veneti della Paflagonia, salvatisi qui con Antenore dopo la guerra di Troia.

A prova di questa loro affermazione costoro citano il loro zelo per l’allevamento dei cavalli, attività oggi completamente scomparsa, ma un tempo molto in onore presso di loro e derivante da una antica predilezione per le cavalle generatrici di muli, cui allude Omero: “dal paese dei Veneti, da cui (proviene) una razza di muli selvatici”.

E Dionigi, il tiranno di Sicilia, aveva fatto venire di qui il suo allevamento di cavalli da corsa, tanto che i Greci conobbero la fama degli allevatori veneti e questa razza divenne per lungo tempo celebre presso di loro.


L’intero territorio abbonda di fiumi e di lagune, soprattutto nella parte abitata dai Veneti (…).
(…)

Sono un fatto accertato invece gli onori resi a Diomede presso i Veneti.

Gli si sacrifica infatti un cavallo bianco e si mostrano due boschi sacri l’uno ad Era Argiva, l’altro ad Artemide Etolia.

Si favoleggia poi, com’è ovvio, che in questi boschi le fiere diventino domestiche, che i cervi vivano in branco con i lupi, lasciandosi avvicinare ed accarezzare dagli uomini, che la selvaggina inseguita dai cani, non appena rifugiatasi qui, si salva dall’inseguimento.


Si racconta anche che uno dei maggiorenti del luogo, conosciuto perché amava offrirsi come garante e per questo deriso, incontrò dei cacciatori che avevano preso in trappola un lupo.


Costoro, per scherzo, gli promisero che, se dava garanzia per il lupo e pagava il prezzo dei danni che poteva fare, lo avrebbero liberato dai lacci ed egli acconsentì.

Il lupo, liberato, si imbatté in un gruppo di cavalle non marchiate e le spinse verso la scuderia del suo garante; questi, sensibile a una tale prova di riconoscenza, marchiò le cavalle con un lupo e le chiamò licofore, bestie più rinomate per velocità e per bellezza.


I suoi discendenti conservano il marchio e il nome di questa razza di cavalli e si fecero come legge di non vendere all’estero neppure una giumenta, per mantenere solo per sé la razza autentica, dato che là questo allevamento era diventato famoso.


Ora però, come abbiamo detto, questa attività è del tutto scomparsa (…).





Fonte: Da “Le fonti letterarie per la storia della Venetia et Histria”
Clizia Voltan,



“Da Omero a Strabone”, Volume I – (Venezia, 1989. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti)



Storia - Veneto - Veneti - Origin

lunedì 16 febbraio 2009

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All'amico Giuseppe Segato uomo di grande dignità, rara virtù di questi tempi. Aveva qualcosa di preciso in cui credere, e che per le sue idee ha lottato una vita.
Lo ricordo con affetto.
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Veneto: esempi di patriottismo

Ore 7.30 del mattino de 9 maggio 1997

Lo speaker del TG l annuncia che il gruppo asserragliato all’interno del Campanile di San Marco sta aspettando il suo Ambasciatore per ricevere disposizioni: solo lui ha il potere di trattare con le forze dell’ordine e avanzare le condizioni del gruppo.

L’annuncio si ripete anche successivamente, ma alle 8.30, quando i reparti speciali dei Carabinieri irrompono nell’ edificio e catturano gli otto del commando, il misterioso Ambasciatore ancora non c’è. Le questure di tutto il Veneto battono una caccia a tappeto: verrà catturato il giorno dopo mentre rientrava a casa.

La notte di quell’impresa, a Venezia c’era anche lui. Magro, minuto, veloce, girava per le calli; e non da solo. L’accordo era che intervenisse con la sua scorta personale prima di mezzogiorno, possibilmente alle 10.30/11.00, perchè a quell’ora, secondo contatti precedenti, ci si aspettava la presenza anche della CNN, che avrebbe trasmesso all’estero la trattativa.

Evidentemente non era stata messa in conto un’irruzione delle teste di cuoio così repentina.

Forse l’Ambasciatore Segato non si era reso conto che la situazione stava sfuggendo di mano, che l’accerchiamento al manipolo della Serenissima, in Piazza S. Marco, non si stava realizzando secondo i piani. Stava dando le ultime istruzioni ai suoi collaboratori esterni prima di entrare in scena? Non lo sapremo mai, non lo ha mai voluto dire.

Qualche segreto Bepin se l’è portato nella tomba, e questo ha risparmiato un bel po’ di grane giudiziarie a più di qualcuno.

Quello che sappiamo, però, è che ha subito le sue carcerazioni con un atteggiamento dignitoso e fermo. Non ha mai collaborato con le indagini ed al procuratore di Verona che arrivava alla Casa Circondariale di Vicenza per interrogarlo mandava ironicamente a dire che non aveva tempo di parlare con lui perche’ doveva studiare. In primo grado fu condannato pesantemente a 6 anni e 4 mesi per merito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia.

Ecco la sua via crucis: dal 9 maggio al 23 ottobre 1997 dietro le sbarre, e poi, fino al 10 gennaio 1998, agli arresti domiciliari. Ridotta la condanna a 3 anni e 7 mesi in appello nel dicembre del 1999, fu riportato un mese dietro le sbarre il 2 febbraio 2000, il giorno stesso in cui aveva annunciato la sua partecipazione alle elezioni regionali.

Respinta la richiesta del suo legale per l’applicazione di pene alternative, venne incarcerato nuovamente al Due Palazzi di Padova, questa volta per quasi un anno, dal 25 luglio 2000 al 4 giugno 200 l e poi affidato ai servizi sociali per un altro anno e mezzo. Per la Causa Veneta ha patito complessivamente 20 mesi di arresto, dei quali 17 in prigione.

E che durezza di trattamento: a Vicenza era in celle sovraffollate con dei sieropositivi, al Due Palazzi, ricoverato d’urgenza in ospedale per una peritonite il 20 maggio 2001, lo tenero ammanettato sul letto perfino durante l’intervento!

“La mia vita - ripeteva con gli amici - sarà sempre un andirivieni per carceri, aule di Tribunale, ricorsi ed appelli vari; ciò che conta, però, e’ continuare ad animare la causa vene/a. Alla lunga l’avremo vinta noi”.

Chi era dunque il dottor Bepìn Segato? Affabile e, gentile, sempre positivo, loquace fino al rischio di diventare logorroico. Razionale nelle analisi, estremamente pragmatico nelle soluzioni, ma con un “sogno”, come lo chiamava lui, fisso nella testa: il riscatto della Sua Terra, il ritorno ad un Veneto protagonista.

La sua è stata una figura di intellettuale “impegnato” sui generis, più unica che rara, e che precede la partecipazione ai fatti del Maggio 1997 di parecchio.

Laureato in Scienze Politiche a Padova, aveva iniziato un’attività di produzione ed autodistribuzione di testi, carte geografiche, calendari more veneto.

Si badi bene al concetto: si può fare “cultura” e “ideologia” anche saltando a piè pari i mezzi di comunicazione e i circuiti librari, lui lo ha dimostrato.

Quale piccola o media impresa di Treviso, Padova, Vicenza o Verona non aveva ricevuto la visita di questo insolito intellettuale? Con testi come “Il Mito dei Veneti” o i “Triangoli di Dio” girava per le zone industriali nostrane a diffondere de visu un sentimento di revanscismo veneto che infiammava gli animi di orgoglio ed appartenenza.

All’inaugurazione dell’anno giudiziario, il Procuratore Capo della Corte d’Appello di Venezia aveva parlato di turbolenze venetiste come di un possibile fattore di instabilità per lo stato centrale. Un paragrafo di quella relazione era dedicato ad un soggetto in particolare, un instancabile personaggio fuori da ogni controllo dedito a diffondere tramite opuscoli l’ideale indipendentista: Giuseppe Segato.

La notte fra il 24 ed il 25 Marzo 2006 è morto improvvisamente a casa sua. E’ morto un Patriota vero. Oggi riposa nel cimitero di S. Martino delle Badesse.

Non ci resta che prendere esempio dal suo entusiasmo, dalla sua tenacia, dalla fermezza dimostrata durante la prigionia, dalla sua fede incrollabile nella causa veneta e raccogliere il testimone.

I suoi ideali non moriranno mai.

Terminiamo con questa sorta di testamento politico dell’ Ambasciatore Veneto, contenuto in uno dei suoi ultimi lavori:

“Io non so ancora, in realtà, se ho vinto o se ho perso, probabilmente ci vorrà parecchio tempo per saperlo. Intanto so che formalmente ho perso e so che mi spetta ora pagare il fio delle mie colpe: quasi tre anni di pena residua con gravi limitazioni alla libertà, salvo ulteriori sorprese dal Tribunale di Verona per un altro processo politico.

La mia sarà una “legislatura” lunga e pesante, di quelle che non si dimenticano.

Io credo che per essere bisogna voler essere.

Il Popolo Veneto ha innate la volontà, le idee e l’ambizione per essere.

Le vicissitudini dei tempi possono frapporre qualche ostacolo; la forza e le minacce possono frenare momentaneamente la manifestazione della volontà veneta ma non impedire la sua realizzazione.

Le vie possono risultare complesse, lente e compromissorie ma prima o poi al reciproco sentimento di diffidenza-paura tra Veneto e Italia, dovrà subentrare la ragione e la progettualità.

Sarà impossibile per l’attuale classe politica italiana imbrogliare le cose facendo finta di cambiare tutto con qualche concessione amministrativa per conservare in realtà lo status quo e spacciarlo per vero federalismo.

l veneti hanno il proprio concetto sovrano irrinunciabile, in virtù del quale possono autolimitarsi per una vita collaborativi in solidarietà e in mutuo soccorso con altre genti.

Io penso che la politica italiana con la forza e le minacce più o meno velate non avrà futuro durevole. Solo un patto flessibile fra le parti in causa potrà portare a obiettivi durevoli.

La paura non spegnerà la volontà veneta! E’ meglio trattare! L ‘imperio con la forza dura finche dura.

Io credo che i Veneti continueranno … a essere!”





Srs di Giuseppe Segato “lo Credo”, Editoria Universitaria, 2000, Venezia. Pag.112¬113.



Fonte: Esempi di patriottismo, da Quaderni Veneti di coscienza etnica 2008/

domenica 15 febbraio 2009

Ma gli dei pagani vanno in Paradiso
Repubblica — 17 giugno 1999 pagina 40 sezione: CULTURA

La Commedia dantesca è la più esemplare dimostrazione di una tesi alla quale Franco Ferrucci, professore di letteratura comparata all' Università del New Jersey, lavora da anni: quella secondo cui il cristianesimo e il paganesimo non si sono mai separati, avendo l' anima cristiana assimilato quella pagana. Il cristianesimo avrebbe incorporato il paganesimo e ne avrebbe tratto giovamento. D' altro canto anche il paganesimo sarebbe sopravvissuto soltanto perché assorbito e rimesso in circolo dal cristianesimo. Ferrucci espose qualche anno fa le sue convinzioni durante una conferenza tenuta a Roma davanti a molti dantisti. Ma non raccolse unanimità di consensi. Le due mani di Dio, il libro che ora pubblica da Fazi (pagg. 176, lire 25.000), è una replica ai suoi critici. Perdoni la brutalità, professore, ma Dante le sembra un poeta pagano? "No. Ho scelto Dante proprio per la sua incomparabile statura di poeta epico della cristianità". Cristiano con tratti di paganesimo? "Neanche. Dante è il poeta visionario che penetra nelle fonti stesse della creatività e vede Dio come il massimo Creatore. Se Dio fosse un artista, il poema di Dante lo definirei come la sua ars poetica". E allora? "Dante è il poeta che illustra la vera natura di un cristianesimo affollato di sogni pagani". Che Dante sia legato ai miti e ai valori estetici del mondo classico non è una novità... "Questo lo so. Ma le mie indagini si spingono oltre la passione per i classici di Dante. Di solito questo rapporto viene studiato sul versante dell' allegoria, oppure come decorativo. Poi, si dice, arriva il cristianesimo che è tutt' altra cosa". E invece? "Invece il paganesimo non è un' aggiunta esterna al cristianesimo. E' dentro il cristianesimo. Nell' ultimo canto del Paradiso, nel punto di maggiore tensione dell' avvicinamento a Dio, Dante richiama sorprendentemente un dio del mondo antico, Nettuno". E' una delle terzine su cui si sono esercitate schiere di commentatori incerti sull' interpretazione da offrire. Per lo più si è insistito sull' aspetto analogico... "D' accordo, ma arrivare a rievocare Nettuno in quel clima di vertigine visionaria è impressionante. Pensi soltanto a questo: il contatto con il Dio dei Vangeli coincide con il ricordo di una divinità pagana". Per quanto indicativo, non basta un richiamo mitologico pur collocato in una zona, come dire, ad alta intensità di fede, a trasformare Dante in un poeta diverso da quello a cui abbiamo sempre pensato. Quali sono gli altri elementi che ne farebbero l' emblema di questo matrimonio fra cristianesimo e paganesimo? "La creazione di un mondo oltre la morte deriva a Dante dall' eredità pagana non certo da quella vetero testamentaria. A differenza della tradizione ebraica, la mitologia classica è ossessionata dalla sopravvivenza dopo la morte". Gli dèi pagani, l' immortalità: ci sono altri esempi in Dante? "Il tema della nobiltà, ad esempio, che nella Commedia è intimamente legato a quello della grazia. Trattandoli, Dante amplifica motivi introdotti nella cultura cristiana dalla letteratura classica, alla quale risalgono la nozione di charis e di gratia, che sono doni speciali per i fortunati prescelti". Un' ultima questione, professore, una delle più rilevanti e che potrebbe suscitare molte obiezioni. E' il politeismo ciò che ai suoi occhi assimila cristianesimo e paganesimo? "Il cristianesimo non ha solo acquisito la memoria della classicità. Ha elaborato una forma autonoma di politeismo, che vive insieme al monoteismo: i santi, la Vergine e soprattutto Cristo sono gli elementi di un firmamento che definirei "monopoliteista". La cultura pagana vive tenacemente nel nostro linguaggio di oggi. Alla celebre affermazione di Croce, "perché non possiamo non dirci cristiani" andrebbe aggiunto: "perché non possiamo non dirci pagani"". - di FRANCESCO ERBANI


L'erotismo di Bataille è finalizzato alla spiritualità alla ricerca divina.
Come il tantrismo orientale elabora una via erotica alla luce della perduta
tradizione occidentale. Credo ci sia in parte riuscito, nutro una grande ammirazione per la tua ricerca.


La figura dell’Acefalo è tratta da una pietra intagliata di origine gnostico-manichea ritrovata da Bataille alla Bibliothèque Nationale e vuole indicare che

La vita umana non ne può più di servire da testa e da ragione all’universo. Nella misura in cui diventa questa testa e questa ragione, nella misura in cui diventa necessaria all’universo, essa accetta un asservimento. (…) la fascinazione della libertà si è offuscata quando la terra ha prodotto un essere che impone la necessità come una legge al di sopra dell’universo. Ciò nonostante, l’uomo è rimasto libero di non rispondere più ad alcuna necessità: è libero di somigliare a tutto ciò che non è lui nell’universo. -La conjuration sacrée, in "Acéphale", n. 1, 24 giugno 1936-

venerdì 13 febbraio 2009

ROGER CAILLOIS



Con curiosità studiò l'uomo e la sua eterna voglia di giocare,
un desiderio che lo fa vivere e che magari gli evolve l'anima!

Roger Caillois

"Je suis attiré par le mystère. Ce n'est pas que je m'abandonne avec complaisance aux charmes des féeries ou à la poesie du merveilleux. La verité est tout autre: je n'aime pas ne pas comprendre, ce qui est très différent d'aimer ce qu'on ne comprend pas, mais s'y apparente cepedant sur un point très précis qui est de se trouver comme aimanté par l'indéchiffré. La ressemblance ne va pas plus loin. Car, au lieu d'estimer aussitôt l' indéchiffré indéchiffrable et demeurer devant lui ébloui et comblé, je le tiens au contraire pour à déchiffrer, avec le ferme propos de venir, si je puis, d'une façon ou d'une autre, à bout de l'énigme." (Roger Caillois, Au coeur du fantastique, Introduction, Gallimard 1965)

Che si trattasse di arte fantastica come in Nel cuore del fantastico - in un percorso tra emblemi cinquecenteschi, tavole anatomiche con schelettri e uomini scorticati, quadri disegni e affreschi di Tintoretto, Pollaiuolo, Raimondi, Holbein e Luca Cambiaso… - di giochi (I giochi e gli uomini), di miti (Il mito e l'uomo), di sacro (L'uomo e il sacro), di sogni (L'incertezza dei sogni), Caillois fu sempre "attratto dal mistero" e impegnato a "venire a capo, in un modo o nell'altro, dell'enigma"

Talvolta gli enigmi per essere decifrati richiedono anzitutto di essere intesi, restaurati, come tali. Così avviene nell'Incertezza dei sogni, dove l'onirico viene liberato dalle pretese dell'interpretazione psicoanalitica e di ogni altra "chiave dei sogni", viene restituito al suo mistero per poter essere trattato.

L'interesse per i comportamenti mimetici, intimidatori, per i travestimenti e le metamorfosi terrificanti degli animali, che è argomento di L'occhio di Medusa, è documentabile nell'opera di Caillois fino da Il mito e l'uomo del 1938. Già qui troviamo farfalle apiformi (Trochilium) e bruchi (Choerocampa Elpenor), animali inoffensivi, che assumono l'aspetto di animali terribili. E calappe che si mimetizzano prendendo forma di ciottoli rotondi, chlamys forma di semi, palemoni forma di fuchi…

Dalla straordinaria varietà degli interessi (e delle conoscenze) di Caillois e dalla sua passione per il mistero e per la decifrazione all'auspicio delle "scienze diagonali", il passo è breve. E anche preciso: come Caillois avversa la deriva nel mistero e nell'indecifrabile, non intende le scienze diagonali come un ritorno "alle analogie superficiali di tipo qualitativo". Per lo scienziato, il compito 'diagonale' "consiste nel determinare corrispondenze sotterranee, invisibili, inimmaginabili per il profano".
Certo, "è il caso, unito a una fantasia particolarmente coraggiosa, che mette sulla buona strada per arrivare a tali scoperte". E quelli che si trovano nella posizione migliore per individuare correlazioni sin qui trascurate sono i ricercatori che si dedicano spontaneamente allo studio di fenomeni che fuoriescono dalle cornici tradizionali delle scienze, che cercano di decifrare ciò che Caillois chiama "i percorsi trasversali della natura".



Roger Caillois (Reims 1913 - Parigi 1978) scrittore francese. Nella sua vasta attività saggistica (Il mito e l'uomo, Le mythe et l'homme, 1938; L'uomo e il sacro, L'homme et le sacre, 1939: Babele, Babel, 1948; Descrizione del marxismo, Description du marxisme,1950; L'incertezza dei sogni, L'incertitude qui vient des réves, 1956; Estetica generalizzata, Esthétique genéralisée. 1962, nt; Istinti e società, Instincts et société, 1964; Nel cuore del fantastico, Au coeur du fantastique, 1965) si è impegnato a rivalutare la «chiarezza» contro l'anarchismo ideologico e contro lo sperimentalismo, da lui giudicato arbitrario, di tanta arte contemporanea. Avverso a ogni dogmatismo freudiano o marxista, Caillois ha riproposto con aperture stimolanti alcuni grandi temi della cultura contemporanea: il sacro, il sogno, il linguaggio, la magia e il mistero delle invenzioni fantastiche.

L'uomo e il sacro:

In sintesi

Sviluppando le analisi dell'antropologo Marcel Mauss sulla funzione del sacro nelle società arcaiche, Caillois ne rivaluta il ruolo anche nelle società moderne tendenti alla uniformità, al livellamento, al rilassamento delle tensioni propri dell'homo oeconomicus. Come per Georges Bataille anche per Caillois la reintroduzione del sacro con tutta la sua ambiguità è il solo modo per contrastare le tendenze distruttive all'opera nella modernità, come avrebbe dimostrato subito dopo la guerra con tutti gli orrori.

Recensione

Rievocando nel 1974 in Approches de l'imaginaire l'esperienza del Collège de sociologie, condivisa con Bataille e Leiris nel 1937-39, Caillois scriveva: "Eravamo d'accordo sull'importanza eminente, per non dire decisiva, del sacro, nelle emozioni degli individui come nelle strutture della società". All'esperienza del sacro, certo, ognuno dei tre giovani fondatori del Collège imprimeva un'accentuazione del tutto personale. Per Bataille, era la via del ritorno alla "totalità perduta"; per Leiris, la sofisticata chiave interpretativa, mutuata all'etnologia, che gli permetteva di leggere in una prospettiva inedita i propri ricordi d'infanzia; per Caillois, quel che gli permetteva di misurare la distanza tra le remote società, arcaiche o primitive, studiate da Mauss, da Dumézil, da Granet, e quella società moderna che, nel suo saggio-manifesto dell'anno precedente, Il vento d'inverno, lui stesso aveva definito "divenuta profana all'estremo".

Lo sguardo che il Caillois della fine degli anni trenta posa sul mondo contemporaneo deve la sua affilatissima severità a una pleiade di maestri del secolo precedente: Stirner, Nietzsche, Baudelaire, Rimbaud. È Baudelaire, con la sua lucidità critica mascherata da impeccabile dandysmo luciferino, a esercitare l'azione più determinante. Nelle pagine dei suoi Journaux intimes riaffiora costantemente la nostalgia del sacro, elemento di redenzione e di coesione che le società moderne hanno irreparabilmente smarrito: "Il misticismo, anello di congiunzione tra paganesimo e cristianesimo. Il paganesimo e il cristianesimo sono la prova l'uno dell'altro. La Rivoluzione, attraverso il sacrificio, conferma la superstizione. (...) C'è una Religione universale, fatta per gli Alchimisti del Pensiero, una Religione che nasce dall'uomo considerato come memento divino. (...) Anche se Dio non esistesse, la Religione sarebbe ancora Santa e Divina ". Questa nostalgia di Baudelaire per una società aristocratica e fortemente "sacralizzata" è al centro del Vento d'inverno, ispira e connota con le sue geniali intuizioni la sfida che il venticinquenne Caillois lancia contro la volgarità e l'egoismo dei "sazi" e dei "trionfanti"; porta però con sé l'esigenza di una riflessione che la fondi e la prolunghi razionalmente. Caillois non ignora quanto, nel decennio che sta vivendo, termini come "mito" e "fede", "rito" e "sacrificio", "nuova religione" e "mistica" siano sfruttati dalle organizzazioni giovanili fasciste e naziste, costantemente paragonate dai loro ammiratori a ordini monastici impegnati nell'esaltante crociata antimaterialistica; soltanto una disamina rigorosamente razionale e scientifica delle forme del sacro può tracciare una linea di confine inequivocabile tra la retorica, suggestiva e inquietante, del fascismo spiritualista, e la fascinazione per il numinoso che accomuna i fondatori del Collège de sociologie. È proprio questa disamina che Caillois mette a punto nell'anno che segue la stesura del Vento d'inverno. Nasce così L'uomo e il sacro, concentrato degli anni di studio trascorsi all'École des Hautes Études e di vaste letture etnografiche che spaziano dall'antica Grecia all'antica Cina, dalle tribù indiane d'America agli eschimesi, dai maori alla Roma repubblicana.

Lo sforzo di Caillois è quello di pervenire a una sintesi partendo da una sterminata mole di materiali analitici. Dai suoi attenti raffronti, la fisionomia del sacro emerge fissata nelle costanti che la caratterizzano attraverso i secoli e sotto le più varie latitudini. Nelle società tribali, come nella Grecia delle città-stato, nella Roma repubblicana e nella Cina dei clan, è la dicotomia sacro-profano a organizzare e a scandire la vita comunitaria. Il sacro, ambito di forze misteriose alle quali si chiede protezione e assistenza, ma dalle quali è anche necessario proteggersi costantemente, va tenuto ben distinto dal profano: ogni mescolanza tra i due ambiti minaccia non solo l'ordine della vita associata ma quello dell'intera natura, dell'universo. SullÆordo rerum, che un rigido sistema di divieti e di riti protegge da ogni violazione intempestiva, grava una minaccia terribile: quella del regresso al caos primigenio, alla remota età di confusione dalla quale gli antenati e gli eroi, con strenua fatica, fecero emergere stabili strutture familiari e sociali. Queste strutture rischiano però con il tempo di logorarsi e perire, come se la loro stessa stabilità degenerasse in inerzia: per rivivificarle, il solo rimedio è una provvisoria reimmersione della società intera nel caos dal quale è sorta, mediante la festa. Nella festa ogni divieto è non solo infranto, ma rovesciato, ogni trasgressione è prescritta, e la logica dello spreco e della distruzione succede a quella dell'accumulo avveduto delle risorse. Dalla festa la società esce ringiovanita e rafforzata, pronta a un nuovo ciclo del suo destino, scritto da sempre nei più profondi istinti umani, in pulsioni biologiche ben prima che psicologiche e religiose.

È proprio a proposito della festa che la riflessione di Caillois suggerisce l'accostamento più intrigante tra le società tradizionali, studiate dagli etnologi, e la società moderna. Apparentemente in quest'ultima, che ha ridotto e interiorizzato al massimo lo spazio del sacro, la festa non esiste più: le "vacanze" dell'individuo, momento di rilassamento anodino e isolato, non ne conservano nemmeno il più vago ricordo. Ma c'è, nella vita delle società industriali e organizzate, un momento in cui la distruzione programmata e massiccia sostituisce l'accumulazione delle ricchezze, un momento in cui tutte le regole morali sono rovesciate e il più grave dei crimini, l'assassinio, prescritto come un sacro dovere: è il momento della guerra. Su questa intuizione, enunciata verso la fine de L'uomo e il sacro, Caillois torna in un saggio del 1949, inserito in appendice: in pagine sconvolgenti allinea testimonianze di protagonisti della storia e di scrittori che hanno vissuto il primo e il secondo conflitto mondiale come un'esperienza di mistica esaltazione, di sacra ebbrezza, di totale vertigine. Isolato dal sistema di contrappesi che preservava le società tradizionali dalla distruzione completa, il momento della festa, dell'irrompere del sacro nel profano, diventa per la società moderna la più mostruosa delle minacce: la presenza del pericolo atomico, Caillois ne ha una lucida percezione, conferisce poi a questa minaccia un carattere di catastrofe definitiva ignoto alla storia dei secoli passati. Se per un attimo poniamo il Caillois di questa appendice del 1949 accanto all'autore del Vento d'inverno, ci pare di vederli separati da un abisso: quella risacralizzazione del mondo profano che pareva così auspicabile al Caillois ventiseienne, la storia si è incaricata di realizzarla in una forma atrocemente degradata, mettendo in causa la sopravvivenza stessa dell'umanità, e il Caillois del 1949 lo comprende perfettamente.

Eppure, tra il primo e il secondo Caillois, gli elementi di continuità non sono meno evidenti delle differenze: la nitidezza impeccabile dello stile, l'eleganza dell'argomentazione, la ricerca, come valore supremo, del rigore. Sono i tratti che caratterizzeranno Caillois sino al 1978, sino alla morte, conducendolo dalla giovanile tentazione eversiva allo studio delle linee di continuità tra i fenomeni biologici e l'immaginario umano, alla frequentazione della mineralogia. In sintonia con questi interessi, si afferma la prossimità con l'opera di Borges, che Caillois contribuirà più di chiunque altro a far conoscere in Europa.