martedì 30 dicembre 2008

Religioni misteriche dell'Africa

Oya

OyaOya, Dea del cambiamento.
Oya, potente e misteriosa dea degli Yoruba in Nigeria,è l'Orisha che governa il vento e i cambiamenti naturali più forti e impetuosi: tornadi, terremoti, inondazioni, cicloni.

Oya in realtà ha molti volti e incarna diverse potenze femminili:

È la regina del vento di cambiamento.
Talvolta è chiamata "Madre del Caos", apportatrice di grandi cambiamenti e spesso anche della devastazione che costringe la gente a rivalutare e ricostruire. Viene da molti vista come una dea che non sopporta la stagnazione: per spingerti al cambiamento, ella attira la tua attenzione in modo drammatico, come un tornado. Se non ti svegli, ella irrompe e ti sveglia con forza. Può essere l'ispirazione per la resa di ciò che è vecchio e la nascita gloriosa del nuovo.

Oya ha molto potere: talvolta danza la sua danza spiraliforme con le armi in pugno - il machete, spada della verità, per scacciare i fantasmi, in quanto è l'unica Dea in grado di farlo.
Dea guerriera, è patrona della capacità feminile di essere autorevole e governare.

Oya non ha vie di mezzo: se piange, sulla terra scende una pioggia torrenziale.
Oya è improvvisa come il vento: nessuno può essere certo dei movimenti di Oya, nessuno può catturare il suo sorriso. Ieri, Oya era una pecora gentile; oggi, un bufalo infuriato; domani chissà, forse un arcobaleno. Può portare fortuna improvvisa e luce che irrompe nella vita.
I suoi aspetti sono numerosi come i suoi molti colori: tutti quelli dell'arcobaleno, più il nero e il rosso burgundo.

Oya è anche signora del fuoco, anch'esso, naturalmente, nel suo aspetto di fuoco improvviso, esplosivo; spesso è rappresentata con il fuoco in mano.

Oya è aria e vento, e dunque respiro, in particolare il primo e l'ultimo, da cui il suo ruolo di accompagnatrice dei morti; I cimiteri vengono infatti chiamati "giardini di Oya".
Il vento che strappa gli alberi dalle loro radici e che scoperchia le case è lo stesso vento, la stessa aria che noi utilizziamo per parlare. Essa, generato dal nostro anelito vitale, crea le parole a cui possiamo attingere per consolidare la nostra forza.

Oya è anche la patrona del tortuoso fiume Niger. Ha nove figli, i nove affluenti del fiume Niger. Ama il vino rosso. Il suo giorno è mercoledì.
In Brasile è chiamata Yansa (portatrice del fuoco, è una delle più importanti divinità della Macumba); a Cuba, Olla; a Haiti, Aido-Wedo; a New Orlean, Brigette.

Testo e ricerca di Anna Pirera

Immagine di Francisco Santos

Il ratto di Proserpina

E Cupido aprì la faretra, e ubbidendo alla madre, tra le sue mille frecce ne scelse una che più acuminata e più stabile e più sensibile alla corda non avrebbe potuto essere. Aiutandosi col ginocchio curvò flessibile, e con la canna uncinata, colpì Plutone diritto nel cuore.
Risultati immagini per Il ratto di Proserpina

“Non lontano dalle mura di Enna c'è un lago che si chiama Pergo; l’acqua è profonda. Neppure il Caistro sente cantare tanti cigni sopra le onde della sua corrente. Un bosco fa corona alle acque cingendole da ogni lato, e con le sue fronde fa schermo, come un velo, alle vampe del sole. Frescura donano i rami, fiori variopinti l'umido terreno. Qui la primavera è eterna. In questo bosco Prosèrpina si divertiva a cogliere viole o candidi gigli, ne riempiva con fanciullesco zelo dei cestelli e le falde delle veste, e faceva con le compagne a chi ne coglieva di più, quando Plutone- fu quasi tutt'uno — la vide, se ne innamorò e la rapì. Tanto precipitosa fu quella passione. Atterrita, la divina fanciulla si mise a chiamare con mesta voce la madre e le compagne, ma soprattutto la madre, e poiché si stracciò l'orlo superiore della tunica, questa si allentò e i fiori raccolti caddero per terra: e tanta semplicità c'era nel suo cuore di vergine, che anche la perdita dei fiori le causò dispiacere. Il rapitore lanciò il cocchio incitando i cavalli, chiamandoli ciascuno per nome, scuotendo sui colli e sulle criniere le briglie del cupo colore di ruggine; passò veloce sul profondo lago, sugli stagni dei Palaci, tra le esalazioni del golfo che erompe dalla terra e li fa ribollire…"

(Ovidio, Metamorfosi, libro V, vv.379-404).

giovedì 25 dicembre 2008



Cristina Campo alias Vittoria Guerrini , l'angelica amazzone ispiratrice fondamentale di Elemire Zolla

La poesia di Cristina Canpo

Per Cristina Campo il poeta è colui che restituisce la parola al suo valore simbolico e trasferisce la verità in figure che coincidono con ciò che la parola significa. La strada da lei intellettualmente percorsa, che va dalla solennità del rito bizantino all'esternazione di una liturgia segnata dalla spiritualità cristiana, segue quattro linee: il linguaggio, il paesaggio, il mito ed il rito.

Le vecchie religioni


Le nostre vecchie religioni, che non impongono all'uomo il gioco di alcun dogma, si prestano a interpretazioni tanto varie quanto la natura stessa, e lasciano che i cuori austeri si foggino, se lo vogliono, una morale più alta, senza costringere le masse a precetti troppo rigidi per evitare che ne scaturiscano subito costriuzione e ipocrisia.
Marguerite Yourcenar


Margherite Yourcenar

Poesia di Margherite Yourcenar

Scrive la Yourcenair sulla fine del giorno in Grecia.
................La morte è tutt'al più l'innocente verme del bel
frutto , e l'albero, l'uomo ,il verme partecipano della natura, che
è a sua volta il corpo degli dèi.
Scende la sera ,dorata come è stato dorato il mattino come
il pieno giorno. Le cime si raccolgono ,accettando la notte con la
stessa grazia con cui hanno accettato l'aurora. Un po' di luce indugia
sul fondo della valle, come la poca acqua raccolta nel cavo di una
mano fresca. La notte fluttua intessuta d'oro,
come una stoffa divina. L'oscurità qui è più materna , più fraterna
che amorosa:
la Grande Madre si muta in buona vergine :Demetra torna ad essere
Persefone;
Latona ridiventa Artemide. Le ginocchia della terra , lentamente,
si ricoprono di velluto stellato . Il latte di Era sgorga nella via
lattea, scaturito da un morso al suo seno azzurro.

martedì 23 dicembre 2008

Un perseguitato: Lorenzo Valla

Valla, La Donazione di Costantino

La fama di Lorenzo Valla è dovuta principalmente al fatto che, dimostrando la falsità della presunta “donazione di Costantino”, egli ha “smascherato” la Chiesa, che con quel documento giustificava il proprio potere temporale e rivendicava privilegi nei confronti dell'Impero. Quello di Valla non intende essere un lavoro esclusivamente di tipo filologico, ma anche una analisi dell'epoca storica in questione. Importante l'atteggiamento di fondo, che è quello di un uomo moralmente indignato di fronte alla menzogna e alla truffa perpetrate per secoli.

lunedì 22 dicembre 2008

Religiosità Pagana

" partita da una religione del rito, per certi aspetti cavillosa, ma tesa ad una sua perfezione, anche se del tutto formale, per approdare alla perfezione dell'anima predicata da Porfirio, la storia del paganesimo romano
ha in se l'impronta di un'avventura spirituale. Tedosio proibiva persino di ornare un'albero con le sacre bende, di formare un'ara con qualche zolla erbosa strappata dal terreno.

le forme più popolari e più toccanti della devozione pagana sono quelle che hanno resistito più tenacemente nelle campagne, forme tanto spesso cristianizzate e ribattezzate con il nome di un santo, queste le ultime metamorfosi del paganesimo, di un paganesimo non soltanto romano, ma persino pre-romano di culti venuti dal profondo del neolitico

Jacqueline Champeaux dottoressa in letteratura latina alla Sorbona

da : la religione dei Romani. il mulino editore

domenica 21 dicembre 2008

In occasione del Sole Vincitore

All'Archetipo della divinità manifesta rivolgiamo queste parole.
Oggi 21 dicembre 2008. festa della luce solare che vince le tenebre.

Lettura che precedera la visita alla città (di Verona sacra)



AL RE SOLE



…..Possano dunque gli dei sovrani concedermi di celebrare e di santificare spesso queste feste e, prima di tutti gli altri, Helios, re dell’universo, scaturito dall’eternità nell’ambito dell’essenza generativa del Bene, mediatore tra gli dei intelligenti e di tramite, che ricolma di continuità, di illimitata bellezza e sovrabbondanza di potere generativo e perfetto intelletto, dotandoli di tutti i beni contemporaneamente e senza limiti di tempo…..

Infine, egli veglia sull’intero genere umano, ma specialmente sulla nostra città, così come egli ha creato la nostra anima dall’eternità e l’ha designata come sua seguace. Che egli, dunque, possa esaudire questi voti, che ho appena formulato, e possa anche accordare alla nostra città, se è possibili, un’esistenza eterna e, nella sua benevolenza, proteggerla.



GIULIANO IMPERATORE



Tratto da Giuliano Imperatore, Alla Madre deli dèi e altri discorsi

Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori, Milano 1987







Lettura che concluderà la visità sempre dedicata al sole



__________________________________________

Nell’età dell’oro….l’uomo adorava in ogni astro, in ogni fiore, in ogni fratello, a ogni aurora, un Dio propizio di cui il Sole parve il simbolo più perfetto

Fonte: Frans Hemsterhuis, letterasull’uomo e altri scritti, a.c. di M. Mazzocurt-Mis e L.Rustichelli, Hestia, Como 1994.





Al Sole

Adoriamo questo sol,chiaro, immortale,

Dai veloci destrieri!-Allor che il sole

Arde nel suo fulgor, quando di sua luce

Ei splende, tutti, a cento, a mille, sorgono

Gli spiriti celesti……..

Zarathustra

martedì 16 dicembre 2008

Una poesia struggente

Questa poesia è colma,pregna. Parla del tramonto di una giornata , la dolcezza permea tutto l'orizzonte e le parole diventano paesaggio.

Risultati immagini per la luce di una serata in grecia
Scrive la Yourcenair sulla fine del giorno in Grecia.
................La morte è tutt'al più l'innocente verme del bel
frutto , e l'albero, l'uomo ,il verme partecipano della natura, che
è a sua volta il corpo degli dèi.
Scende la sera ,dorata come è stato dorato il mattino come
il pieno giorno. Le cime si raccolgono ,accettando la notte con la
stessa grazia con cui hanno accettato l'aurora. Un po' di luce indugia
sul fondo della valle, come la poca acqua raccolta nel cavo di una
mano fresca. La notte fluttua intessuta d'oro,
come una stoffa divina. L'oscurità qui è più materna , più fraterna
che amorosa:
la Grande Madre si muta in buona vergine :Demetra torna ad essere
Persefone;
Latona ridiventa Artemide. Le ginocchia della terra , lentamente,
si ricoprono di velluto stellato . Il latte di Era sgorga nella via
lattea, scaturito da un morso al suo seno azzurro.

Margherite Yourcenar

Serata di A. Camus


Serata
Paestum con il suo
Tempio rivolto al mare,
in quest'ora che i greci
avrebbero chiamata la regalità
del sole, e che è l'ora della
porpora in cielo, della malva
e degli azzurri fiordaliso posati
sulle baie. Felicità. Finalmente
una felicità vicino alle lacrime.
Trattenere, stringere a sé questa
inesprimibile gioia, anche se
dovrà scomparire. Ma anche
difendersi dall'idea che la
perfezione sia stata raggiunta
per sempre qui, da questi greci;
e che in seguito il mondo non
ha potuto far altro che
declinare. Anche questa idea
può spezzare il cuore. Bisogna
difendersene, se si vuole vivere.
Se si vuole credere che ci sia
ancora qualcosa di buono
e di bello da raggiungere per
gli uomini.

ALBERT CAMUS

Taccuini, 1935-1959


Un'immagine di Albert Camus

La culla delle civiltà

Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell'ultramoderno. Accanto alla barca del pescatore, che è ancora quella di Ulisse, il peschereccio devastatore dei fondi marini o le enormi petroliere. Significa immergersi nell'arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo stupirsi di fronte all'estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e del profitto e che da secoli sorvegliano e consumano il mare. Certamente ancora oggi il Mediterraneo è custode della vita di molti popoli, rievocandone le radici e le origini comuni. Ma il Mediterraneo, crocevia di civiltà, non è destinato a rappresentare un mito del passato. Che cosa resterà nella nostra cultura mediatica e tecnologica delle sedimentazioni millenarie e delle culture stratificate che hanno alimentato i popoli del mare? Che cosa oggi ha preso il posto dei viaggi e delle esplorazioni, degli scambi e delle migrazioni dei popoli mediterranei? Come il Mediterraneo è vissuto da questi stessi popoli, oggi?

A. Camus: "Il Mediterraneo è altrove"

lunedì 15 dicembre 2008

L'ASTRONOMIA E LE FESTE LITURGICHE CRISTIANE

L'ASTRONOMIA E LE FESTE LITURGICHE CRISTIANE


di Adriano Gaspani


Il calendario della Chiesa

Cesare, nel calendario che da lui prese il nome, aveva fissato la data
dell'equinozio di primavera al 24 marzo, ma avendo fissato la lunghezza
dell' anno in 365.25 giorni, mentre in realta' esso vale 365.2422, col
passare degli anni si pervenne ad un notevole sfasamento tra la data
effettiva di equinozio e quella che era predetta dal calendario.
Dopo solamente 130 anni, la differenza tra le date ammontava gia' a circa 1
giorno, per cui quando, nel 325 d.C. venne convocato il Concilio di Nicea,
l'equinozio di primavera si verificava tre giorni prima della data stabilita
dal calendario di Giulio Cesare: quindi i padri conciliari stabilirono che
l'equinozio di primavera dovesse essere fissato al 21 Marzo, data che e'
rimasta in vigore fino ai nostri tempi e lo e' tuttora.
Nonostante l'aggiustamento della data equinoziale, la lunghezza dell'anno
non venne migliorata dai padri conciliari che su attennero al consueto
valore di 365.25 giorni, che e' un poco maggiore del vero.
Ben presto, si rilevo' nuovamente una discordanza tra le date del
calendario e i principali fenomeni astronomici, che andava progressivamente
aumentando col passare dei secoli, finche' si rese necessaria una riforma
radicale operata nel 1583 da Papa Gregorio XIII; in precedenza vennero
operati vari tentativi di correzione del calendario, dal Medioevo fino al
1582, ma senza alcun successo anche se vi contribuirono astronomi e studiosi
di fama come John of Hollywood (il Sacrobosco), Robert Grossetete, Roger
Bacon e piu' tardi Pietro d'Ailly, Nicola Cusano e Giovanni Muller detto il
Regiomontano.
Fu papa Gregorio XIII che nel 1582 con l'aiuto di valenti studiosi, tra i
quali l'astronomo padre Cristofo Clavio e il medico Luigi Lilius, decreto'
la riforma che produsse quello che oggi va sotto il nome di calendario
gregoriano.
Se si vuole che formalmente l'equinozio di primavera cada sempre il 21
Marzo, e' necessario che oltre agli anni bisestili che si succedono, come
nel calendario giuliano al ritmo di uno di 366 giorni ogni tre anni di 365,
siano bisestili anche quegli anni secolari che, tolti i due zeri, diano un
numero divisibile per quattro.
In questo modo ogni quattro secoli vengono tolti tre giorni rispetto al
calendario giuliano e il valore medio dell'anno gregoriano diventa di
365.2425 giorni.
Inoltre, per semplificare l'introduzione del nuovo calendario fu decretato
che il 4 ottobre 1582 fosse immediatamente seguito dal 15 ottobre, togliendo
in tal modo i dieci giorni di sfasamento che si erano accumulati tra il
calendario giuliano e quello gregoriano.
Il 4 ottobre fu scelto in modo che i frati francescani potessero celebrare
in quell'anno la festa di San Francesco, ma anche perche' papa Gregorio
XIII, essendo bolognese, non volle privare la sua citta' della festa di
S.Petronio.
Il computo gregoriano del tempo fu immedietamente accolto dalle nazioni
cattoliche, quali l'Italia e la Spagna e poi, in alcuni casi anche molto
piu' tardi, da tutte le altre, almeno per usi civili e politici (nel 1700 i
Paesi Bassi, nel 1752 la Gran Bretagna, etc.).
Eseguendo i calcoli necessari si rileva che il calendario gregoriano
contiene un errore residuo di 1 giorno ogni 3000 anni rispetto alle stagioni
astronomiche, valore che per ora risulta sufficentemente contenuto per tutte
le esigenze della vita quotidiana dell'epoca moderna.




Le feste cristiane fondamentali e le stagioni

La Chiesa, gia' agli albori del Cristianesimo, adotto' il calendario
giuliano riformato da Giulio Cesare apportandovi pero' alcune modificazioni
per tener conto della Pasqua e delle altre feste "mobili" liturgicamente
importanti.
Il calcolo della Pasqua fu sempre uno dei problemi piu' importanti nella
calendariologia della Chiesa.
Il calcolo della data della Pasqua richiedeva il calcolo esatto del
plenilunio piu' prossimo alla data dell'equinozio di primavera.
Per questo calcolo la chiesa romana adotto' gia' dai primi tempi il ciclo
di Metone, lungo 19 anni solari tropici in cui sono comprese 235 lunazioni.
Il Ciclo di Metone stabilisce che ogni 19 anni solari tropici una
determinata fase lunare si ripete, in media, negli stessi giorni dell'anno
giuliano.
Nell'alto medioevo il sistema numerico maggiormente utilizzato era quello
romano che, come e' noto, e' un sistema a trasposizione letterale in cui
a determinate quantita' numeriche corrispondono talune lettere dell'alfabeto
latino.
La numerazione romana oltre ad essere difficolosa dal punto di vista
dell'esecuzione dei calcoli, anche dei piu' semplici, non include lo zero,
il cui concetto era pressoche' sconosciuto nell'Europa altomedievale
cristiana.
La riforma del calendario operata da Dionigi il Piccolo durante il VI secolo
a.C. fece iniziare il conteggio dei mesi e degli anni dall'anno 1 a.C..
Il primo di gennaio di quell'anno, l'eta' della Luna era pari ad 8 giorni,
cioe' la fase lunare visibile in cielo era il primo quarto, essendo
trascorsi per l'appunto 8 giorni dall'ultimo novilunio.
L'eta' della Luna al 1 Gennaio stabilisce l'"epatta" di quell'anno e poiche'
la differenza tra l'anno solare tropico e l'anno lunare composto da 12
lunazioni complete, vale circa 11 giorni, ogni anno l'epatta aumenta il suo
valore di 11 con la regola di sottrarre 30 qualora tale valore venga
superato dal calcolo.
A Roma, i Cristiani celebrarono per la prima volta la Pasqua nell'anno 160
d.C. e la festa cadde la prima domenica dopo il plenilunio dell'equinozio di
primavera.
Il calcolo astronomico ci dice che l'equinozio di primavera cadde il 21
Marzo, il plenilunio appena successivo fu invece il giorno 8 Aprile che era
lunedi, pr cui il giorno precedente, 7 Aprile, venne celebrata la prima
Pasqua.
Dal punto di vista teorico, la data corretta avrebbe dovuto essere
formalmente il 14 Aprile, ma essendo il plenilunio avvenuto alle ore 11
della mattina del lunedi' 8 del mese, la differenza di 12 ore tra la data
effettiva di Luna piena e la domenica fu irrilevante tenendo conto anche
della metodologia di calcolo dell'eta' della Luna che era in uso a quel
tempo a Roma.
Le prime tavole per il calcolo della data della Pasqua furono preparate da
Cirillo d'Alessandria (376-444 d.C.) ed il monaco Dionigi il Piccolo
(Dionisius Exiguus), nel 525 d.C., le estese su richiesta del pontefice Papa
Giovanni I.
La questione della data della Pasqua si rivelo' in futuro una questione
spinosissima per la chiesa di Roma.
Proprio relativamente alla data della Pasqua e alla decisione di renderla
festa mobile possiamo osservare che la Chiesa Celtica mise in evidenza
quanto fosse disunita.
Infatti, nel III e IV secolo d.C. avvennero furiose dispute a cui
parteciparono i piu' eminenti esponenti delle varie comunita' cristiane
distribuite lungo il territorio europeo, relativamente ai differenti metodi
di calcolo della data della festa piu' importante per la cristianita'
durante l'anno solare tropico.
Le dispute assunsero per anni toni feroci fino ad arrivare all'adozione
di un algoritmo di calcolo basato sul ciclo di Dionigi il Piccolo.
Per calcolare la ciclicita' della data della Pasqua dobbiamo tenere conto
della periodicita' con cui la domenica cade entro il ciclo settimanale nel
calendario giuliano (ricordiamo che la riforma gregoriana sara' eseguita
solamente nel 1582) che prevede che ogni 7 anni comuni le domeniche cadano
nelle stesse date lungo l'anno giuliano, della periodicita' quadriennale
dell'anno bisestile e del ciclo di Metone che vale 235 lunazioni pari a 19
anni solari tropici.
La Domenica di Pasqua si ripetera' quindi nello stesso giorno di calendario
giuliano ogni 4 x 7 x 19 = 532 anni.
Questo ciclo e' noto come "Ciclo di Dionigi", da Dionigi il Piccolo
che, come detto in precedenza, nel VI costrui' una tavola utile per
calcolare e predire la data della Pasqua avanti e indietro nel tempo.
Questo personaggio fu il primo ad introdurre l'uso di contare gli anni
partendo dall'anno della nascita di Cristo, ma in modo tale che mancasse
l'anno "zero", usanza tutt'ora in vigore, che fu pesantemente criticata
dal monaco anglo Beda il Venerabile circa quattro secoli dopo.
Il ciclo di 532 anni fu utilizzato anche da altri autori per il calcolo
delle date della Pasqua.
Nel 457 d.C. Vittorio d'Aquitania pubblico' il "Canon Paschalis", opera
interamente dedicata al metodo di calcolo della data della Pasqua.
Egli sembra abbia per primo combinato il ciclo di Metone con con il
ciclo di ripetizione domenicale di 7 x 4 = 28 anni ottenendo il valore
di 532 anni giuliani citato sopra, mezzo secolo prima di Dionigi il Piccolo.
Vittorio d'Acquitania suggeri' anche di iniziare il computo degli anni
dal plenilunio seguente la crocifissione di Gesu'.
Comunque il periodo di 532 anni appare anche nell'opera "Computus
Paschalis sive de indicationibus cyclis solis et lunae" attribuita, con
qualche dubbio, a Magno Aurelio Cassiodoro fondatore del monastero di
Vivarium, in Calabria, datata 562 d.C.
Successivamente, nel VII secolo, anche Beda il Venerabile si occupo' del
problema compilando estese tavole fino all'anno 1200 ("De Paschae
Celebratione Liber").
Solamente dopo il Concilio di Orleans svoltosi nel 541 abbiamo una graduale
accettazione del metodo basato sul Ciclo di Dionigi all'interno della Chiesa
Celtica, la quale seguiva invece il Ciclo di Anatolio di Laodicea, basato
su un periodo di ripetizione lungo 84 anni solaro tropici.
Nell'Irlanda meridionale esso fu adottato nel 630 d.C., ma solo nel 703 in
alcune parti della Britannia e nel 731 in altre.
Nella terra dei Picti (attuale Scozia) e nel territorio dove l'Abbazia
di Iona aveva la sua maggiore influenza, il Ciclo di Dionigi fu adottato
nel 716.
Le comunita' cristiane celtiche gallesi lo adottarono solamente nel 768.
Infatti durante il Sinodo di Whitby svoltosi nel 664 e presieduto dal
re Oswy di Northumbria, la maniera celtica di osservare la data della
Pasqua, come era stata caldeggiata da Colman vescovo di Northumbria
e dall'Abbadessa Hilda, cioe' fissa al 25 Marzo, fu sostituita dalla
maniera romana, stabilita durante il concilio di Nicea e basata sul
plenilunio equinoziale come fu fortemente voluto da Agilberto vescovo dei
Sassoni dell'Ovest.
Tornando al monaco Dionigi, egli, nel 526, tento' di determinare la data
della nascita di Cristo che, secondo i suoi calcoli, risulto' essere il 25
Dicembre dell'anno 753 dopo la fundazione di Roma, (ab Urbe Condita).
La data del 25 Dicembre, che in quegli anni era coincidente con il giorno
del solstizio d'inverno, fu strategicamente scelta in modo da far coincidere
festa cristiana del Natale con quella pagana del Dies Natalis Sol Invictus
festeggiata dai seguaci del culto del dio Mitra.
In realta', da studi storici, risulterebbe che Cristo sia nato attorno
all'anno 6 a.C. e non al solstizio d'inverno, ma piu' probabilmente nel mese
di Settembre.
L'inizio dell'era cristiana cioe' l'anno 1 d.C., avvenne quindi, secondo
Dionigi, nel 754 ab Urbe Condita.
Durante il IV secolo d.C., i cristiani celebravano con grande solennita'
l'Epifania (6 gennaio) e l'anniversario del battesimo di Cristo.
Il Natale di Cristo divenne importante nella serie di festivita' cristiane a
Roma e in altri luoghi solamente nel V secolo.
La Chiesa, molto spesso, fece coincidere le date delle feste principali
della liturgia cristiana con le date delle feste pagane gia esistenti,
appoggiandosi pero' alle Sacre Scritture.
Fu stabilita inoltre una concordanza tra gli avvenimenti piu' importanti
della vita di Cristo e quelli del suo precursore, Giovanni Battista, con le
date astronomicamente piu importanti lungo l'anno.
Il Natale fu fatto corrispondere al solstizio d'inverno (25 Dicembre) quindi
facendo i necessari calcoli, la nascita del Precursore, Giovanni Battista,
veniva ad essere molto prossima al solstizio estivo.
Secondo questo schema, la Concezione di Gesu', cioe' l'Annunciazione a
Maria, o Incarnazione che dir si voglia, che doveva essere 9 mesi prima
del Natale, andava a coincidere con l'equinozio di primavera che a quei
tempi era il 25 Marzo, data vicino alla quale si celebrava anche la morte di
Gesu' e la sua Resurrezione.
La concezione di Giovanni Battista (l'Annunciazione ad Elisabetta) fu
fissata quindi all'equinozio di autunno, cioe' il 24 settembre.
Ciascuna delle date rilevanti durante l'anno corripondeva ad una ben precisa
posizione dei punti di levata e di tramonto del Sole all'orizzonte
astronomico locale.
I punti di levata e di tramonto solari solstiziali dipendono anche dalla
latitudine del luogo dove l'osservatore e' posto.
Questa corripondenza tra liturgia e la posizione del Sole sulla sfera
celeste era ovviamente strettamente simbolica e era caratterizzata anche da
un profondo significato mistico.
La nascita di Gesu' e la creazione del nuovo mondo cristiano avvengono nel
giorno del solstizio invernale, quando i punti di levata e di tramonto del
Sole all'orizzonte astronomico locale raggiungono la massima disgressione
meridionale e l'altezza apparente raggiunta nel cielo dall'astro diurno e'
la minima possibile.
In quel giorno le ore di luce sono poche, mentre la notte dura a lungo, ma
dopo quel giorno i punti di levata e di tramonto del Sole iniziano
nuovamente a spostarsi lungo l'orizzonte, in direzione nord, la durata del
giorno aumenta, quella della notte diminuisce e tutto il ciclo stagionale
si rinnova.
La concezione e la morte di Gesu' cioe', simbolicamente, il rinnovamento
dell'uomo, cade quindi vicino alla data dell'equinozio di primavera.
La nascita di Giovanni Battista e' posta invece al solstizio estivo, quando
la stagione e' pienamente matura, mentre la concezione del Battista
corriponde all'equinozio d'autunno, una data che precede il solstizio
invernale, cioe' la nascita di Cristo.
Le feste dei santi vengono celebrate sempre nella data della loro morte,
poiche' secondo la Chiesa questo e' stato il momento piu' importante della
loro esistenza in quanto e' proprio questo momento che segna la rinascita
del santo alla vita eterna.




Il Computo Ecclesiastico

La festa fondamentale per il Cristianesimo e' la Pasqua la quale era, ed e'
anche attualmente celebrata in una certa data lungo l'anno secondo ben
determinati vincoli di carattere astronomico che richiedono tra le altre
cose la conoscenza precisa della lunghezza del mese sinodico lunare per
poter calcolare in anticipo il giorno di plenilunio e la capacita' di
determinare esattamente il giorno in cui avviene l'equinozio di primavera.
Il calcolo della data della Pasqua quindi, esigeva la conoscenza di talune
regole di calcolo che permettessero in maniera relativamente semplice di
risolvere il problema e di pianificare in anticipo la data della festa.
Va tenuto presente che durante il Medioevo erano del tutto sconosciuti non
solo i parametri orbitali della Terra e della Luna con i quali gli astronomi
moderni sono in grado di determinare con notevole accuratezza sia la
posizione della Luna nel cielo sia le date delle fasi piu' importanti.
Durante il Medioevo erano usati algoritmi ripetitivi molto semplici la cui
accuratezza nel predire la fase della Luna era dell'ordine di circa 1
giorno.
La Pasqua infatti, come fu stabilito durante il Concilio di Nicea, deve
cadere la domenica che segue la prima luna piena dopo l'equinozio di
primavera.
Il plenilunio era calcolato, secondo le regole del Computo Ecclesiastico
come il quattordicesimo giorno dopo il plenilunio.
In questo contesto l'Eta' della Luna e quindi il suo calcolo veniva a
rivestire un ruolo di fondamentale importanza.
L'Eta' della Luna e' il numero di giorni trascorsi dal giorno dell'ultimo
novilunio ed essa varia quindi tra 0 e 29.53 giorni essendo quest'ultima
la lunghezza approssimata del mese sinodico lunare.
A prima vista si potrebbe arguire che la determinazione dell'eta' della
Luna era cosa semplice in quanto bastava alzare gli occhi al cielo per
osservare direttamente l'aspetto del nostro satellite, ma in realta' la
problematica era ben diversa per almeno due motivi.
Il primo era che l'osservazione diretta della Luna ci rivela solo
approssimativamente la sua Eta', mentre il secondo motivo prevede la
necessita' di eseguire le predizioni richieste ad esempio dalla
pianificazione in anticipo della data della Pasqua per svariati anni nel
futuro.
Era quindi necessario disporre di un calendario e di un algoritmo di
calcolo che fosse nello stesso tempo semplice e sufficentemente accurato.
Il Computo Ecclesiastico e' l'insieme delle regole che venivano utilizzate
nell'antico calendario della Chiesa per individuare con facilita' la data
della Pasqua e quella delle altre feste mobili che dipendono da essa.
Nel giorno di plenilunio l'eta' della Luna sara' 14 giorni, basando pero' il
conteggio sulla data di novilunio ecclesiatico, che e' prossimo, ma non
coincidente con quello astronomico.
All'interno del computo ecclesiastico la principale periodicita' della Luna
e' il Ciclo di Metone il quale ci dice che ogni 19 anni solari tropici una
determinata fase della Luna si ripete alla stessa data del Calendario
Giuliano.
Infatti in 19 anni da 365.25 giorni esatti abbiamo quasi esattamente 235
lunazioni complete.
Il ciclo di 19 anni solari durante i quali le fasi lunari si ripetono
esattamente in corrispondenza dello stesso ciclo stagionale fu scoperto nel
V secolo a.C. da un astronomo e filosofo greco di nome Metone.
Formalmente il Ciclo di Metone puo' essere riassunto nel modo seguente:

255 rivoluzioni draconitiche = 235 sinodiche = 1 ciclo di Metone

Un ciclo metonico puo' quindi essere ottenuto sommando al ciclo di Saros
(18 anni piu' 11 giorni) un anno lunare formato da 12 lunazioni complete
per un totale di 354 giorni.
Infatti:

18 anni e 11 giorni + 354 giorni = 19 anni solari medi

questo implica che ogni 235 lunazioni complete una generica fase lunare si
ripete nella stessa data del calendario giuliano.
All'inizio di ogni ciclo la fase lunare corrisponde esattamente a quella che
aveva all'inizio dei cicli precedenti, quindi nota la sequenza dei pleniluni
durante un ciclo metonico e' facile ottenere tutte le sequenze dei cicli
successivi e di quelli precedenti.
E' anche possibile calcolare tutta la sequenza delle fasi lunari in un dato
anno conoscendo la sua posizione entro il ciclo di Metone in corso.
Il numero che indica questa posizione fu chiamato "Numero d'Oro" considerata
la sua grande importanza nel computo dei noviluni.
Durante il Concilio di Nicea, venne deciso di fissare come origine dei cicli
lunari ecclesiatici al primo anno antecedente l'Era Volgare, questo rese
facile calcolare il Numero d'Oro per qualsiasi anno.
Il calcolo matematico del Numero d'Oro prevede la divisione dell'anno
aumentato di 1 per 19.
Il risultato della divisione sara' il ciclo di Metone in corso, mentre il
resto della divisione sara' il Numero d'Oro.
Ad esempio, nel caso dell'anno 2000, dividendo 2001 per 19 si ottiene 105
con il resto di 6, quindi il ciclo di Metone attualmente in corso e' il
105-esimo, (iniziato nel 1994) e il Numero d'Oro vale 6, che significa che
l'anno 2000 e' il sesto anno del 105-esimo ciclo metonico entro l'Era
Volgare.
Entro il ciclo di Metone di riferimento, Dionigi il Piccolo, nel 525 d.C.,
fisso' il punto di partenza per il ciclo lunare ecclesiastico.
Infatti fu stabilito che il 1 Gennaio dell'anno 1 a.C la Luna avesse un'eta'
pari a 8 giorni, quindi la sua fase fosse di 1 giorno successiva al primo
quarto.
Il ciclo lunare ecclesiatico e' quindi il ciclo di Metone fasato con
il punto di partenza stabilito da Dionigi il Piccolo.
In questo contesto il numero di cicli metonici trascorsi (ad esempio il 105
nel caso dell'anno 2000) viene denominato "Numero del Ciclo Lunare".
Le regole del Computo Ecclesiatico contemplano un altro parametro utile a
fissare la data del plenilunio pasquale in un dato anno: l'Epatta.
L'Epatta rappresenta l'eta' della Luna al 31 Dicembre dell'anno
precedente.
Il calcolo dell'Epatta per un determinato anno puo' essere eseguito
facilmente partendo dal numero d'oro.
Infatti per il periodo che va dal 1900 al 2099 l'Epatta risulta
calcolabile semplicemente considerando il Numero d'Oro, dell'anno in corso,
diminuito di 1, moltiplicandolo per 11 e dividendo il risultato per 30.
Questo calcolo ha senso in quanto la differenza tra la lunghezza dell'anno
solare (365 giorni) e quello lunare formato da 12 lunazioni complete (354
giorni) e' pari a 11.
La divisione per 30, valore approssimato per ecccesso della lunghezza della
lunazione media espressa in giorni, ci riconduce all'eta' della Luna
all'inizio dell'anno.
Puo' capitare che il valore dell'epatta risulti negativo, in questo
caso si aggiunge 30 al suo valore ottenendo il valore corretto.
Infatti nel 2000 essendo il numero d'oro N=6 avremo l'epatta E=24, ma dal
1 Marzo in poi, fino a quel giorno l'epatta fu 13 che e' l'eta' della Luna
il giorno 31 dicembre 1999.
Rimane ora da mostrare come sia possibile il calcolo dell'eta' della Luna
per un qualsivoglia giorno dell'anno.
Chiamando con P l'eta' della Luna da determinare, essa risultera' dalla
somma di tre termini:

P = m + d + e

in cui "m" e' il numero d'ordine del mese in cui e' compresa la data per
la quale il calcolo deve essere svolto, il termine "d" e' il numero d'ordine
del giorno nel corso del mese, quindi "d" sara compreso tra 1 e 31 a seconda
dei mesi.
Il terzo termine, cioe' "e" e' esattamente l'epatta dell'anno considerato.
Nel caso che l'eta' della Luna P risulti dal calcolo maggiore di 30, viene
tenuto solo cio' che rimane dopo aver sottratto 30 cioe' l'eta' della Luna
sara' P-30.
Il punto di partenza per il conteggio di "m" e' il mese di Marzo durante
il quale, il giorno 25, si riteneva, in accordo con la riforma del
calendario operata da Giulio Cesare, avvenisse l'equinozio di primavera e in
molti luoghi questa data rappresentava anche con il capodanno.
Il mese di Marzo e' quindi caratterizzato da un indice m=1, Aprile avra' m=2
e cosi' via finche' Dicembre avra' m=10, Gennaio m=11 e Febbraio m=12.
Il Marzo successivo tornera' ad avere m=1 e cosi' via.
Ad esempio, calcoliamo l'eta' della Luna per il 21 Gennaio 2000.
In questo caso avremo e=13, m=11 e d=21 i quali portano alla somma P=45 la
quale essendo superiore a 30 richiede la sottrazione di questo valore,
quindi quel giorno l'eta' della Luna fu P=45-30=15.
Tale valore corrisponde esattamente al plenilunio e cosi' fu infatti
all'alba di quel giorno si ebbe un'eclisse di Luna la quale e' possibile
quando la fase della Luna e' piena.
Ora proviamo a calcolare l'eta' della Luna, all'indietro, per il 5 Settembre
2012.
Nel 2012 sara' il 18-esimo anno del 105 ciclo di Metone, quindi l'epatta
sara' e=6
In questo caso, Settembre e' il settimo mese partendo ma Marzo, quindi m=7.
Tenendo conto che d=5 allora risulta P=5+7+6=18 quindi sono trascorsi 3
giorni dal plenilunio per cui il 5 Settembre 2012 la Luna avra' una fase
compresa tra il plenilunio e l'ultimo quarto.



Il computo della Domenica di Pasqua

La data di novilunio del mese di Marzo di qualsiasi anno si otterra' quindi
sottraendo l'epatta propria dell'anno in corso dal numero 30, di conseguenza
la data del plenilunio del mese di Marzo si otterra' aggiungendo 14 giorni
(mezzo mese sinodico ecclessiatico).
Tale plenilunio sara' pasquale se il risultato sara' maggiore o uguale a 21,
(cioe' se il plenilunio cadra' dopo il 21 Marzo) quindi la Domenica
successiva alla data di plenilunio sara' la domenica di Pasqua.
Un problema connesso con quello del calcolo del plenilunio pasquale riguarda
il fatto che la Pasqua debba obbligatoriamente cadere di domenica, quindi e'
necessario sapere in che giorno dell'anno cade la prima domenica di Gennaio.
Cio' equivale a stabilire la fasatura della settimana rispetto all'anno
solare in corso.
A cio' si e' rimediato introducendo nel computo ecclesiastico la cosiddetta
"Lettera Domenicale".


Infatti chiamando con A, B, C, D, E, F, G i primi sette giorni dell'anno
fu stabilito di indicare con una di queste lettere il giorno in cui cade
la prima domenica dell'anno.
La corrispondenza tra la data e la lettera domenicale e' il seguente:

Data Lettera Domenicale

1 Gennaio A
2 Gennaio B
3 Gennaio C
4 Gennaio D
5 Gennaio E
6 Gennaio F
7 Gennaio G

Ovviamente nota la lettera domenicale dell'anno in corso sara' facile
stabilire quale sia la domenica piu' vicina al plenilunio successivo
all'equinozio di primavera.
Il calcolo della lettera domenicale secondo il computo ecclesiastico e'
piuttosto noioso.
Infatti si deve considerare la parte non secolare del numero che
identifica l'anno in corso (per esempio per il 1996 sara' 96, per il
2020 sara' 20 e cosi' via), la si divide per 4 e si somma il dividendo
al quoziente cosi' ottenuto.
A questo punto il risultato va diviso per 7 poi si sottrae il resto della
divisione da 7.
Successivamente si aggiunge il numero 7 alla differenza risultante dalla
operazione predecente se l'anno considerato fa parte del XX secolo,
oppure 1 se l'anno fa parte del XXI secolo.
Il risultato deve ora essere diviso nuovamente per 7 e il resto ottenuto
indichera' la lettera domenicale secondo il seguente schema:


Resto Lettera Domenicale

0 G
1 A
2 B
3 C
4 D
5 E
6 F


Bisogna tener presente che la lettera domenicale determinata con questo
metodo vale per tutto l'anno solo se esso non e' bisestile.
In caso di anno bisestile, la lettera trovata vale solo per i mesi di
Marzo e seguenti, mentre per Gennaio e Febbraio vale la lettera
immediatamente seguente (alla lettera F segue ciclicamente la G e la
successiva alla G e' la A).



Il simbolismo mistico della Pasqua

Come abbiamo visto la celebrazione della Pasqua era connessa a tutta una
serie di problemi di carattere matematico e astronomico, non dobbiamo pero'
trascurare le valenze simboliche della piu' importante festa della liturgia
cristiana.
La Pasqua e' il mistero centrale del cristianesimo, e rappresenta il
"passaggio" (Pesah), dalla morte alla vita, il passaggio di Cristo e con Lui
di tutti gli uomini di questo mondo alla vita eterna.
Questo passaggio dalla morte alla vita venne raffigurato come l'uscita dalle
tenebre e la corrispondente entrata nella luce, secondo quanto stabilito
nelle Sacre Scritture.
La base scritturale della festa della Pasqua presiede a tutto il simbolismo
di questa festivita' che utilizza le immagini simboliche del fuoco, della
luce e dell'acqua, le quali riprendono quelle tipiche delle antiche
religioni solari, in connessione con il periodo dell'anno prossimo
all'equinozio di primavera che rappresenta la primavera cioe' il tempo del
rinnovamento della natura.
Sia la Pasqua che il Natale sono feste di rinnovamento: la rinascita del
Sole, la seconda e la rinascita della natura, la prima.
Il simbolismo solare della Pasqua differisce pero' da quello del Natale, in
quanto quest'ultimo non contempla un ruolo operato dalla Luna per la
determinazione della data di celebrazione, ma esclusivamente il periodo di
massima disgressione meridionale dei punti di levata e di tramonto del Sole
all'orizzonte astronomico locale, in parole povere: il solstizio d'inverno.
La data della Pasqua invece richiede la giusta combinazione del ciclo solare
con quello lunare il quale influisce maggiormente sul calcolo della domenica
piu' appropriata per la celebrazione della festa.
La connessione tra la Pasqua e il plenilunio deriva da un'antica tradizione
secondo la quale i giorni di Luna piena erano considerati dei giorni sacri,
in quanto corrispondenti ad una particolare posizione reciproca del Sole e
della Luna importante dal punto di vista mitico.
Questa sacralita' era maggioremente importante nel caso dei pleniluni
coincidenti, o molto prossimi, all'equinozio di primavera.
In questa prospettiva il mese di Marzo, in cui era posto il giorno
dell'equinozio, era considerato il primo mese dell'anno nuovo e non a caso i
romani stabilirono il capodanno al 25 Marzo, praticamente coincidente con il
giorno di equinozio.
Questo era il modo di vedere le cose a Roma fino al tempo di Giulio Cesare,
autore della riforma che adotto' un calendario esclusivamente basato sul
Sole trascurando completamente la Luna nel computo del tempo.
Lo stesso avveniva presso gli Ebrei, dove il mese di Nishan, il mese
dell'equinozio, era considerato il primo mese dell'anno.
L'idea dell'inizio dell'anno posto in concomitanza con l'equinozio di
primavera si diffuse nel mondo romano importata dall'oriente.
Presso i Celti invece la situazione era diversa, in quanto il capodanno era
celebrato in occasione della festa di Trinvxtion Samoni (le tre notti di
Samonios) poste al secondo giorno della seconda quindicina del mese di
Samonios, primo mese dell'anno, 17 giorni dopo il primo quarto di Luna che
per i Celti stabiliva l'inizio dei mesi, degli anni, e dei "saecula" che
presso queste popolazioni duravano 30 anni.
Tale festa era solo parzialmente connessa con il Sole in quanto il fenomeno
astronomico base per la celebrazione della festa era di tipo stellare e
cioe' il giorno della levata eliaca della stella Antares, nella
costellazione dello Scorpione, la quale, durante l'eta' del Ferro, diveniva
per la prima volta visibile all'alba, prima del sorgere del Sole, grosso
modo all'inizio di Novembre, nei terrirori della Gallia.
La Pasqua degli Ebrei invece si festeggiava nel giorno del primo plenilunio
dopo l'equinozio di primavera, e i loro calcoli portarono l'inizio del mese
e dell'anno ebraico quattordici giorni prima della data effettiva
dell'equinozio di primavera in modo che la data della Pasqua ebraica,
essendo celebrata il 14 Nishan, oscilla fra l'8 Marzo e il 4 Aprile del
calendario gregoriano, coincidendo quindi con il primo plenilunio dell'anno.
Gli antichi ebrei consideravano comunque sacri i quattordici giorni
precedenti il plenilunio in quanto questo periodo era quello richiesto alla
Luna per lottare contro le tenebre e crescere gradualmente dallo stato di
invisibilita' del novilunio fino alla luce della Luna piena.
Nella liturgia cristiana questi quattordici giorni che precedono il
plenilunio pasquale corrispondono simbolicamente al periodo della Passione
di Cristo.
Si nota quindi come, nella liturgia cristiana, il compito del simbolismo
lunare sia quello di rafforzare il simbolismo solare legato al Cristo.
Il Sole ad ogni tramonto attraversa la porta occidentale del cielo per
scendere nell'Altro Mondo, attraversandolo e riapparendo per la porta
orientale del cielo piu' sfavillante che mai il mattino successivo.
Nel Medioevo il ciclo quotidiano del Sole si adattava simbolicamente molto
bene alla figura del Cristo, il Sole della Giustizia, che discendeva agli
Inferi per rianimare i morti e risaliva al mattino di Pasqua.
Il ciclo quotidiano del giorno e della notte riproduceva analogicamente il
ciclo annuale del Sole, in cui la notte corrispondeva all'inverno che era
la stagione centrata sul solstizio invernale e il mattino al periodo
primaverile centrato sulla data dell'equinozio di primavera.
Questo simbolismo legato al sorgere quotidiano del Sole nel settore
orientale dell'orizzonte diede origine durante il Medioevo a regole ben
precise secondo le quali l'edificazione dei luoghi di culto, siano essi
stati oratori, chiese o cattedrali, dovette essere operata in modo da essere
perfettamente aderente ai significati simbolici che le varie direzioni
astronomiche ebbero.
E' chiaro allora che l'architettura di ogni luogo di culto doveva
racchiudere un profondo significato cosmogonico codificato secondo rigorose
leggi matematiche, geometriche e astronomiche, che ancora oggi e' possibile
rilevare analizzando opportunamente le strutture che sono sopravvissute
attraverso i secoli fino ai giorni nostri.

Un libro mai tradotto in italiano

Le persecuzioni dei Cristiani contro gli Ellenici
Riassunto a cura del libro di Vlasis Rasas
“LA DEMOLIZIONE DEI TEMPLI”

Alla data dell’era volgare = era cristiana


Questo testo è il riassunto della traduzione di un libro greco che non è mai stato pubblicamente tradotto in italiano
314

Immediatamente dopo la sua piena legalizzazione, la chiesa cristiana attacca i Gentili (Pagani): Il concilio di Ancirra denuncia il culto della Dea Artemide.

324

L’imperatorie Costatino dichiara il cristianesimo l’unica religione ufficiale dell’impero romano.

Nella cità di Didima, in Asia minore , i cristiani saccheggiano l’oracolo del Dio Apollo e torturano a morte i sacerdoti pagani. I cristiani sfrattano i Gentili (Pagani) dal Monte Athos e distruggono i templi greci locali.

326

L’i peratore Costantino, in seguito alle istruzioni di sua madre Elena, distrugge il tempio del Dio Asclepio in Aigeai in Cilicia e molti templi della Dea Afrodite in Gerusalemme, Aphaca, Mambre, Phenice, Baalbek, ecc.

330

L’imperatore Costantino ruba i tesori e ele statue dei templi pagani greci per decorare la Nuova Roma (Costantinopoli), la nuova capitale dell’impero.

335

L’imperatore Costantino saccheggia molti templi Pagani in Asia Minore e in Palestina e ordina l’esecuzione per crocifissione dei “praticanti di magia e gli indovini (lettori di sorte).

Viene martirizzato il filosofo neoplatonico Sopatrus.

341

L’imperatore Flavio Giulio Vostanzo perseguita “tutti gli indovini e gli Hellenici (pagani greci?).
Molti Gentili (Pagani) sono o improgionati o giustiziati.

346

Nuove persecuzioni su larga scala vengono fatte contro i Gentili (Pagani) a Costantinopoli.

Viene bandito il famoso oratore Libanius accusato di praticare magia.

353

Costanzo, con editto, ordina la pena di morte per tutti i tipi di adorazione attraverso i sacrifici e gli “idoli”.

354

Un nuovo editto ordina la chiusura di tutti i Templi Pagani. Molte delle loro aree vengono profanate e trasformate in bordelli oppure in case da gioco. Vengono giustiziati i sacerdoti pagani.
Un nuovo editto di Costanzo ordina la distruzione dei Templi Pagani e l’uccisione di tutti gli adoratori di idoli. Primi roghi di biblioteche in varie città dell’imper. Le prime fabbrihe di cemento vengono organizzate vicino ai Templi Pagani chiusi. La maggior parte delle sacre architetture dei Gentili vengono ridotte a calcinacci.

357

Costanzo mette fuorilegge tutti i metodi di divinazione (non esclusa l’Astrologia).

359

In Skytipolis, Siria, la chiesa cristiana organizza il primo campo di tortura e di sterminio per i Gentili arrestati in tutto l’impero.

Dal 361 al 363

La tolleranza religiosa e la restaurazione dei culti pagani dichiarate a Costantinopoli (1° dicembre 361) dall’Imperatore Flavio Claudio Giuliano.

363

Assassinio dell’imperatore Giuliano (26 giugno)

364

L’imperatore Gioviano Flavio ordina di bruciare la biblioteca di Antiochia.

364

Un editto imperiale (11 settembre) ordina la pena di morte per quei Genili che praticano il culto antico degli Dei o praticano arti divinatorie (“Sileat omnibus perpetuo divinandi curiositas”).

Tre differenti editti (4 febbraio; 9 settembre; 23 dicembre) ordinano la confisca di tutte le proprietà dei Templi Pagani e la pena di morte per i Pagani che partecipano ai riti, anche se privati.

365

Un editto imperiale (17 novembre) vieta ai Gentili ufficiali dell’esercito di comandare soldati cristiani.

370

L’imperatore Valente ordina una tremenda persecuzione dei Gentili in tutto l’impero d’Oriente. Ad Antiochia, in mezzo a molti altri Gentili vengono giustiziati i sacerdoti Hilarius, Patricius e l’ex governatore Fidustius. Tonnelate di libri sono bruciati nell epiazze delle città dell’Impero Orientale. Tutti gli amici di Giuliano (ex imperatore) sono perseguitati (Orebasius, Sallustius, Pegasius, ecc.). Il filosofo Simonides è bruciato vivo e il filosofo Maximus è decapitato (dopo essere stato torturato ndt)

372

L’imperatore Valente ordina al governatore dell’Asia Minore di stermiare tutti gli Hellenici e tutta la documentazione del loro sapere.

373

Nuova proibizione di tutti i metodi divinatori. Il termine “Pagani” (Abitanti dei pagus, dei villaggi) è introdotto dai cristiani al posto del termine Gentili

375

Il termpio del Dio Asclepio nell’Epidauro, in Grecia, è chiuso ai cristiani.

Il 27 febbraio, l’imperatore Flavio Teodosio dichiara il cristianesimo relgione esclusiva dell’Impero Romano con un editto che proclama : “ tutte le varie nazioni le quali sono soggette alla nostra clemenza e moderazione devono continuare nella professione di quella religione che è stata consegnata ai Romani dal divino apostolo Pietro”. I non cristiani sono chiamati “detestabili, eretici, stupidi e ciechi”. In un altro editto Teodosio chiama “insani” quelli che non credono nel dio cristiano e dichiara fuorilegge tutti i dessensi dai dogmi della chiesa cristiana.
Ambrosio, vescovo di Milano, inizia la distruzione di tutti i Templi pagani della sua area. I preti cristiani guidano le masse affamate contro il Tempio della Dea Demetra i Eleusi e tentano di linciare gli “Hierophants” Nestorius e Priskus. Il novantacinquenne “Hierophant” Nestorius mette fine ai Misteri Eleusini e annuncia la predominanza del buio mentale sull’intera razza umana.

381

Il 2 maggio Teodosio priva di tutti i loro diritti i cristiani che tornano indietro alla religione Pagana. In tutto l’Impero d’Oriente i Templi Pagani e le biblioteche sono saccehggiati o bruciati, Il 21 dicembre Teodosio bandisce perfino le semplici visite ai Templi Hellenici. A Costantinopoli, il Tempio della Dea Afrodite è cambiato in un bordello e il Tempio del Sole e Artemide in una stalla.

382

“Alleluia” (Gloria a Yawe) è imposto nella messa cristiana.

384

L’imperatore Teodosio ordina al prefetto pretoriano Maternus Cynegius, consacrato a cristo, di cooperare con i vescovi locali e distruggere i Templi dei Gentili nel nord della Grecia e in Asia Minore.

Dal 385 al 388

Maternus Cynegius, incoraggiato dal fanatismo di sua moglie e dal vescovo (fatto santo dalla chiesa cristiana) Marcellus, con le bande batte le campagne e saccheggia e distrugge centinaia di Templi Ellenici, santuari e altari. Tra gli altri essi distruggono il Tempio di Odessa, il Cabeireion di Imbros, il Tempio di Zeus ad Apamea, il tempio di Apollo a Dydima e tutti i Templi di Palmyra.

Migliaia di innocenti Gentili per tutto l’Impero soffrono il martirio nel famigerato campo di morte di Skythopolis ( il primo campo di concentramento e sterminio della storia. [ndt])

386

I dibattiti pubblici di soggetto religioso sono messi fuorilegge da Teodosio. Il vecchio oratore Libanius spedisce una famosa Epistola “Pro Templis” a Teodosio con la speranza che quei pochi Templi Hellenici che restano vengano rispettati e risparmiati.

Dal 389 al 390

Tutti i sistemi di datazione non cristiani sono messi fuorilegge. Orde di eremeti fanatici del deserto invadono le città del Medio Oriente e dell’Egitto distruggendo statue, altari, Blblioteche e Templi Pagani e linciando i Gentili.

Teofilo, patriarca di Alessandria, inizia una pesante persecuzione contro i Gentili, cambia il Tempio di Dioniso in una chiesa cristiana, brucia il Mithraeum della città, distrugge il tempio di Zeus e ridicolizza i sacerdoti Pagani prima che essi vengano lapidati.
Le folle cristiane profanano le immagini di culto.

391

Il 24 febbraio, un nuovo editto di Teodosio proibisce non soltanto le visite ai Templi Pagani, ma pure guardare le statue vandalizzate. Nuove pesanti persecuzioni in tutto l’Impero. In Alessandria, Egitto, i Gentili, guidati dal filosofo Olympius, si ribellano e dopo alcuni scontri per strada si chiudono nel Tempio fortificato del Dio Seraphide (Il SERAPEION). Dopo un violento assedio, i cristiani espungnano l’edificio, lo distruggono , bruciano la sua famosa Blblioteca e profanano le immagini di culto.

392

L’8 novembre, l’imperatore Teodosio dichiara fuorilegge tutti i rituali non cristiani e li chiama “superstizioni dei Gentili” (gentilicia superstitio).
Nuova persecuzione su ampia scala contro i Gentili. I Misteri di Samotracia sono proibiti e i sacerdoti pagani macellati. A Cipro il vescovo locale (fatto santo) Epifanio e (n altro fatto santo ) Tycon distruggono quasi tutti i Templi dell’isola e sterminano migliaia di Gentili . I Misteri locali della Dea Afrodite furono fatti chiudere, Teodosio in un editto dichiara : “Coloro i quali non ubbidiranno al padre Epifanio non avranno diritto di continuare a vivere in quest’isola”. I Gentili si rivoltano contro l’Imperatore e alla chiesa cristiana a Petra, Aeropolis, Rafia, Gaza, Baalbek e altre città del Medio Oriente.

393

I Giochi di Pythian, i Giochi di Aktia e i Giochi olimpici sono messi guorilegge come parte dell’idolatria Hellenica. I cristiani saccheggiano i Templi di Olympia.

395

Due nuovi editti (22 luglio e 7 agosto) causano nuove persecuzioni contro i Gentili. Rufinus, l’eunuco Primo ministro dellìimperatore Flavius Arcadius dirige le sue orde dei battezzati Goti (comandati da Alarico) nel paese degli Helleni. Incoraggiati dai monaci cristiani i barbari saccheggiano e bruciano molte città (Dion, Delphi, Megara, Corinto, Pheneos, Argos, Nemea, Lycosoura, Sparta, Messene, Phigaleia, Olympia, etc.), macellano e riducono in schiavitù innumerevoli Gentili Helleni e bruciano tutti i Templi. Gra gli altri, bruciano il Santuario di Eleusi e bruciano vivi tutti i sacerdoti pagani (incluso l’”Hierophant” Mithras Hlarius).

396

Il 7 dicembre un nuovo editto dell’imperatore Arcadius ordina che i pagani siano processati per alto tradimento. Imprigionati i pochi restanti sacerdoti e gli Hierophants.

397

“Demoliteli!” . L’imperatore Flavio Arcadius ordina che tutti i Templi Pagani ancora in piedi siano demoliti.

398

Il Quarto concilio delle chiese cristiane di Cartagine proibisce a tutti, inclusi i vescovi cristiani, di studiare i libri dei Gentili. Porfirius, vescovo di Gaza, demolisce quasi tutti i Templi Pagani di quella città (eccetto 9 di loro che rimangono attivi).

399

Con un nuovo editto (13 giugno) l’imperatore Flavio Arcadius ordina che i Templi pagani ancora in piedi, specialmente nelle campagne, devono essere immediatamente demoliti.

400

Il vescovo Nicetas distrugge l’oracolo del Dio Dionisio a Vesai e battezza tutti i Gentili di quell’area.

401

Le folle cristiane di Cartagine, linciano i Gentili e distruggono i Templi e le statue del Dei. Anche a Gaza, il vescovo locale (anche lui “Santo”) Porfirio, manda i suoi seguaci a linciare i Gentili e a demolire gli ultimi nobe Templi rimastiattivi in città. Il quindicesimo convilio di Calcedonia ordina che siano scomunicati tutti i cristiani che hanno buoni rapporti con i loro parenti Gentili (anche se già morti). Giovanni Crisostomo manda le sue orde dei suoi monaci vestitit di grigio a rapinare con bastoni e ferro e distruggere le immagini degli Dei in tutte le città della Palestina.

406

Giovanni Crisostomo raccoglie fondi presso le donne ricche cristiane per supportare finanziariamente la demolizione dei Templi Hellenici. In Ephessus ordina la distruzione del famoso Tempio della Dea Artemide, A Salmis, Cipro, il santo cristiano Ephiphanius e Eutychius continuano la persecuzione dei Gentili e la totale distruzione dei loro Templi e dei Santuari.

407

Un nuovo editto mette fuorilegge una volta di più tutti gli atti di culto dei non cristiani.

408

L’imperatore dell’impero occidentale Onorius e l’imperatore dell’impero d’oriente Arcadius ordinano allo stesso tempo che tutto le sculture dei Templi pagani siano o distrutte o portate via.

Il possesso privato di sculture Pagane è anche fuorilegge.

I vescovi locali conducono nuove pesanti persecuzioni contro i Gentili e nuovi libri vengono bruciati. I giudici che hanno pietà per i Gentili sono a loro volta perseguitati, Augustine (fatto santo dai cristiani) massacra centinaia di Pagani a Calama, in Algeria, perché protestano.

409

Ancora una volta un editto ordina che l’Astrologia e tutti i metodi divinatori siano puniti con la morte.

415

Ad Alessandria, in Egitto, la folla cristiana, spinta dal vescovo Cirillo, attacca a pochi giorni dalla pasqua giudaico-cristiana e tagliano a pezzi la famosa e bella Filosofa Hypatia. I pezzi del corpo, portati in giro dalla massa cristiana attraverso le strada di Alessandria vengono infine bruciati insieme con i suoi libri nella piazza chiamata Cynaron.

Il 30 agosto, nuobe persecuzioni iniziano contro tutti i sacerdoti pagani presenti nel nord Africa che vengono crocifissi o bruciati vivi.

416

L’inquisitore Hypatius, con lo pseudonimo di “la spada di Dio”, stermina gli utlimi Gentili in Bithynia. A Costantinopoli (7 dicembre) tutti gli ufficiali dell’esercito, gli impiegati pubblici e i giudici non cristiani vengono dimessi.

423

L’imperatore Teodosio B dichiara (8 giugno) che tutte le religioni dei Gentili non sono nulla più che “culto del demonio”e ordina per tutti coloro che persistono a praticarlo, punizioni quali imprigionamento e tortura.

429

Il Tempio della Dea Athena (Parthenon) sull’Acropoli di Athene è saccheggiato. I pagani ateniesi sono perseguitati.

435

Il 14 novembre un nuovo editto dell’imperatore Teodosio B ordina la pena di morte per gli “eretici” e i Gentili dell’Impero. Solo il giudaismo è l’unica Religione non cristiana considerata legale.

438

L’imperatore Teodosio B emette un nuovo decreto (31 gennaio) contro i Gentili, incriminando la loro “idolatria” quale causa della recente peste (!).

Dal 440 al 450

I cristiani demoliscono tutti i monumenti, altari e Templi di Athene, Olympia e altre città della Grecia.

448

Teodosio B ordina che tutti i libri non cristiani vengano bruciati.

450

Tutti i Templi di Afrodite (città della Deta Afrodite) vengono demoliti e tutte le sue biblioteche bruciate. La città è rinominata Stavroupolis (città della croce)

451

Nuovo editto dell’imperatore Teodosio B (4 novembre) mette enfasi sull’”idoltria” da punire con la pena di morte.

Dal 457 al 491

Sporadiche persecuzioni contro i Genitli nell’impero d’oriente. Tra gli altri vengono giustiziati il fisico Jacobus e il filosofo Gessius.
Severianus, Herestios, Zosimus, Isidorus e altri sono torturati e imprigionati. Il predicatore Conon e isuoi seguaci sterminarono gli ultimi Gentili dell’isola Imbros, nell’Egeo nordorioentale.
Gli utlimi fedeli di Zeus Lavranius sono sterminati a Cipro.

Dal 482 al 488

La maggioranza dei Gentili dell’Asia Minore sono sterminati in seguito ad una disperata rivolta contro l’imperatore e la chiesa cattolica.

486

Molti sacerdoti pagani in clandestina sono scoperti, arrestati, offesi e ridicolizzati, torturati e giustiziati ad Alessandria, Egitto.

515

Il battesimo diventa obbligatorio anche per coloro che si dichiarano già cristiani. L’imperatore di Costantinopoli Anastasius ordina il massacro dei Gentili nella città di Zoara in Arabia e la demolizione del tempio locale al Dio

Uscire dal mondo

"Non è necessaria l’ecstasy per uscire dal mondo"

ELÉMIRE ZOLLA
Il testo di Elémire Zolla che presentiamo è tratto da due registrazioni televisive mai pubblicate, risalenti al 1996 e 1997, raccolte insieme ad altre nel film «Extraritratti. Elémire Zolla» realizzato da Antonello Colimberti per RaiSat Extra. Zolla affronta alcuni temi cruciali della sua riflessione: l’indecifrabilità del reale, l’esperienza della liberazione, le possibilità di uscita dal mondo. Nell’immediatezza della comunicazione televisiva è evidente come non mai la sua capacità di abbracciare una tradizione globale, comprensiva dell’Oriente, manel più occidentale dei modi: la forma del logos, la logica. Fra le tante, evasive definizioni ricevute da Zolla - da «turista metafisico» a «cercatore di aure» - la migliore possibile resta infatti quella di Montale: «È uno stoico che onora la ragione umana e che sente la dignità della vita come un supremo bene. È un uomo che non si mette “al di sopra” della mischia, ma che vuole restare ad occhi aperti».

Non sono credente. Non credo a nulla. So alcune cose, altre le so meno, altre non le so, ma se dovessi dire che so qualcosa perché ci credo direi una menzogna. Non credo che esista un altro mondo oltre a questo. Esiste questo mondo, nei vari momenti in cui si rivela. Pensare a un altro tipo di esistenza dovrebbe presupporre la permanenza della nostra persona. Uno dei primi insegnamenti del buddhismo è che la persona non esiste.

Che cos’è la liberazione? È la cosa più facile da definire e la più impossibile. È facile da definire perché chiunque ha esperienza della liberazione. Chiunque due volte al giorno almeno ne ha esperienza: quando si sveglia e quando si addormenta.

È un momento, un’intercapedine tra i due ordini dell’esistenza, in cui si è perfettamente liberi: non si è ancora soggiogati dalle leggi della coscienza di veglia, si gode ancora della libertà sconfinata del sonno. E quindi si è liberati, in quel momento. Naturalmente subito dopo - o meno subito, dipende dall’atteggiamento di ciascuno - si rientra nella servitù della veglia. Però c’è il momento di riscatto, di liberazione. Non si è più nell’ignoranza del sonno, e non si è ancora nella soggezione della veglia. Chiunque ha esperienza, perciò, della liberazione in vita: non è una cosa tanto lontana.

Naturalmente è un altro conto riuscire a espandere questo spazio, cioè ad allargare nel pieno della giornata la libertà di cui si è goduto per un frammento di istante.

Come ottenerlo? Per ottenerlo si può sacrificare tutto. Un indù, in genere un indù pio, sogna di poter partire un giorno, e questo è l’apice della vita per un indù, ancora oggi. C’è il momento in cui si è messo al mondo un certo numero di figli, si è provveduto al loro avvenire, e ci si può congedare.

Ed è un momento straordinario, cui bisogna avere assistito, quello in cui un uomo che ha avuto grandi cariche, che ha avuto una parte importante nella vita della comunità, si sveste, si abbiglia di vesti molto semplici, si allontana dalla famiglia, da tutti, e si rifugia nella foresta. E questa foresta non è il luogo un po’ pauroso che noi ci immaginiamo. È un posto dove tutto è a disposizione. Se si ha bisogno di mangiare, si fa cadere una noce di cocco, la si spacca in due, ecco due piatti. Di qualunque oggetto si abbia bisogno, è a disposizione. C’è l’acqua che scorre, ci sono i frutti da mangiare. Finalmente, isolati da tutti, si può meditare. E ci si può, effettivamente, liberare. Questo è il fine della vita di un indiano. In India c’è lo spettacolo degli uomini che si sono liberati. Evidentemente un novanta per cento sarà di truffatori. Però c’è anche quella piccola percentuale di uomini che ci si accorge che sono liberati, semplicemente dalla serenità dell’occhio.

Io non sono attratto dalle persone che si allontanano dalla realtà. Sono i pazzi a allontanarsi dalla realtà. A me interessano le persone che riescono a mettersi fuori dal gioco degli interessi. Del proprio interesse, dell’interesse altrui, del servizio agli altri o del servizio a sé stessi, come che sia. Che riescono a uscire da questa capsula di leggi nella quale tutti sono contenuti, e riescono a fare un respiro in un’aria purissima, nell’aria della loro libertà.

Non è un’illusione. Se la realtà fosse solo quella che si percepisce ordinariamente, lo sarebbe. Ma noi percepiamo una realtà molto limitata. Pensiamo a quanto poco vediamo del mondo rispetto a un animale, capace di individuare le leggi magnetiche, come un colombo, poniamo. Quindi anche le nostre percezioni sono entro dei confini - così asfissianti, alla fin fine. Se vogliamo capire come è fatta la realtà dobbiamo andare al di là del confine delle nostre percezioni.

C’è stato un momento abbastanza importante nella storia delle discoteche. Fu quando cominciarono a far circolare ecstasy: un modo per uscire dal mondo. Non so se sia quello che raccomanderei io, ma è sicuramente quello che molti preferiscono. E contemporaneamente cominciò quella musica che era nata in Germania, qualcuno dice addirittura come propaggine di Stockhausen, quella musica popolare, techno-musica mi sembra si chiami. E i ragazzi che frequentavano le discoteche impararono qualcosa che era già stato insegnato, dopotutto, nelle confraternite sufi dell’islam: a fare un gesto unico e a ripeterlo all’infinito su un seguito musicale.

È un rito tribale, quello della discoteca, che non dev’essere necessariamente unito alla droga, come nel caso del rito sciamanico. Parlo della diffusione dell’ecstasy perché fu allora che cominciò questa voga. Ma io sono dell’opinione di Tolstoj: riducendo al massimo i nostri cibi e le nostre bevande otteniamo esattamente lo stesso effetto.

Il testo di Elémire Zolla che presentiamo è tratto da due registrazioni televisive mai pubblicate, risalenti al 1996 e 1997, raccolte insieme ad altre nel film Extraritratti. Elémire Zolla realizzato da Antonello Colimberti per RaiSat Extra. Zolla affronta alcuni temi cruciali della sua riflessione: l’indecifrabilità del reale, l’esperienza della liberazione, le possibilità di uscita dal mondo. Nell’immediatezza della comunicazione televisiva è evidente come non mai la sua capacità di abbracciare una tradizione globale, comprensiva dell’Oriente, ma nel più occidentale dei modi: la forma del logos, la logica. Fra le tante, evasive definizioni ricevute da Zolla - da «turista metafisico» a «cercatore di aure» - la migliore possibile resta infatti quella di Montale: «È uno stoico che onora la ragione umana e che sente la dignità della vita come un supremo bene. È un uomo che non si mette “al di sopra” della mischia, ma che vuole restare ad occhi aperti».


Immagine di Elémire Zolla

In morte di Elémire Zolla

Elémire Zolla



Il Sacro e la tradizione
perenne contro i falsi miti del progresso e
dello pseudo-illuminismo



di Vittorio Vanni



Giovedì 30 maggio alle ore 17 è deceduto Elémire Zolla, nella Montepulciano dove aveva voluto passare gli ultimi anni della sua vita. Nato a Torino il 8 luglio 1926, fu allievo di Mario Praz, fino a sostituirlo, alla sua morte, nella cattedra di letteratura anglo-americana della Sapienza di Roma. Studioso insigne della tradizione, i suoi interessi si volsero in questo vastissimo campo, in particolare sul misticismo, la magia, l’alchimia ed il Sufismo, in cui intravedeva una persistenza, rara nell’esoterismo, della tradizione orale ed elitaria, l’unica che non produca degenerazioni nei concetti iniziatici. Critico del mondo moderno, sulla scia dei grandi tradizionalisti quali Guénon, Evola, Coomaraswamy, Schuon, Eliade ecc., nel 1971 quando al vecchio mondo immobile ed obsoleto si credette di poter sostituire paradigmi altrettanto obsoleti e oscuri, volle scrivere un testo, Che cos’è la tradizione, che differenziasse ciò che è eterno da ciò che è transeunte. La sua opera, profonda ed inquieta, esplorò culture lontane nello spazio e nel tempo, nella diffidenza verso un Occidente ed una modernità sempre più lontana da una spiritualità che - innata nell’uomo – nel nostro ciclo storico, l’età oscura è negata e sottilmente indirizzata verso degenerazioni perverse e strumentali. La grande intellettualità di Elémire rimane nelle sue opere, quella spirituale nel deposito cosmico ed universale dei Maestri passati. Noi massoni possiamo solo abbassare i nostri labari abbrunati, con rispetto, riverenza e commozione, verso un testimone vigile ed un attore importante del tempo dell’attesa, fino a che la grande rivoluzione solare ritorni al suo punto d’inizio, al momento eterno dell’oro spirituale.



(da “Erasmo Notizie” – n. 11 – 15 giugno 2002

giovedì 11 dicembre 2008



Il terrapieno come appare oggi da una fotografia aerea

come era in origine il monumento



Il monumento potrebbe essere stato disegnato così. Sull'asse CA, diretto ove sorge il Sole al solstizio invernale, si fissino tre pali A, B, C. ed uno in D. Si leghi una corda in A lunga quanto AF e all'altra estremità si fissi un paletto appuntito per segnare sul terreno. Girata la corda attorno a B, tenendola tesa, si cammini nel senso della freccia passando per i punti 1,2 e 3. La corda dapprima descrive la semicirconferenza di sud ovest, poi, liberatasi da B, descrive l'arco di centro A; quindi impigliandosi su D descrive la semicirconferenza di nord est (punti 4,5 e 6). Slegata la corda da A e rilegata in C si può completare la figura tracciando l'arco 6, 7.

Il terrapieno di Veronella

Il terrapieno di Veronella

di Giuliano Romano

l'Astronomia n. 15 (marzo-aprile 1982) pp. 29-31



La ricerca dei possibili riferimenti astronomici che vi possono essere su certi monumenti preistorici o protostorici costituisce un campo di studio di estremo interesse. L'archeoastronomia, il ramo della scienza che si occupa di queste indagini, ha sempre destato l'attenzione di astronomi particolarmente sensibili ai problemi del passato ed ha interessato notevolmente anche gli archeologi i quali, talvolta con spirito critico, hanno scorto in questo tipo di ricerca una nuova angolazione sotto la quale è possibile indagare antiche manifestazioni culturali.

Maggiore è il numero dei dati scientifici che confluiscono in una specifica ricerca, anche se provenienti da altri settori della scienza, più completo può diventare il quadro che è possibile tracciare del fenomeno in studio. Nell'archeologia, l'apporto dell'astronomia, se ben inquadrato nei suoi giusti limiti, può essere di grande utilità. Conoscere, per esempio, il livello al quale erano giunti gli antichi, in special modo i popoli della preistoria, nello studio dei fenomeni celesti significa fornire dei dati fondamentali per l'interpretazione dell'ambiente culturale nel quale vivevano quelle genti.

Purtroppo questo aspetto della ricerca astronomica, forse per le sue pratiche difficoltà, ha avuto in Italia pochi cultori e i dati che sono stati ottenuti sono quindi scarsi e del tutto insufficienti per poter offrire elementi sufficienti per un lavoro di interpretazione della scienza del passato. In un articolo precedente [v. l'Astronomia n. 4, pag. 8] sono state esposte, in forma riassuntiva, alcune conclusioni ottenute dallo studio dei principali monumenti europei e s'è accennato anche a quelle poche ricerche che sono state fatte in Italia in questo campo.

Vale la pena di ritornare sull'argomento con maggior dettaglio anche perché recentemente sono stati ottenuti alcuni risultati assai interessanti in una serie di ricerche a largo respiro che da alcuni anni l'autore, assieme all'archeologo M. Tonon, sta conducendo nella regione veneta e nel Friuli. Il lavoro non è privo di difficoltà: in primo luogo perché non è facile rintracciare con sicurezza le strutture sulle quali eseguire le indagini e poi perché molto spesso le costruzioni sono mal ridotte sia a causa del degrado naturale che per l'incuria degli uomini.

Quando si analizza un monumento sotto l'aspetto astronomico, il lavoro va affrontato secondo un piano ben preciso, studiato nei minimi particolari, per poter organizzare poi le misure nel miglior modo possibile. Va esaminata con cura la topografia del luogo, il paesaggio, l'aspetto dell'orizzonte, la posizione geografica, il clima e soprattutto bisogna tener conto di quanto l'esperienza dell'archeologo, col quale si collabora, può fornire riguardo all'interpretazione delle varie strutture che devono essere considerate.

Le misure d'orientamento, che sono eseguite unicamente a mezzo di osservazioni astronomiche essendo queste le più sicure, vengono analizzate con cura tenendo conto di tutti quei fattori di disturbo che possono influenzare i dati finali. Quasi sempre, specialmente in presenza d'un orizzonte impedito da colline o da montagne, è necessario eseguire una lunga serie di rilievi topografici sui quali poi è possibile collocare esattamente i vari corpi celesti che servono di riferimento, nel momento in cui essi sorgono all'orizzonte oppure tramontano.

Quei pochi monumenti preistorici che rimangono ancora abbastanza conservati nelle loro principali strutture possono offrire, in certi casi, interessanti indicazioni sulla loro probabile utilizzazione per scopi astronomici. L'orientamento di certe strutture verso i punti dell'orizzonte ove sorge o tramonta il Sole nei solstizi, per esempio, o negli equinozi, può far sospettare che il monumento sia stato costruito anche per indicare l'inizio delle stagioni o, in altri casi, lo scadere di date importanti per i lavori agricoli.

Se si pensa che nei tempi remoti non esistevano calendari con i quali poter regolare il lavoro dei campi, si può facilmente immaginare quale importanza assumevano le osservazioni dei punti dell'orizzonte ove sorge il Sole. Esse infatti si spostano progressivamente nell'arco dell'anno oscillando da nord-est al solstizio d'estate, fino ad un punto dell'orizzonte posto a sud-est nel solstizio invernale.

Le direzioni estreme di levata del Sole nei solstizi cambiano a seconda della latitudine del luogo perché con essa cambia anche l'inclinazione dell'equatore celeste sull'orizzonte. Vi è inoltre da ricordare che nel caso in cui l'allineamento delle strutture consenta osservazioni precise è possibile anche valutare, con una buona approssimazione, la data della costruzione del monumento. È noto infatti che l'obliquità dell'eclittica, cioè l'angolo che la traiettoria descritta dal Sole sulla sfera celeste nell'arco dell'anno, l'eclittica appunto, forma con l'equatore celeste, attualmente è di 23° 27'. Questo angolo però non è costante; con un moto lentissimo, in un ciclo di 41.000 anni, esso oscilla tra circa 22° e 24°,5.

A causa di questa variazione d'inclinazione dell'eclittica, il punto ove il Sole sorge o tramonta ad una certa data, per esempio al solstizio invernale, nello stesso luogo, cambia di secolo in secolo e se l'intervallo di tempo trascorso tra la costruzione del manufatto e l'epoca attuale è abbastanza grande, qualche migliaio d'anni, dallo spostamento dell'allineamento col punto di levata del Sole, è possibile calcolare con buona precisione il tempo trascorso. Si tratta dunque di un metodo di datazione molto importante, paragonabile a quello del carbonio radioattivo C14 o a quello della dendrocronologia o della termoluminescenza. Purtroppo, dato il tempo trascorso, non sono numerosi i monumenti antichi, specialmente preistorici, che presentano allineamenti così ben conservati da potersi prestare a queste misure, e le datazioni ottenute in questo modo sono quindi molto rare.

Fatte queste premesse esaminiamo sotto l'aspetto astronomico e geometrico un monumento preistorico che esiste a Veronella, un bel paesino di campagna che si trova spostato un po' a sud della congiungente Vicenza-Verona. Bisogna conoscere il posto per individuare la costruzione perché il suo rilievo rispetto al livello del terreno è molto modesto, quasi inapprezzabile. Si tratta di un grande terrapieno alto al più due metri, ma ampio una sessantina, che si estende a forma di ferro di cavallo per oltre 300 metri nelle due direzioni. Nella figura 1 è rappresentata schematicamente la pianta del manufatto il quale ora è notevolmente degradato a causa dell'età e dei lavori agricoli che vengono eseguiti da sempre nel suo interno.

Fig. 1. La pianta del terrapieno di Veronella. La freccia indica il nord. In alto è tracciata la pianta di una casa colonica. I vari sentieri sono tratteggiati. In basso il tracciato di un canale.

Originariamente la costruzione, probabilmente un luogo di difesa, come molti altri manufatti del genere, doveva avere una forma chiusa che sicuramente era quella di un perfetto ovale. Opere di canalizzazione e diversi altri interventi che sono avvenuti in varie epoche, hanno distrutto la parte di nord-est dando così al manufatto la forma attuale di ferro di cavallo. L'orientamento dell'ovale è diverso da quello della centuriazione romana, riconoscibile ancora nella zona, il che fa ritenere che la costruzione sia molto antica. D'altro canto alcune tracce di manufatti litici e fittili, probabilmente preistorici, sono stati trovati nell'area e ciò sembra avvalorare l'ipotesi che il terrapieno sia stato costruito molti secoli avanti Cristo. Purtroppo non sono state fatte ancora delle indagini o prospezioni archeologiche e non è possibile pertanto dare alcuna sicura datazione al monumento.

Ciò che ha interessato subito, esaminando la costruzione, è stato l'orientamento dell'asse della pianta, orientamento che è stato misurato con rilievi astronomici nella speranza che potesse fornire qualche indicazione riferibile al sorgere o al tramontare del Sole in una delle particolari epoche dell'anno. Fatti i conti non fu trovato nulla di interessante, la direzione dell'asse di simmetria della figura non corrisponde ad alcuna posizione che il Sole o la Luna assumono sull'orizzonte del luogo. Tutto sembrava indicare che, come in vari altri casi, l'orientamento fosse del tutto casuale. La cosa pareva quindi che dal punto di vista astronomico dovesse finire lì; il monumento poteva interessare solo l'archeologo o lo storico.

Rimaneva però un punto che solleticava la curiosità: la strana forma della pianta, così regolare, così perfetta; era troppo fuori del comune, troppo precisa; appariva molto, ma molto curiosa. Com'è stato possibile tracciare sul terreno un ovale del tutto regolare sul quale si è costruito poi tutto il terrapieno? La gente antica non disponeva di ingegneri che potevano progettare strane curve a mezzo di equazioni e meno ancora aveva a disposizione strumenti precisi per disegnare sul terreno una figura così regolare. Sotto sotto ci doveva essere certamente qualcosa di molto semplice ed ingegnoso; un'idea elementare che ha consentito di giungere al risultato finale. Ma qual è questo metodo così semplice ed efficace per tracciare una curva di tal genere?




Fig. 2. Il monumento potrebbe essere stato disegnato così. Sull'asse CA, diretto ove sorge il Sole al solstizio invernale, si fissino tre pali A, B, C. ed uno in D. Si leghi una corda in A lunga quanto AF e all'altra estremità si fissi un paletto appuntito per segnare sul terreno. Girata la corda attorno a B, tenendola tesa, si cammini nel senso della freccia passando per i punti 1,2 e 3. La corda dapprima descrive la semicirconferenza di sud ovest, poi, liberatasi da B, descrive l'arco di centro A; quindi impigliandosi su D descrive la semicirconferenza di nord est (punti 4,5 e 6). Slegata la corda da A e rilegata in C si può completare la figura tracciando l'arco 6, 7.

L'ovale, ora incompleto, come si può rilevare dalla pianta, è formato da quattro archi di circonferenza. Nel caso specifico essi sono: l'arco di sud-ovest, un semicerchio; i due archi laterali dell'ovale e l'ultimo semicerchio che ora è completamente distrutto. Mentre le posizioni dei centri e le lunghezze dei raggi dei primi tre cerchi possono essere ricavati dalle misure, quelle del terzo, il mancante, non si possono che ipotizzare. Quando si cercò di determinare i centri dei tre cerchi apparve immediatamente che questi, che nella figura sono indicati con le lettere A, B e C, sono disposti su una retta che è perpendicolare all'asse di simmetria della figura. Ma c'è di più, questa retta, cosa strana, è diretta proprio sul punto dell'orizzonte ove a Veronella sorge il Sole al solstizio invernale. Anzi, entro i soliti margini di errore che vi possono essere sempre in questo tipo di misure, tenendo conto della variazione dell'obliquità dell'eclittica, v'è una coincidenza quasi perfetta con la direziono solstiziale corrispondente a circa un millennio a.C. Un allineamento solstiziale, specialmente quello invernale, è un dato sempre interessante. Già in altri monumenti preistorici studiati nella zona del Veneto sono stati trovati orientamenti simili e forse sotto sotto c'è un significato probabilmente religioso. In ogni epoca infatti, e sotto varie latitudini l'abbassarsi del Sole sull'orizzonte che preannuncia l'arrivo della brutta stagione, l'accorciarsi delle giornate, il freddo che avanza, ha sempre determinato nell'animo umano un senso di melanconia e di timore. Le feste di S. Lucia nel Nord ed altre consimili, il Natale stesso che si sovrappone a feste precedenti, sono proprio nate in questa occasione. Interessante dunque a Veronella questo orientamento, ma perché esso doveva essere importante ai fini del tracciamento della pianta del monumento? In definitiva come hanno potuto disegnare su questo allineamento la figura? La risposta a questa domanda non è tardata a venire quando s'è pensato ad un metodo estremamente semplice ed elementare adatto a quei tempi. Vediamo quale.

Consideriamo il disegno della figura 2. Trovata con l'osservazione del Sole, a mezzo di allineamenti fatti per esempio con dei pali, la direziono solstiziale, si pongano in C ed in A due pali fissi sul terreno e così pure se ne metta uno in B a metà strada tra i due precedenti. Sulla perpendicolare al segmento AC, ad una distanza BD pari a BF, che vedremo più avanti essere il raggio del cerchio di sud ovest, si fissi un altro palo verticale. Si leghi quindi in A una lunga corda, nel caso specifico di Veronella doveva essere di 310 metri; sull'altro suo estremo si fissi un paletto che possa servire solo per disegnare la traccia della figura sul terreno. Tenendo tesa la corda, la si faccia ruotare attorno a B e, partendo dalla posizione 1, si incominci a tracciare sul terreno col paletto il cammino che descrive l'estremità della corda quando ci si muove attorno a B. Camminando nella direzione della freccia, da 1 verso 2, la corda facendo centro in B è costretta a descrivere la semicirconferenza di sud ovest finché giunge in F. Poi staccandosi da B, la sua estremità, che porta il paletto tracciante, è costretta a descrivere un arco di circonferenza molto più grande, quello che fa centro in A. Continuando la passeggiata, si passa nella posizione 3 e quindi, andando più oltre, si giunge al punto in cui la corda s'impiglia sul palo posto in D. Automaticamente allora il paletto tracciante è costretto a disegnare la semicirconferenza di nord est passando per i punti 5 e 6. Per completare il disegno, giunti nella posizione 6, basta slegare la corda da A e rilegarla in C; un altro breve cammino nello stesso verso consente così di terminare il tracciato.

Con una semplice passeggiata dunque, disponendo solo di una corda e di alcuni pali è possibile disegnare il perfetto ovale sul terreno con una regolarità precisa quanto quella del tracciato del plotter di un calcolatore. Che sia proprio questo il metodo che è stato seguito a Veronella? Nessuno lo può dire, perché mancano testimonianze storiche, però è molto probabile perché non credo si possano trovare altri metodi più semplici ed efficaci.

Ma vale la pena di osservare ancora un'altra curiosità, solo ipotetica. Come si diceva poc'anzi, la semicirconferenza di nord est manca e quindi ha dimensioni che sono del tutto ipotetiche. Se si suppone però che la distanza BD sia eguale al raggio BF della circonferenza di sud ovest, cosa abbastanza accettabile, allora la linea che congiunge C con D diventa una equinoziale, cioè è diretta proprio sul punto ove sorge il Sole agli equinozi; un altro importante riferimento astronomico.

Quanto abbiamo ora esposto può essere interessante ma soprattutto può dare un'idea dei possibili metodi geometrici e astronomici che venivano usati nell'antichità e nello stesso tempo può anche suggerire all'archeologo una traccia di ricerca che può forse aprire qualche nuova prospettiva.

Il monumento di Veronella, dimenticato da secoli, forse nasconde un esempio dell'antico ingegno dei nostri predecessori e proprio per questo vale la pena di rispettarlo e di proteggerlo. Così si dovrebbe fare anche per tanti altri monumenti preistorici che purtroppo subiscono il degrado o la distruzione da parte di chi non mostra abbastanza cura nel conservare un ricordo del proprio passato.


Piloton di Montorio veronese

Sulla dorsale a nord del Castello di Montorio, dopo il Forte Austriaco in direzione di San Fidenzio sulla strada detta appunto della Preafita, esiste una curiosa pietra fitta, di cui nessuno sa e l’origine ne tanto meno l’uso. La costruzione di megaliti (la parola deriva dal greco, e vuoi dire “grosse pietre”) iniziò dopo la scoperta dell’agricoltura; quel termine viene impiegato per definire qualsiasi struttura architettonica costituita da grandi massi.

I betili sono il tipo più semplice di megalito. Il loro nome deriva forse dall’ebraico beth ‘EI, che significa “casa di Dio”; questo termine è valido per l’area mediterranea, mentre nei paesi atlantici e baltici i betili vengono chiamati con la parola bretone menhir (che significa “pietra lunga”).

Per l’uomo primitivo il betilo era una pietra sacra: egli pensava che fosse animata di vita divina e che talvolta impersonasse il Dio stesso. Oggi, è accertato che attorno al betilo si svolgevano cerimonie a sfondo magico-religioso rivolte anche a favorire la fertilità sia umana che della terra (maschio-femmina, seme-terra, sole-luna), come se nella pietra si celasse uno spirito fecondatore.

I betili sono pietre a forma allungata di varia grandezza, grezze o parzialmente scolpite. Rappresentano il corpo umano o i suoi elementi sessuali sia maschili che femminili.

La forma del betilo suggerisce: per quello maschile la forma del fallo; quello femminile reca scolpite delle mammelle sia in rilievo e sia in negativa a forma di coppe. In queste ultime, i “primitivi” attuali inseriscono delle palle di grasso, che con il calore del Sole si sciolgono e ungono la pietra. Spesso il betilo tende ad un colore particolare: il rosso o il bianco.

Secondo la tradizione il colore rosso indicava il vigore solare associato all’ energia maschile, mentre il bianco simboleggiava la forza lunare racchiusa nella fertilità femminile. Infatti il Sole è l’astro che dà forza e calore a tutte le creature della Terra, mentre la Luna influenza la germinazione delle piante e la rugiada notturna le mantiene in vita nei periodi di siccità.

Tra l’altro, gli uomini di quel tempo dovevano aver colto la corrispondenza dei cicli fecondativi della donna con quelli lunari.

Queste pietre più o meno grandi venivano conficcate verticalmente sul terreno e pertanto oggi vengono chiamate “pietre fitte”, o “pietre dritte” e sono ancora considerate elementi sacri in molte aree.

La più antica testimonianza scritta della presenza di betili la troviamo nella Bibbia: «Giacobbe giunse a Caran e passò la notte, prese una delle pietre del posto e la usò come guanciale e fece un sogno. Sognò una scala appoggiata sulla terra e la sua cima arrivava fino al cielo, gli angeli di Dio salivano e scendevano e il Signore stava sopra di essa… Svegliatosi dal sonno Giacobbe disse:”Veramente il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”… “Quanto è degno di venerazione questo luogo. Questo non è altro che la casa di Dio e la porta del cielo”… Quindi Giacobbe, prese la pietra che aveva usato come capezzale, la eresse in cippo e versò dell’olio sulla sua sommità, e dette a quel luogo il nome di Betel… ” E questa pietra che ho eretto in cippo diventerà la casa di Dio”» (Genesi, 28,10).

Queste poche righe ci spiegano la funzione del betilo che unisce la terra al cielo e su di esso stava il Dio, il luogo dove è collocato diventa sacro; perciò tutti i posti sacri devono possedere il betilo. Questo è confermato dalle popolazioni “primitive”, e non, tutti usiamo tuttora compiere riti religiosi attorno ai betili.

Il clero cristiano condannò il culto dei betili, ma visto che le forme repressive nei confronti del popolino pagano che adorava queste pietre davano modesti risultati, cercò il compromesso: le pietre sacre vennero “battezzate”, si diede loro il nome di una santa o di un santo, vi si scolpì o si pose sopra una croce e in alcuni casi vi si issarono sopra statue di santi.

La regione ricca di betili più vicina a noi è la Sardegna, ove i primi betili risalgono a circa 5000 anni fa (verso la fine del Neolitico).

In un primo momento venivano erette verticalmente pietre rozze nei luoghi sacri. Con l’Età del Rame i betili vengono sbozzati a colonna; nell’Età del Bronzo medio (circa 3300 anni fa) assumono caratteri sessuali più evidenti: i maschili con forme cilindriche con la sommità spianata o concava, i femminili con forme troncoconiche; trecento anni dopo i betili prendono forme antropomorfe. In epoca punica e romana vengono costruiti con forme più plastiche, presentandosi come colonne lisce e regolari, mentre i più piccoli recano a volte delle sculture, questo ci permette di ricostruire i riti che si svolgevano attorno ad essi.

Il folclore sardo è ancora legato alle pedras fittas o longa (i Sardi hanno adorato i betili almeno sino al papato di S. Gregorio Magno, 590-604), perciò possiamo comprendere più facilmente l’utilizzazione di tali pietre da parte dell’uomo e il significato rivestito da queste.

Nella tradizione orale i sardi associano ai betili figure mitiche oppure santi, o anche cattivi cristiani pietrificati.

Un nome ricorrente è quello di sa Perda de Luxia Rajosa (la Pietra di Lucia Radiosa), una fata o la santa martire siciliana che viene invocata per propiziare la fertilità e la vita.

Nel veronese la pietra fitta più curiosa si trova sulla dorsale a Ovest di Montorio a Nord del Forte Austriaco sulla strada detta appunto della Preafita.

Oggi questo monolito colonnare in pietra bianca è ridotto di altezza, perchè mi è stato raccontato da una persona anziana del luogo, che fino a pochi anni fa nei pressi del Piloton esisteva un roccolo (di fatti la casa vicina si chiama Roccolo) e ai cacciatori dava fastidio il Piloton così alto e pensarono bene di abbassarlo con la mazza; i pezzi rotti si trovano attorno al Piloton.

Una domenica, il 13 maggio 1950, nel corso di una delle tante passeggiate archeologiche fatte con mio padre, ricordo bene, avevo 10 anni, venni issato sul Piloton sul quale notai un avvallamento con infisso un moncone di ferro, forse la base di una croce. Poi misurammo il monolito: era alto 3,20 m sul terreno, la circonferenza alla base era di 2,05 m e alla sommità di l,80 m.

Data la forma regolare, mio padre ritenne trattarsi di un betilo di età romana, quando si associavano le pietre termini che delimitavano i confini con il culto al Dio Termine. Infatti un toponimo del luogo era Terminon; qui, durante il Regno Lombardo Veneto, tra l’altro si incontravano i confini dei Comuni di Poiano, S. Maria in Stelle, Montorio e Castel S. Felice.

L’anno dopo Umberto Grancelli grande amico di mio padre - scrisse sul “L’Arena”, In Valpantena scoperto un menhir e lo classificò di età romana.

All’inizio del 1977 mi recai alle case Praele (a Nord-Est di Novaglie), e a una vecchietta del luogo chiesi se aveva da raccontarmi alcune storielle del posto. Per quanto riguarda il Piloton mi raccontò che i suoi nonni appoggiavano l’ orecchio al Piloton e sentivano il rumore del mare o quello dei cavalli in corsa.

In primavera le ragazze dopo aver ascoltato la Messa a San Fidenzio, andavano al Piloton e appoggiavano l’orecchio per sentire se entro l’anno incontravano il fidanzato.

E ridendo mi raccontò che l’uomo che sta guidando il trattore si chiama Giorgetto e da bambino passava sempre alla larga del Piloton perchè ai bambini bugiardi il Piloton li avrebbe schiacciati con il suo peso.