mercoledì 19 dicembre 2007

Scavi a Castel San Pietro

Author: luigi pellinihttp://luigi-pellini.blogspot.com/Via http://luigi-pellini.blogspot.com/
A verona stanno succedendo fatti strani, strani interbìventi si attuano sul colle sacro. é di oggi la notizia (Verona 1 11 2007) che si sta scavando sul luogo più sacro della città, di punto in bianco.L'antefattoGiù le mani dal colle sacro ai pagani E da parecchio tempo che il luogo più sacro della città di Verona, il santo dei santi, fa gola all'Opus Dei. Come ultimo atto una compravendita giocata dalla fondazione Cariverona. Inoltre qualche mese fa sono stati operati dei carotaggi sul colle il tutto mi da pensiero, cosa si sta giocando? Da anni si parla di come "riconvertire" il colle e la caserma austriaca che ne occupa il cuore. Le divinità pagane che da sempre dimorano sul quella terra lì devono rimanere a tutela della città, anzi sarebbe utile lasciare spazio agli antichi culti pagani, di chiese a Verona c'è ne sono anche troppe, basta!Articolo apparso sul giornale "L’Arena" (2.12.1998) che descrive il clima di tensione sorto in alcuni ambienti di Verona alla notizia che il Castel S. Pietro verrebbe ceduto per la costruzione del Santuario della Madonna di Lourdes. I DEMOCRISTIANI E I "ROSSI" ASSEDIANO CASTEL S. PIETRO Per Castel San Pietro, scoppia, nel novembre del 1948, una piccola guerra di religione. A combatterla, ci sono da una parte i democristiani e dall’altra un’inedita coalizione che va dai comunisti ai liberali. Succede quando in Consiglio comunale si discute, tanto per cambiare, del futuro di quello che oggi si usa chiamare uno dei "contenitori" cittadini, il cui avvenire è tutt’ora incerto. In verità, la disputa del 1948 non riguarda solo l’edificio che sovrasta il colle ma anche e soprattutto le zone adiacenti. La questione nasce in seguito a una richiesta presentata al Comune dai Padri Stimatini. Essi chiedono il "casermone", proponendo una sorta di permuta: poiché il fabbricato è a quell’epoca la sede dell’Istituto Ettore Calderara per l’infanzia abbandonata, essi si dichiarano disposti a realizzare a Villa Colombari un edificio più funzionale e moderno per l’Istituto. In cambio, intendono trasformare, con opportuni adattamenti, il "casermone" in un santuario. Ma la proposta suscita vivaci proteste. In Consiglio, sia le forze di sinistra che i liberali giustificano la loro opposizione con il timore che i veronesi siano espropriati di un luogo da cui si può ammirare un paesaggio di grande suggestione, con una perdita che si ripercuoterebbe negativamente sul turismo. Al loro fianco, intervengono anche associazioni, come la Pro Verona e gli Amici del paesaggio, e un’istituzione, L’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere, che gode di un notevole prestigio culturale. In un suo ordine del giorno, l’Accademia ricorda che quel colle aveva ospitato "il primo nucleo" della città e che sia in epoca romana che medioevale vi erano sorti grandiosi monumenti. Ai richiami storici ed artistici, si uniscono quelli più prosaici ma non meno efficaci dell’Associazione albergatori, che paventa evidenti rischi per il turismo. Gli ambienti cattolici, e, sul piano politico, quelli democristiani replicano prontamente. Essi dicono che tutto si basa su un equivoco, creato ad arte e in malafede dai comunisti. A loro avviso si tratta, è il caso di dirlo, di un castello di menzogne... Il progetto, infatti, non ha mai messo in discussione il piazzale panoramico, che resterebbe a disposizione della città. I comunisti, invece, hanno falsato la proposta, presentandola come "la conquista della rocca di Verona da parte degli Stimatini". Di conseguenza, chi è intervenuto in buona fede a difesa di un patrimonio comune dei veronesi, non ha capito di combattere una battaglia inutile, di lottare per qualcosa che nessuno intendeva togliergli. L’equivoco per i democristiani è tutto qui: i comunisti si sono opposti per motivi politico-ideologici, poiché sono ostili per principio ad ogni iniziativa di tipo religioso e gli altri non hanno capito e li hanno appoggiati. Mentre il dibattito va avanti, il Consiglio comunale decide di non decidere, istituendo una commissione per studiare a fondo il problema. Poi, come è noto, il progetto degli Stimatini non verrà realizzato, ma, dopo cinquant’anni, del destino di Castel San Pietro si discute ancora.Emanuele LucaniCASTEL SAN PIETRO fu per secoli il poggio dove sorgeva il tempio della grande divinità italica Giano Bifronte, .LA DIVINITA' DI GIANO E' ANCORA VIVA , Il LUOGO DEVE RIMANERE LA MEMORIA DELLA CITTA' PERCHE' SCAVARE SOLO ORA E IN QUESTA MANIERA, ANDAVA FATTA UN'INDAGINE SERIA E COMPLETA SUI RESTI SEPOLTI. A CHE SCOPO TUTTE QUESTE STRANE INDAGINI?

lunedì 17 dicembre 2007

Quale è il cardo e il decumano a Verona?

Riporto l'estratto della conferenza tenuta dall'archeoastronomo prof Adriano Gaspani a Veroma . L'archeoastronomia è una scienza indispenzabile all'archeologia, ma non tutti gli archeologi sono d'accordo.
Risultati immagini per cardo e decumano a verona

L’Associazione Culturale Irminsul
in collaborazione con
L’Associazione Culturale Vitanova
Sabato 1 dicembre 2007
organizza la conferenza:
“QUALE CARDO
E
QUALE DECUMANO A VERONA”
a cura del Prof. Adriano Gaspani
Appuntamento presso:
Teatro SS. Apostoli – P.zza SS. Apostoli - Verona alle ore 15.30

di
Adriano Gaspani
I.N.A.F - Istituto Nazionale di Astrofisica
Osservatorio Astronomico di Brera - Milano
adriano.gaspani@brera.inaf.it

Uno dei problemi legati alla storia della città di Verona è quello dell’origine dell’impianto urbanistico e viario del centro storico il quale mostra le inequivocabili tracce della centuriazione romana risalente al I sec. a.C. ancora perfettamente visibile dalle fotografie aeree e da satellite della città. Come spesso accade l’orientazione del reticolato di centuriazione che stabiliva il piano urbanistico delle città romane era differentemente orientato rispetto al reticolato tipico della centuriazione stabilita in campagna nel territorio circostante. Questo fatto appare evidente anche nel caso della città di Verona e del territorio circostante. La centuriazione romana è lo schema urbanistico geometrico di una pianta di una città o di un territorio agricolo, che veniva tracciato, secondo uno schema ortogonale tracciato da particolari personaggi detti “Gromatici” (nome che derivava dalla groma, cioè il particolare strumento, di origine etrusca, utilizzato per stabilire gli allineamenti e le direzioni perpendicolari ) in ogni nuova colonia dove i romani si stabilivano. Vi furono diversi schemi e varietà nella pianificazione del territorio che veniva adottata. Nel caso della ripartizione delle spazio sacro all’interno di una città venivano applicati diversi schemi possibili, tutti però erano basati sulla determinazione delle direzione cardinali astronomiche. Lo schema più diffuso fu quello dell’ager centuriatus. Il gromatico, dopo aver scelto il centro, sacro, della città, detto “umbilicus”, tracciava per esso due assi stradali perpendicolari tra loro: il primo di direzione est-ovest, chiamato "decumanus maximus” (decumano massimo), il secondo di direzione nord-sud, detto “kardus maximus” (cardo massimo). Il cardo era orientato parallelamente alla direzione nord-sud astronomica e come tale stabiliva il “cardine” dell’universo. Dopo aver delimitato la città si prolungavano queste due strade per tutto il territorio agricolo circostante passando per le quattro porte praticate nelle mura della città. Il gromatico si posizionava nell’ umbilicus con lo sguardo rivolto verso ovest e definiva il territorio: col nome ultra ciò che vedeva davanti, citra quanto aveva alle spalle, dextra quello che vedeva alla sua destra e sinistra quello che vedeva alla sua sinistra. Successivamente venivano tracciati da una parte e dall’altra degli assi iniziali i cardini e i decumani secondari, detti limites quintarii, i quali erano assi stradali posti paralleli ad intervalli di 100 actus (circa 3,5 km). Il territorio risultava così suddiviso in numerose superfici quadrate chiamate saltus. La rete stradale veniva ulteriormente infittita con altre strade parallele ai cardini già tracciati ad una distanza tra loro di 20 actus (710,40 m). Le superfici quadrate risultanti da questa ulteriore divisione erano le centurie. Le larghezze delle strade erano fissate da regole molto strette le quali prevedevano, una volta espresse in “piedi romani” da 29,6 cm ciascuno, le seguenti misure : 40 piedi romani (11,84 m) per il decumano massimo, 20 piedi romani (5,92 m) per il cardo massimo, 12 piedi romani (3,55 m) per i limites quintarri ed 8 piedi romani (2,37 m ) per le altre strade. La sistemazione dei terreni era successiva al completamento stradale. Ogni centuria era suddivisa in 10 strisce, sempre con linee parallele ai cardini e ai decumani, alla distanza tra loro di 2 actus pari a 71,04 m ciascuno, formando 100 superfici di quadrate di circa 0,5 ettari chiamate heredia cioè centum heredia = 1 centuria. Ogni “heredim” era suddiviso a metà nell’asse sud-nord costituendo due iugeri (jugerum, da jugum, 2523 metri quadri, quantità di terreno che poteva essere arata in un giorno da un paio di buoi). Nell'area veneta la centuriazione romana è meglio nota col nome di Graticolato romano. Dopo aver accennato alle regole di centuriazione come si legge nel “DE LIMITIBUS” di Igino il Gromatico, torniamo alla questione della città di Verona. Il rilievo dell’orientazione del reticolato urbano della città, nonché quella degli assi del famoso anfiteatro romano di forma ellittica: l’Arena, rileviamo che la struttura viaria del centro della città posto all’interno dell’ansa del fiume Adige, risulta orientata secondo due direzioni ortogonali tra loro decisamente lontane dalle direzioni meridiana ed equinoziale teoricamente previste dalle regola romane di centuriazione. Le misure di orientazione forniscono i seguenti azimut astronomici: 55°, 145°, 235° e 325°, quindi siamo in presenza di un reticolato fortemente inclinato rispetto alle direzioni cardinali astronomiche. Questo fatto ha creato molte perplessità tra gli storici una delle quali è rappresentata dallo stabilire quale fosse il cardo e quale fosse il decumano poiché a secoli di distanza e difficile basarsi sulle larghezze delle strade attuali.
L’area dove attualmente sorge Verona fu abitata fin dalla preistoria, potrebbe essere quindi molto difficile risalire alla struttura e alla disposizione del primo insediamento. Gli storici e gli archeologi hanno avanzato molte ipotesi in relazione al primo popolamento dell’area: il primo nucleo dell’insediamento e’ stato attribuito ai Reti, ma anche agli Etruschi, ai Paleoveneti, ai Galli Cenomani e, ovviamente per ultimi, i Romani che contribuirono in maniera determinante allo sviluppo urbano senza però modificare la struttura urbana dell’insediamento stabilita in origine dalle popolazioni locali. La ipotesi che il primo nucleo della città sia stato stabilito dei Reti è finora l’ipotesi più accreditata e sembra essere quella più probabile: il primo a formularla fu Plinio il Vecchio. L’ipotesi relativa alla presenza dei Galli Cenomani, sostenuta invece da Tito Livio, è ovviamente cronologicamente successiva in quanto questi ultimi erano una popolazione celtica appartenente alla cultura di LaTene, quindi non più antica della seconda metà del I millennio a.C. L’ipotesi che la fondazione debba essere ascritta agli etruschi è correlata alla presenza, in zona, degli Arusnates, popolo di origini non certe, che qualche studioso ha ipotizzato essere di origine etrusca; l'ipotesi paleoveneta che si riferisce alla popolazione degli Euganei, è infine ugualmente possibile ed equivalente a quella retica. I monumenti e gli edifici più antichi della città ancora visibili, ed in parte utilizzati, sono invece del periodo romano, ma come avvenne nel caso di gran parte delle città appartenenti alla Gallia Cisalpina, i Romani conservarono la struttura viaria originale e la fecero propria limitandosi a centuriare l’area secondo il loro modulo standard, ma senza modificare la sua orientazione. Questo implicò anche a Verona come avvenne nel caso di altre città quali ad esempio Mediolanum e Bergomun, l’adozione di un Cardo e di un Decumano orientati in maniera decisamente anomala rispetto alle direzioni rispettivamente meridiana ed equinoziale come stabilito dalle regole standard applicate dai gromatici. Questo ha permesso di preservare traccia dei criteri sacri originari di orientazione che erano propri delle popolazioni preromane che stabilirono il primo nucleo delle varie città padane, permettendo agli archeoastronomi attuali di investigare l’esistenza o meno di criteri astronomicamente significativi applicati in fase di ripartizione dello spazio sacro e di stabilire quindi quali fossero le direzioni astronomiche importanti per le prime popolazioni stanziate sul territorio della Gallia Cisalpina.
I rapporti fra Roma e Verona iniziarono intorno al III secolo a.C., ma non vi furono mai scontri armati con le popolazioni locali, ma piuttosto rapporti di amicizia ed alleanza. Nei territori posti poco a nord di Verona erano stanziati gli Arusnati, nella parte sud i Galli Cenomani, nell’area veronese vi era la presenza anche di Veneti e Reti. Tale alleanza portò le popolazioni locali, compresi i Cenomani, a combattere a fianco di Roma contro i Galli nel 225 a.C., come già a Canne contro i Cartaginesi di Annibale nel 216 a.C.. Nel I secolo a.C. gli abitanti di Verona furono sempre alleati di Roma contro gli invasori Teutoni e Cimbri; fu cosa naturale quindi l'estensione della cittadinanza romana alle colonie locali stabilita dal Senato nel 90 a.C., in seguito alla Guerra Sociale. Verona divenne ufficialmente colonia romana con la Lex Pompeia nell'89 a.C. e nel 41 o 42 a.C., in seguito alle campagne militari di Cesare che portarono all'annessione della Gallia Cisalpina, corrispondente all'attuale Pianura Padana, e poi di quella transalpina, grosso modo la Francia odierna, Verona cessò di essere colonia e fu elevata al rango di "Municipium" anche per il fatto che la città occupava una posizione geografica strategicamente rilevante essendo posta all'incrocio di quattro strade romane importanti: la Gallica che andava da Torino (Augusta Taurinorum) ad Aquileia, la Claudia Augusta che portava da Modena alla Germania, la via Postumia che collegava la Liguria all'Illiria ed il Vicum Veronensium, che partendo da Verona conduceva ad Ostiglia. La mancanza di conflitto tra le popolazioni locali e il potere di Roma fece si che la città non fu mai distrutta e ricostruita, ma semplicemente crebbe e si sviluppò conservando il modulo urbanistico originale preromano. Il Foro venne posto in un luogo poco distante dall'odierna Piazza delle Erbe e fuori dalla città vi trovarono posto l'anfiteatro, l’attuale Arena, e il Teatro Romano, i quali vennero edificati riproducendo a loro volta l’orientazione della struttura viaria della città, di conseguenza oggi possiamo rilevare che l’Arena di Verona è astronomicamente orientata come il nucleo primigenio della città.
Veniamo ora all’orientazione: come affermato in precedenza le misure forniscono i seguenti azimut astronomici: 55°, 145°, 235° e 325°, quindi siamo in presenza di un reticolato fortemente inclinato rispetto alle direzioni cardinali astronomiche, il quale suggerisce l’applicazione, in origine, di un criterio di orientazione basato su alcune direzioni astronomicamente importanti di natura solare. Lo studio dell’andamento del profilo dell’orizzonte naturale locale rispetto a quello astronomico mostra che nella direzione di azimut pari a 55°, l’altezza dell’orizzonte naturale locale e’ dell’ordine di 1° quindi questa direzione e’ perfettamente compatibile con la levata del Sole al solstizio d’estate durante l’età del Ferro nell’epoca tipica del popolamento retico dell’area veronese, di cui abbiamo due interessanti tracce archeologiche rappresentate dai due sistemi fortificati d’altura di Monte Pipaldolo e Monte Pagano: due castellieri risalenti all’età del Bronzo-Ferro posti sulle alture a nord della città, i quali mostrano rilevanti linee astronomicamente significative. Nella direzione opposta, di azimut astronomico pari a 235°, si verificava il tramonto del Sole al solstizio d’inverno. Le restanti due direzioni invece non mostrano alcun allineamento astronomico. La conclusione a questo punto è abbastanza immediata: il nucleo originario della città di Verona fu edificato, molto probabilmente da gente retica, più che paleoveneta euganea, orientando la struttura viaria utilizzando di un criterio solstiziale solare basato sul punto di levata del Sole al solstizio d’estate e su quello del tramonto dell’astro al solstizio d’inverno nella direzione opposta. Successivamente ne i Galli Cenomani, ne i Romani variarono questo importante orientamento, i primi perché condividevano con i Reti la sacralità dei punti solstiziali solari, i secondi perché si limitarono ad inclinare concordemente il Cardo ed il Decumano massimi, passanti per l’ umbilicus posto in corrispondenza del Foro, frazionando poi il territorio intorno al centro sacro cittadino secondo i criteri stabiliti della centuriazione. L’umbilicus dovrebbe essere quindi corrispondere a Piazza delle Erbe e il Cardo massimo dovrebbe quindi svilupparsi lungo la direttiva Via Pellicciai-Santa Maria in Chiavica, mentre il Decumano massimo andrebbe lungo Via Cappello-Via S. Egidio. Per finire può essere interessante fare ancora una considerazione: se partendo dall’umbilicus (Piazza delle Erbe) si procede nella direzione della levata del Sole al solstizio d’estate si incontrano alcune chiese dedicate a San Giovanni Battista, santo il cui culto è tradizionalmente legato alla celebrazione del solstizio d’estate; questo risulta difficilmente casuale in quanto è noto che sui luoghi sacri pagani vennero edificate in un secondo tempo le chiese cristiane.