mercoledì 19 dicembre 2007

Scavi a Castel San Pietro

Author: luigi pellinihttp://luigi-pellini.blogspot.com/Via http://luigi-pellini.blogspot.com/
A verona stanno succedendo fatti strani, strani interbìventi si attuano sul colle sacro. é di oggi la notizia (Verona 1 11 2007) che si sta scavando sul luogo più sacro della città, di punto in bianco.L'antefattoGiù le mani dal colle sacro ai pagani E da parecchio tempo che il luogo più sacro della città di Verona, il santo dei santi, fa gola all'Opus Dei. Come ultimo atto una compravendita giocata dalla fondazione Cariverona. Inoltre qualche mese fa sono stati operati dei carotaggi sul colle il tutto mi da pensiero, cosa si sta giocando? Da anni si parla di come "riconvertire" il colle e la caserma austriaca che ne occupa il cuore. Le divinità pagane che da sempre dimorano sul quella terra lì devono rimanere a tutela della città, anzi sarebbe utile lasciare spazio agli antichi culti pagani, di chiese a Verona c'è ne sono anche troppe, basta!Articolo apparso sul giornale "L’Arena" (2.12.1998) che descrive il clima di tensione sorto in alcuni ambienti di Verona alla notizia che il Castel S. Pietro verrebbe ceduto per la costruzione del Santuario della Madonna di Lourdes. I DEMOCRISTIANI E I "ROSSI" ASSEDIANO CASTEL S. PIETRO Per Castel San Pietro, scoppia, nel novembre del 1948, una piccola guerra di religione. A combatterla, ci sono da una parte i democristiani e dall’altra un’inedita coalizione che va dai comunisti ai liberali. Succede quando in Consiglio comunale si discute, tanto per cambiare, del futuro di quello che oggi si usa chiamare uno dei "contenitori" cittadini, il cui avvenire è tutt’ora incerto. In verità, la disputa del 1948 non riguarda solo l’edificio che sovrasta il colle ma anche e soprattutto le zone adiacenti. La questione nasce in seguito a una richiesta presentata al Comune dai Padri Stimatini. Essi chiedono il "casermone", proponendo una sorta di permuta: poiché il fabbricato è a quell’epoca la sede dell’Istituto Ettore Calderara per l’infanzia abbandonata, essi si dichiarano disposti a realizzare a Villa Colombari un edificio più funzionale e moderno per l’Istituto. In cambio, intendono trasformare, con opportuni adattamenti, il "casermone" in un santuario. Ma la proposta suscita vivaci proteste. In Consiglio, sia le forze di sinistra che i liberali giustificano la loro opposizione con il timore che i veronesi siano espropriati di un luogo da cui si può ammirare un paesaggio di grande suggestione, con una perdita che si ripercuoterebbe negativamente sul turismo. Al loro fianco, intervengono anche associazioni, come la Pro Verona e gli Amici del paesaggio, e un’istituzione, L’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere, che gode di un notevole prestigio culturale. In un suo ordine del giorno, l’Accademia ricorda che quel colle aveva ospitato "il primo nucleo" della città e che sia in epoca romana che medioevale vi erano sorti grandiosi monumenti. Ai richiami storici ed artistici, si uniscono quelli più prosaici ma non meno efficaci dell’Associazione albergatori, che paventa evidenti rischi per il turismo. Gli ambienti cattolici, e, sul piano politico, quelli democristiani replicano prontamente. Essi dicono che tutto si basa su un equivoco, creato ad arte e in malafede dai comunisti. A loro avviso si tratta, è il caso di dirlo, di un castello di menzogne... Il progetto, infatti, non ha mai messo in discussione il piazzale panoramico, che resterebbe a disposizione della città. I comunisti, invece, hanno falsato la proposta, presentandola come "la conquista della rocca di Verona da parte degli Stimatini". Di conseguenza, chi è intervenuto in buona fede a difesa di un patrimonio comune dei veronesi, non ha capito di combattere una battaglia inutile, di lottare per qualcosa che nessuno intendeva togliergli. L’equivoco per i democristiani è tutto qui: i comunisti si sono opposti per motivi politico-ideologici, poiché sono ostili per principio ad ogni iniziativa di tipo religioso e gli altri non hanno capito e li hanno appoggiati. Mentre il dibattito va avanti, il Consiglio comunale decide di non decidere, istituendo una commissione per studiare a fondo il problema. Poi, come è noto, il progetto degli Stimatini non verrà realizzato, ma, dopo cinquant’anni, del destino di Castel San Pietro si discute ancora.Emanuele LucaniCASTEL SAN PIETRO fu per secoli il poggio dove sorgeva il tempio della grande divinità italica Giano Bifronte, .LA DIVINITA' DI GIANO E' ANCORA VIVA , Il LUOGO DEVE RIMANERE LA MEMORIA DELLA CITTA' PERCHE' SCAVARE SOLO ORA E IN QUESTA MANIERA, ANDAVA FATTA UN'INDAGINE SERIA E COMPLETA SUI RESTI SEPOLTI. A CHE SCOPO TUTTE QUESTE STRANE INDAGINI?

lunedì 17 dicembre 2007

Quale è il cardo e il decumano a Verona?

Riporto l'estratto della conferenza tenuta dall'archeoastronomo prof Adriano Gaspani a Veroma . L'archeoastronomia è una scienza indispenzabile all'archeologia, ma non tutti gli archeologi sono d'accordo.
Risultati immagini per cardo e decumano a verona

L’Associazione Culturale Irminsul
in collaborazione con
L’Associazione Culturale Vitanova
Sabato 1 dicembre 2007
organizza la conferenza:
“QUALE CARDO
E
QUALE DECUMANO A VERONA”
a cura del Prof. Adriano Gaspani
Appuntamento presso:
Teatro SS. Apostoli – P.zza SS. Apostoli - Verona alle ore 15.30

di
Adriano Gaspani
I.N.A.F - Istituto Nazionale di Astrofisica
Osservatorio Astronomico di Brera - Milano
adriano.gaspani@brera.inaf.it

Uno dei problemi legati alla storia della città di Verona è quello dell’origine dell’impianto urbanistico e viario del centro storico il quale mostra le inequivocabili tracce della centuriazione romana risalente al I sec. a.C. ancora perfettamente visibile dalle fotografie aeree e da satellite della città. Come spesso accade l’orientazione del reticolato di centuriazione che stabiliva il piano urbanistico delle città romane era differentemente orientato rispetto al reticolato tipico della centuriazione stabilita in campagna nel territorio circostante. Questo fatto appare evidente anche nel caso della città di Verona e del territorio circostante. La centuriazione romana è lo schema urbanistico geometrico di una pianta di una città o di un territorio agricolo, che veniva tracciato, secondo uno schema ortogonale tracciato da particolari personaggi detti “Gromatici” (nome che derivava dalla groma, cioè il particolare strumento, di origine etrusca, utilizzato per stabilire gli allineamenti e le direzioni perpendicolari ) in ogni nuova colonia dove i romani si stabilivano. Vi furono diversi schemi e varietà nella pianificazione del territorio che veniva adottata. Nel caso della ripartizione delle spazio sacro all’interno di una città venivano applicati diversi schemi possibili, tutti però erano basati sulla determinazione delle direzione cardinali astronomiche. Lo schema più diffuso fu quello dell’ager centuriatus. Il gromatico, dopo aver scelto il centro, sacro, della città, detto “umbilicus”, tracciava per esso due assi stradali perpendicolari tra loro: il primo di direzione est-ovest, chiamato "decumanus maximus” (decumano massimo), il secondo di direzione nord-sud, detto “kardus maximus” (cardo massimo). Il cardo era orientato parallelamente alla direzione nord-sud astronomica e come tale stabiliva il “cardine” dell’universo. Dopo aver delimitato la città si prolungavano queste due strade per tutto il territorio agricolo circostante passando per le quattro porte praticate nelle mura della città. Il gromatico si posizionava nell’ umbilicus con lo sguardo rivolto verso ovest e definiva il territorio: col nome ultra ciò che vedeva davanti, citra quanto aveva alle spalle, dextra quello che vedeva alla sua destra e sinistra quello che vedeva alla sua sinistra. Successivamente venivano tracciati da una parte e dall’altra degli assi iniziali i cardini e i decumani secondari, detti limites quintarii, i quali erano assi stradali posti paralleli ad intervalli di 100 actus (circa 3,5 km). Il territorio risultava così suddiviso in numerose superfici quadrate chiamate saltus. La rete stradale veniva ulteriormente infittita con altre strade parallele ai cardini già tracciati ad una distanza tra loro di 20 actus (710,40 m). Le superfici quadrate risultanti da questa ulteriore divisione erano le centurie. Le larghezze delle strade erano fissate da regole molto strette le quali prevedevano, una volta espresse in “piedi romani” da 29,6 cm ciascuno, le seguenti misure : 40 piedi romani (11,84 m) per il decumano massimo, 20 piedi romani (5,92 m) per il cardo massimo, 12 piedi romani (3,55 m) per i limites quintarri ed 8 piedi romani (2,37 m ) per le altre strade. La sistemazione dei terreni era successiva al completamento stradale. Ogni centuria era suddivisa in 10 strisce, sempre con linee parallele ai cardini e ai decumani, alla distanza tra loro di 2 actus pari a 71,04 m ciascuno, formando 100 superfici di quadrate di circa 0,5 ettari chiamate heredia cioè centum heredia = 1 centuria. Ogni “heredim” era suddiviso a metà nell’asse sud-nord costituendo due iugeri (jugerum, da jugum, 2523 metri quadri, quantità di terreno che poteva essere arata in un giorno da un paio di buoi). Nell'area veneta la centuriazione romana è meglio nota col nome di Graticolato romano. Dopo aver accennato alle regole di centuriazione come si legge nel “DE LIMITIBUS” di Igino il Gromatico, torniamo alla questione della città di Verona. Il rilievo dell’orientazione del reticolato urbano della città, nonché quella degli assi del famoso anfiteatro romano di forma ellittica: l’Arena, rileviamo che la struttura viaria del centro della città posto all’interno dell’ansa del fiume Adige, risulta orientata secondo due direzioni ortogonali tra loro decisamente lontane dalle direzioni meridiana ed equinoziale teoricamente previste dalle regola romane di centuriazione. Le misure di orientazione forniscono i seguenti azimut astronomici: 55°, 145°, 235° e 325°, quindi siamo in presenza di un reticolato fortemente inclinato rispetto alle direzioni cardinali astronomiche. Questo fatto ha creato molte perplessità tra gli storici una delle quali è rappresentata dallo stabilire quale fosse il cardo e quale fosse il decumano poiché a secoli di distanza e difficile basarsi sulle larghezze delle strade attuali.
L’area dove attualmente sorge Verona fu abitata fin dalla preistoria, potrebbe essere quindi molto difficile risalire alla struttura e alla disposizione del primo insediamento. Gli storici e gli archeologi hanno avanzato molte ipotesi in relazione al primo popolamento dell’area: il primo nucleo dell’insediamento e’ stato attribuito ai Reti, ma anche agli Etruschi, ai Paleoveneti, ai Galli Cenomani e, ovviamente per ultimi, i Romani che contribuirono in maniera determinante allo sviluppo urbano senza però modificare la struttura urbana dell’insediamento stabilita in origine dalle popolazioni locali. La ipotesi che il primo nucleo della città sia stato stabilito dei Reti è finora l’ipotesi più accreditata e sembra essere quella più probabile: il primo a formularla fu Plinio il Vecchio. L’ipotesi relativa alla presenza dei Galli Cenomani, sostenuta invece da Tito Livio, è ovviamente cronologicamente successiva in quanto questi ultimi erano una popolazione celtica appartenente alla cultura di LaTene, quindi non più antica della seconda metà del I millennio a.C. L’ipotesi che la fondazione debba essere ascritta agli etruschi è correlata alla presenza, in zona, degli Arusnates, popolo di origini non certe, che qualche studioso ha ipotizzato essere di origine etrusca; l'ipotesi paleoveneta che si riferisce alla popolazione degli Euganei, è infine ugualmente possibile ed equivalente a quella retica. I monumenti e gli edifici più antichi della città ancora visibili, ed in parte utilizzati, sono invece del periodo romano, ma come avvenne nel caso di gran parte delle città appartenenti alla Gallia Cisalpina, i Romani conservarono la struttura viaria originale e la fecero propria limitandosi a centuriare l’area secondo il loro modulo standard, ma senza modificare la sua orientazione. Questo implicò anche a Verona come avvenne nel caso di altre città quali ad esempio Mediolanum e Bergomun, l’adozione di un Cardo e di un Decumano orientati in maniera decisamente anomala rispetto alle direzioni rispettivamente meridiana ed equinoziale come stabilito dalle regole standard applicate dai gromatici. Questo ha permesso di preservare traccia dei criteri sacri originari di orientazione che erano propri delle popolazioni preromane che stabilirono il primo nucleo delle varie città padane, permettendo agli archeoastronomi attuali di investigare l’esistenza o meno di criteri astronomicamente significativi applicati in fase di ripartizione dello spazio sacro e di stabilire quindi quali fossero le direzioni astronomiche importanti per le prime popolazioni stanziate sul territorio della Gallia Cisalpina.
I rapporti fra Roma e Verona iniziarono intorno al III secolo a.C., ma non vi furono mai scontri armati con le popolazioni locali, ma piuttosto rapporti di amicizia ed alleanza. Nei territori posti poco a nord di Verona erano stanziati gli Arusnati, nella parte sud i Galli Cenomani, nell’area veronese vi era la presenza anche di Veneti e Reti. Tale alleanza portò le popolazioni locali, compresi i Cenomani, a combattere a fianco di Roma contro i Galli nel 225 a.C., come già a Canne contro i Cartaginesi di Annibale nel 216 a.C.. Nel I secolo a.C. gli abitanti di Verona furono sempre alleati di Roma contro gli invasori Teutoni e Cimbri; fu cosa naturale quindi l'estensione della cittadinanza romana alle colonie locali stabilita dal Senato nel 90 a.C., in seguito alla Guerra Sociale. Verona divenne ufficialmente colonia romana con la Lex Pompeia nell'89 a.C. e nel 41 o 42 a.C., in seguito alle campagne militari di Cesare che portarono all'annessione della Gallia Cisalpina, corrispondente all'attuale Pianura Padana, e poi di quella transalpina, grosso modo la Francia odierna, Verona cessò di essere colonia e fu elevata al rango di "Municipium" anche per il fatto che la città occupava una posizione geografica strategicamente rilevante essendo posta all'incrocio di quattro strade romane importanti: la Gallica che andava da Torino (Augusta Taurinorum) ad Aquileia, la Claudia Augusta che portava da Modena alla Germania, la via Postumia che collegava la Liguria all'Illiria ed il Vicum Veronensium, che partendo da Verona conduceva ad Ostiglia. La mancanza di conflitto tra le popolazioni locali e il potere di Roma fece si che la città non fu mai distrutta e ricostruita, ma semplicemente crebbe e si sviluppò conservando il modulo urbanistico originale preromano. Il Foro venne posto in un luogo poco distante dall'odierna Piazza delle Erbe e fuori dalla città vi trovarono posto l'anfiteatro, l’attuale Arena, e il Teatro Romano, i quali vennero edificati riproducendo a loro volta l’orientazione della struttura viaria della città, di conseguenza oggi possiamo rilevare che l’Arena di Verona è astronomicamente orientata come il nucleo primigenio della città.
Veniamo ora all’orientazione: come affermato in precedenza le misure forniscono i seguenti azimut astronomici: 55°, 145°, 235° e 325°, quindi siamo in presenza di un reticolato fortemente inclinato rispetto alle direzioni cardinali astronomiche, il quale suggerisce l’applicazione, in origine, di un criterio di orientazione basato su alcune direzioni astronomicamente importanti di natura solare. Lo studio dell’andamento del profilo dell’orizzonte naturale locale rispetto a quello astronomico mostra che nella direzione di azimut pari a 55°, l’altezza dell’orizzonte naturale locale e’ dell’ordine di 1° quindi questa direzione e’ perfettamente compatibile con la levata del Sole al solstizio d’estate durante l’età del Ferro nell’epoca tipica del popolamento retico dell’area veronese, di cui abbiamo due interessanti tracce archeologiche rappresentate dai due sistemi fortificati d’altura di Monte Pipaldolo e Monte Pagano: due castellieri risalenti all’età del Bronzo-Ferro posti sulle alture a nord della città, i quali mostrano rilevanti linee astronomicamente significative. Nella direzione opposta, di azimut astronomico pari a 235°, si verificava il tramonto del Sole al solstizio d’inverno. Le restanti due direzioni invece non mostrano alcun allineamento astronomico. La conclusione a questo punto è abbastanza immediata: il nucleo originario della città di Verona fu edificato, molto probabilmente da gente retica, più che paleoveneta euganea, orientando la struttura viaria utilizzando di un criterio solstiziale solare basato sul punto di levata del Sole al solstizio d’estate e su quello del tramonto dell’astro al solstizio d’inverno nella direzione opposta. Successivamente ne i Galli Cenomani, ne i Romani variarono questo importante orientamento, i primi perché condividevano con i Reti la sacralità dei punti solstiziali solari, i secondi perché si limitarono ad inclinare concordemente il Cardo ed il Decumano massimi, passanti per l’ umbilicus posto in corrispondenza del Foro, frazionando poi il territorio intorno al centro sacro cittadino secondo i criteri stabiliti della centuriazione. L’umbilicus dovrebbe essere quindi corrispondere a Piazza delle Erbe e il Cardo massimo dovrebbe quindi svilupparsi lungo la direttiva Via Pellicciai-Santa Maria in Chiavica, mentre il Decumano massimo andrebbe lungo Via Cappello-Via S. Egidio. Per finire può essere interessante fare ancora una considerazione: se partendo dall’umbilicus (Piazza delle Erbe) si procede nella direzione della levata del Sole al solstizio d’estate si incontrano alcune chiese dedicate a San Giovanni Battista, santo il cui culto è tradizionalmente legato alla celebrazione del solstizio d’estate; questo risulta difficilmente casuale in quanto è noto che sui luoghi sacri pagani vennero edificate in un secondo tempo le chiese cristiane.

domenica 11 novembre 2007

GLI ARSENIFAGI DELLA CARINZIA

E' una questione di quantità. Io soffro d'asma e uso un prodotto omeopatico che si chiama Arsenicum Album ch30. L'arsenico è un veleno potentissimo che in piccole quantità ha delle virtù. Non solo, ma l'uomo si può assuefare al veleno. Ecco la questione degli arsegnofagi della Carinzia regione al di là della Slovenia negli attuali confini dell'Austria, dove nel 1400 risiedeva una popolazione che si sentiva in pericolo dato che lì'acqua potabile era tolta da torrenti che venivano da lontano. Queste popolazione temendo che le sorgenti fossero avvelenate dall'arsenico abbondante, allo stato concentrato nella zona iniziarono a prendere piccole dosi di questo veleno e cos' si assuefarono, adirittura divennero arsenico dipendenti. le madri incinte inducevano il feto che una volta neonato doveva a sua volta assumere una quantità di arsenico. Questo elemento introdotto nell'organismo generazione su generazione provoco una dipendenza, come dei mutamenti del colore dei capelli(nerissimi e i vecchi non conoscevano l'imbianchimento) degli occhi (da azzurri a neri), gli uomini anziani mantenevano la potenza coeundi sin dopo gli ottanta anni, e nei cimiteri le salme rimanevano incorrotte (per gli invati religiosi fanatici sarebbe stato segno di santità a tutto campo). Di per se tutte le terre della Carnia fino in Istria erano ricchissime di arsenico e a Venzone i corpi si sono mantenuti per questo motivo, addirittura la tradizione dei prosciutti di San Daniele sembra sia dovuta alle quantità di arsenico che si trovano tutt'ora nella acque , che aiuta la conservazioni, in questo caso delle carni del porco. L'intelligenza e l'osservazione della sapienza popolare fece tesoro e si intraprese con meritato successo la conservazioni delle carni suine.Mangia con serenità il prosciutto di San Daniele che può avere delle qualità "benefiche" dato che "farmacos" termine che in greco antico significa veleno, ma un veleno in quantità molto diluite può divenire una medicina, insomma una questione di quantità

lunedì 17 settembre 2007

Dioniso e le pievi toscane e non solo

Testo introduttivo sulle impressioni avute dalle chiese immerse nella
quiete della campagna per un giusto ritorno nelle nostre profondità


DIONISO e le pievi Toscane (e non solo)

accessibili e immerse nella tranquillità della natura.
Le immagini conservate in questi templi non sono altro che i simboli
di antiche religioni fuse e sincretizzate con la religione cristiana.
Pieve di Brancoli, conserva tuttora in buono stato, il bassorilievo detto
il brancolino, costituito da una figura umana sproporzionata, sopra
tutto negli arti superiori ,con l'attributo sessuale in vista.
(sull'entrata degli uomini)
In tutte le pievi romaniche toscane ricorrono motivi sessuati.

Ogni cattedrale è un mistero, ogni simbolo è la sintesi di un grande
PENSIERO


Quattro sono i simboli dionisiaci: la vite, la donna(sirena),il
serpente e il toro.
Ricorrente è il simbolo della sirena unita alla luna, sottolineo
che nella lingua russa lo stesso termine indica sia la luna,
il mese ed il mestruo, ancora le parole mese misura mestruazione derivano tutte dalle medesima radice sanscrita “MR” che indica la luna, ma anche il rito, una perdita di sangue non legata alla morte bensì alla fertilità perciò alla vita.
Nero è uguale luna nera o meglio la grande madre nera ,la pietra di
Selinunte, la Vergine nera che e in procinto di partorire sotto
terra.Portato alle estreme conseguenze il concetto possiamo paragonare il nero alla dea ebraica Lilith ,prima moglie di Adamo paragonabile alla greca Ecate (raffigurata con tre teste vicina a mercurio) o alla stessa Kali
Per riprendere la sirena, simbolo cristiano sino al 1000 d.C.(ne esiste una anche nella bellissima chiesa di San Giovanni in Valle a Verona)
volutamente dimenticato forse perché insistentemente ricorre
nel mondo etrusco,e vicino come simbolo all’Abraxas gnostico.Il simbolo della sirena lo troviamo nelle necropoli etrusche sia laziali che toscane,oltre che nella cattedrale di Modena (molto simile a quella di Corsignano nonché della tomba della sirena a Sorano)
poi è presente nei piccoli oggetti etruschi ed è inoltre simile
ad una dea fenicia.
Nella pieve di Corsignano (Pienza)la sirena troneggia sopra
all'entrata,impugna le proprie pinne divaricate, ostentando
l'inguine bene inciso.Nella dea pagana Sheelah-na-gig incisa sulla parete sud est della chiesa normanna di Kilpeck,nei pressi di Ereford in Inghilterra è ben in evidenza la sua vulva a forma di ru. Questo simbolo lo troveremo per tutto il medioevo nei portali delle cattedrali ed è la “mandorla mistica” che avvolge il Cristo come la Maria, è il passaggio della nascita il pertugio che permette a tutto l’umanita di passare da un mondo all’altro, una porta che i mistici o gli “avatar” riescono a percorrerla a ritroso, quasi riassorbiti dalla grande madre,
Ritornando alla sirena della Pieve di Corsignano con due code ,come in questo caso,
trattenute dalle mani e il pube in evidenza rappresenta la fecondità
come antidoto alla morte ,il ritorno all'utero materno,alla sacra ferita,al caos
primordiale,per poi uscire e così rinascere.
Il toro, simbolo unito alla grande madre, è un animale sacro ed è
presente nella chiesa di Sciano(Siena),in questa figura le corna
del bovino rappresentano la luna, come la dea egizia Hathor.
Il toro ricorre spesso nelle chiese associato ai quattro
animali evangelici.(devo aggiungere che anche il culto di Sarapide, sostituito dai Tolomei a Osiride era il culto del toro Apis Ser-Apis)
Nella bellissima cripta di Acquapendente, anticamente Tauropendente,
fornita oltretutto di simboli paleocristiani e costruita su di un
precedente tempio pagano ,si possono confondere queste figure
come riferite al dionisismo in realtà siamo in presenza di un
mitreo. Il fiume scorre vicinissimo alla chiesa e questo è spiegabile
con il fatto che :nei riti mitraici i sacerdoti solevano purificare
con abbondanti quantità di acqua.Pensiamo al “panteon” di Santa Maria in Stele presso Verona, che con molta probabilità poteva essere un ninfeo, ma molte altre mitrei esistono sotto le chiese della provincia scaligera.

La cripta è un luogo nascosto, ma non di sepoltura ,dove si potevano
svolgere riti delicati lontani da occhi indiscreti, in generale tutte le
pievi erano costruite per questo scopo ,in particolare quelle toscane,
luoghi religiosi semplici ma pieni di fascino, ubicate fuori dai centri urbani nella piena campagna.
In tutte queste chiese c'è una grande semplicità e
tutto quello
che riguarda la natura è lontano dall'idea di peccato sesso
compreso(questo lo distingueva dalle chiese cittadine),erano essen-
ziali e spoglie ricche di simboli "strani" e non propri del cristianesimo
ma di culture precedenti, immediate e cariche di solenne religiosità, ed
armonia fra contenuto e forma ,costruite di corale
fraternità ed ancora colme di emozioni per il visitatore preparato ,dal silenzio solenne questi luoghi vi parleranno direttamente al cuore.
E'un pregiudizio pensare che siano frutto di una cultura minoritaria
nate materialmente e spiritualmente nel mondo contadino, sintesi
di culture e religioni stratificatesi nel tempo.
Qualche maestro sconosciuto guidò sicuramente l'edificazione di
questi templi, fondendo fantasia e armonia.
Sul monte Amiata è presente la pieve di santa Fiora ,nei pressi di
Castel del Piano, distrutta e ricostrita più volte, nell'edificio si
nota la presenza di parecchie figure simboliche come:draghi ,ometti e tutto il bestiario simbolico medioevale. Il significato di queste figure è contrastante, gli studiosi stessi sono in disaccordo fra loro, principalmente non ci si spiega da dove
proviene questo sapere profondo.
In origine le pievi erano adornate da pochissimi riferimenti cristiani
pochi crocefissi.
Strano che siano erette da soli contadini ,perché troppo complesse
e profonde nei significati, nel mondo villico di allora vi era la
presenza di veri maestri sotterranei,che silenziosamente coordinavano l’uso dei materiale come la copertura ,ma anche le strane decorazioni che inducevano sia all’interpretazione ingenua che a quella sottile ,ma anche ad una più profonda propria dei veri iniziati .Una stranezza è presente nella lunetta della chiesa di Santa maria della strada a Matrice presso Campobasso, è raffigurata la salita al cielo di Alessandro Magno (molto simile a quella di Antonino Pio raffigurato in più occasioni). La salita al cielo è rappresentata da un uomo, che è l’eroe macedone ,al centro della scena,a torso nudo che sembra tenere per la coda due grifoni che lo portano in cielo. Questi animali chimerici sono attirati verso l’alto da due pezzi di carne che Alessandro di macedonia tiene infilzati in alto alla sommità di due aste. Questa leggenda che passerà poi a tutti gli imperatori bizantini è ripresa nel mosaico della cattedrale di Otranto come in un frammento del Museo Kircheriano.
Quanto rimane di esplicito nel vecchio linguaggio contadino delle
pievi toscane, come quelle Veronesi ricordo San Giorgio Ingana Poltron, Santa Maria della Stra a Belfiore, Santa Maria di Borghetto a Valleggio sul Muncio .In realtà l’impegno corale doveva soddisfare tutti,ognuno ricercava in quei libri di pietra degli indizi ed addirittura in qualche rarissimo caso delle soluzioni.

lunedì 28 maggio 2007

Grancelli aveva visto giusto

Risultati immagini per umberto grancelli orientamento
L'orientamento astronomico delle citta' romane
dal sito de IL GIORNALE DI VICENZAVicenza tra i 38 centri italiani oggetto di una ricerca sulle citta' megalitiche. Lo studio pubblicato anche sul sito internet di una universita' UsaIn corso Palladio tra i misteri astrologici: I romani avrebbero costruito la citta' orientandola sul solstizio d'estatedi Alessandro Mognon Fino a ieri non lo sapevamo, ma passeggiando per corso Palladio è come trovarsi fra i misteri delle pietre di Stonehenge o dentro i segreti delle gallerie delle piramidi d´Egitto. Tutti monumenti orientati in base ad allineamenti astronomici. Perchè lo stesso facevano gli antichi romani quando costruivano le citta', come ipotizza una ricerca di Giulio Magli, fisico e docente di meccanica razionale al Politecnico di Milano e studioso di archeoastronomia. Che dopo aver misurato e analizzato 38 citta' italiane fondate dai romani, ha stabilito che l´orientamento ha forti aspetti simbolici legati all?´astronomia. E fra queste solo due citta' sono state concepite duemila anni fa e per motivi ancora misteriosi per essere in linea con il sorgere del sole nel solstizio d?´estate: Verona e Vicenza. La ricerca di Magli, che fa parte di uno studio pubblicato nel suo libro "I segreti della antiche citta' megalitiche", presente tra l´altro sul sito internet del dipartimento di fisica della Cornell University di Ithaca (New York): www.arxiv.org. E il motivo di tanto interesse c'è: un legame preciso fra le citta' romane e i simboli astronomici non era mai stato approfondito, se non addiruttra negato. Anche se come fa notare il fisico italiano « gia' Ovidio e Plutarco raccontavano di come la creazione di una nuova citta'si basasse sull´esame del volo degli uccelli o di altri riferimenti astronomici. Magli ha preso in esame solo citta' italiane in cui le due strade principali che caratterizzano le citta' romane, il decumano e il cardo che si incrociano a 90 gradi, e le altre strade a "griglia" sono ancora riconoscibili. Poi ha verificato l´orientamento degli assi della griglia in relazione ai movimenti del sorgere del sole a est durante il corso dell´anno. In realta' a Vicenza di certo c'è il decumano-corso Palladio mentre ancora dubbio è dove fosse il cardo. Ma la direzione c'è. Da qui tutta una serie di scoperte. Secondo il ricercatore di Milano gli antichi romani orientarono verso nord solo tre citta': Pesaro, Rimini e Senigallia. La maggioranza dei centri fondati fra il periodo repubblicano e quello imperiale (fra il V secolo avanti Cristo e il I dopo Cristo) sono allineati verso il sorgere del sole durante determinate feste sacre o in base ai punti cardinali. Altre citta' sembrano orientate entro 10 gradi a sudest rispetto al sorgere del sole o in prossimita' del solstizio d'inverno. E poi ci sono Verona e Vicenza, tutte e due nate intorno al I secolo dopo Cristo e uniche fra le 38, come risulta dallo studio di Giulio Magli, ad essere allineate con il solstizio d?´estate. «Le due citta' tra l´altro sono anche vicine fra loro - dice l´esperto di archeoastronomia -, anche se sul motivo di questo tipo di orientamento, come per le tre citt? dell?´Adriatico allineate verso nord, bisognera' indagare ancora». Insomma l´orientamento delle citta' romane non sarebbe casuale, ma pianificato e voluto. Per motivi ancora ignoti. Così, quando il 21 giugno, giorno del solstizio d?´estate, faremo shopping in corso Palladio a Vicenza, ricordiamocelo: magari leccando un cono panna e cioccolato, ma stiamo camminando in mezzo a un antico mistero.LINK:Architettura solare del passato: Marzabotto, Timgad e Augusta RauricaAugusta Bagiennorum: una citta' astronomicamente orientata


Lo studio di Magli
Lo studio innovativo che ha fatto Magli, in realtà è una storia vecchia. Intorno al 2003 ho promosso un incontro a Verona che verteva sul vecchio testo titolato "Piano di fondazione di Verona romana" ad opera di Umberto Grancelli.Da quell'incontro corroborato da varii studiosi (gli atti del convengno sono sttati pubblicati con la ristampa del testo) sono emerse le numerose intuizioni che l'autore ebbe .Ho parlato con Magli e mi ebbe a dire il lavoro che stava intraprendendo, gli suggerii le tesi di Grancelli e mi assicurò che avrebbe approfondito e studiato i concetti esposti dallo studioso veronese.La sovraintendenza di Verona non ha mai voluto prendere seriamente in esame la faccenda, addirittura non si è mai scavato sul colle di San Pietro, il santo dei santi, e tacciando gli scritti di Umberto come: visionari e senza fondamento.Spero che studiosi serii e preparati come Magli aprano nuove vie, nuove conoscenze, dato che dal dopoguerra a oggi abbiamo vissuto in un regime di ignoranza e di intolleranza. Nonostante tutto Verona è riuscita ha mantenere il sacrario, alla faccia del Vescovo , del pretame e dell'opus dei, quel luogo pulsa e domina la città sacrario degli Dei Primi . Umberto Grancelli è il sacerdote che spese la sua vita per riportare la grandezza dimenticata, nel suo interminabile studio è arrivato ad affermare ancora nel 1930 che Verona è allineata al solstizio d'estate, e che il decumano è il cardo e il cardo il decumano alla faccia dei falsi dotti. Molte curiosità emergono dal "Piano di fondazione di Verona romana", appare una città segreta costruita seguendo arditi e precisi allineamente, una città che Roma seppe rinnovare mantenendo l'Anima e il Numen anche nella nuova città costruita dentro l'ansa dell'Adige.

venerdì 6 aprile 2007

Il tempio di Verona

Ci sono molte affinità che legano il colle che domina la città di Verona, e il tempio della fortuna primigena a Palestrina. Ai piedi di quel colle di San Pietro, che fu il luogo di potere spirituale e politico, gli scavi effettuati hanno messo in evidenza situazioni cultuali delle più diverse e solo apparentememti eterogeneee. All'apice sul poggio esisteva il tempio di Giano anchesso divinità primigena e nonchè pater degli dei. Ancora alle sue pendici troviamo disseminati tutta una serie di luoghi dedicati a culti varii.una fontana chiamata popolarmente "fontana del ferro" il residuo del luogho sacro alla divinità ctonia Feronia. Anche se qualcuno ingenuamente faceva risalire l'etimo alla ferrosità dell'acqua, che non aveva e non ha nessuna traccia di ferro. Anche a Palestrina nelle adiacenze del complesso della Fortuna Primigena troviamo il culto della Dea vicina a Paan Feronia. Ma le similitudini non finiscono quà: un certo Mario Maro offrì al serafeo di Verona, un'ara a Serafide (divinità Tolemaica che si sostitui a Osiride) e sempre un un Mario Maro negli stessi anni offrì una statua di Iside e Arpocrate (parte della collezzione Barberini, oggi a Monaco)al Serafeo che si trovava ai piedi del Tempio della Fortuna Primigena.E per tutta una serie di analogie sappiamo che questi colline Sacrario erano vicine alla collina Rhacotis (l'antico nome di Alessandria d'Egitto prima dell'arrivo di Alessandro Magno e l'insediamento dei Tolomei, collina anchessa sacrario)Che occupava il colle dominante Alessandria d'Egitto e comprendeva il Ginnasio e il teatro come sul alle pendici del colle di Verona troviamo il maestoso complesso del Teatro Romano luogo pubblico sacro a differenza dell'arena che era destinata a rappresentazioni popolari assimilabili al nostro odieno stadio.Vorrei poter approfondire questo discorso anche stimolato da articoli interessanti come quello che ha aperto questa discussione . Le informazioni sono in parte frutto del testo : "PIANO DI FONDAZIONE DI VERONA ROMANA" di Umberto Grancelli.Grazie a presto
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Palestrina. Nel tempio della dea fortuna La celebrazione del potere primigenio Renato del Ponte, Dei e miti italici Il tempio dedicato alla Dea Fortuna a Palestrina rientra tra le costruzioni monumentali erette nell’antichità in forma di altare telluricocosmico. Qualcosa di radicato al suolo e avvinto alla struttura stessa della terra, come scaturito dai contrafforti del colle. Dalla base alla sommità del rilievo dominante l’antica Praeneste si levava il grandioso e scenografico tempio: qualcosa di simile all’altare di Pergamo, inglobante l’intero altopiano, oppure a certe rappresentazioni fantastiche della liturgia faraonica. Molti tra i più celebri studiosi rinascimentali, scrutando i pochi resti antichi che si potevano vedere tra le povere casupole di Palestrina, si erano ingegnati a immaginare quale forma avesse in origine il tempio che si sapeva essere della Fortuna Primigenia. Ricostruzioni ideali di Giuliano da Sangallo o del Palladio liberavano la fantasia ad immaginare i più colossali edifici, secondo le geometrie di un gigantesco neoclassicismo. Renato del Ponte, La città degli dei. La tradizione di Roma e la sua continuità Ma neppure la fantasia poteva superare la realtà. Furono le bombe americane dell’ultima guerra a liberare in più punti le incrostazioni e a mostrare in tutta la sua portata quello che era stato davvero il magnifico tempio. Si trattava di una imponente costruzione che, già nel IV secolo, occupava l’intero colle: un sistema di terrazze saliva per gradi sino alla sommità, in cui si trovava il tempio più interno, e ogni tappa del viaggio ascensionale era segnata da vari livelli, con scalinate, rampe, stazioni. Tutto il complesso aveva l’aspetto di un sistema geometrico costruito in asse col tempio più alto e con la statua del culto supremo, in un quadro che qualcuno ha definito “ideologico”, volendo rimarcarne gli aspetti di celebrazione del potere divino attribuito al contatto con l’energia generatrice dell’uomo. La terrazza degli Emicicli, quella dei Fornici, quella delle Fontane, quella della Cortina erano altrettante tappe del sacro itinerario. Sino alla sommità, dove, sul culmine del colle, si levava il tempio vero e proprio della Fortuna Primigenia. Era un luogo essenzialmente oracolare. In una grotta naturale ai primi livelli della salita, all’estremità della parete addossata al suolo, è stato trovato uno spazio impreziosito di colonne scanalate e con i resti di un pavimento musivo. È l’Antro delle Sorti, in cui l’oracolo emetteva i suoi responsi. Questi, altre volte, secondo Cicerone, venivano ottenuti, per così dire, alla maniera nordica, interpretando le sortes, lettere incise su pezzetti di legno che venivano estratte dalla roccia e interpretate. E il sacello costruito sul luogo in cui si operò questo oracolo era ritenuto particolarmente sacro. Jean-Michel David, La romanizzazione dell'Italia Poco distante, dietro l’abside del Duomo attuale, là dove un tempo sorgeva la basilica di epoca repubblicana, ecco comparire l’aula absidata, anch’essa in parte scavata nella roccia e dotata di ricca decorazione architettonica. Qui fu rinvenuto il famoso mosaico detto del Nilo, risalente all’80 avanti Cristo, che oggi si conserva al Museo. Questo capolavoro contiene una specie di mappa geografica dell’Egitto e un vero bestiario esotico. Ma, ciò che più interessa, è che è stato messo in relazione con le mutazioni della Fortuna e con il viaggio fatto da Alessandro Magno in Egitto, quando rese onore a Giove Ammone. Una presenza, questa di Giove, che era anche a Praeneste sin dagli inizi, dato che - secondo Tito Livio - Cincinnato, che conquistò la città alla fine del IV secolo, portò a Roma come preda di guerra proprio una statua di Giove Vincitore, posizionandola sul Campidoglio. Il culto alla Fortuna è uno dei più antichi su suolo italiano. In esso si intrecciavano motivi legati sia alla fertilità che alle potenze oracolari. Esiste la prova che nel santuario prenestino il culto ufficiale alla Fortuna era gestito dai patres e dai sacerdoti virili, mentre quello femminile legato alla fecondità era appannaggio di collegi di matres. Questa duplice vocazione del tempio è stata riconosciuta dagli studiosi come prova di un sincretismo che, per la verità, era assai diffuso a Roma. Lo stesso abbinamento che è stato fatto tra la Fortuna e Iside, cui in epoca ellenistica anche a Praeneste veniva reso onore, non è che un’ennesima riprova della capacità pagana di unificare in concetti organici anche ispirazioni diverse. Le fonti antiche affermano che esistevano due statue della Dea Fortuna: una di bronzo dorato e una di marmo bianco, nella posa di allattare Giove e Giunone bambini. La presenza di Giove all’interno di un tempio dedicato alla Fortuna non sembra essere, dunque, una contraddizione tra significati della sovranità e quelli della maternità. Anzi, era proprio luoghi come questo che nell’antichità si intendeva celebrare ad un tempo tanto il potere sovrano che l’origine della vita, fondendo in un unico culto la gerarchia uranica della potenza e quella tellurica della genealogia. Andrea Carandini, Remo e Romolo. Dai rioni dei Quiriti alla città dei Romani (775/750 - 700/675 a.C. circa) Alla celebre iconografia della Fortuna recante la cornucopia dell’abbondanza si affianca quella, che era ricorrente specialmente sulle monete, di una duplice Dea: una vestita con la corona sul capo, l’altra a seno nudo con un elmo sulla testa. Del resto, sulla più alta terrazza, là dove, secondo Cicerone, l’olivo avrebbe secerto miracolosamente del miele, si trovava la statua guerriera della Fortuna, posta ad un gradino più elevato di quella materna del santuario situato livello inferiore. Rappresentazione ben chiara che questo santuario riuniva in sé tutti i valori principali della vita, celebrando alla maniera pagana e in modo uniforme tanto la virilità quanto la femminilità. Alcuni studiosi hanno poi rimarcato l’importanza della Dea Fortuna nell’ambito delle credenze italico-latine più arcaiche, sottolineando come i loro più profondi attributi fossero quelli legati al primordiale potere di assicurare la fecondità e riproduzione della discendenza. La speciale tutela sulla nascita e sulle sue arcane provenienze era l’aspetto principale, assicurato dal dettaglio rivelatore che la Dea Fortuna la si diceva avere potere di protezione sul corpo e, particolare, sugli organi genitali. Giandomenico Casalino, Il nome segreto di Roma Una divinità della genealogia, della trasmissione del sangue, della nascita? È proprio questo che deve intendersi sotto denominazione di Fortuna Primigenia, intimamente legata, in altre parole, al concetto di “buona nascita originaria”. Questa era, dunque, per i nostri antichi padri la vera “fortuna primigenia”: avere buona razza, essere di ceppo sano e legato all’origine. È tra le pieghe di monumenti e luoghi che fanno parte del nostro panorama quotidiano, e dei quali, di solito, trascuriamo di ricordare i più profondi significati, che si nascondono alcune verità essenziali della nostra civiltà. Per dire, andare oggi a Palestrina a visitare il tempio della Dea Fortuna significa inevitabilmente ammirare il palazzo della famosa famiglia papalina dei Colonna-Barberini, costruito nella zona più alta dell’antico santuario che come un cuculo si è posato sul nido di una religione più antica e diversa, occultandone oggi l’intimo senso. Ma i simboli parlano, a chi sa intenderli, anche se offuscati dalle manomissioni e dalla dimenticanza. Luca Leonello Rimbotti Tratto da Linea del 26 ottobre 2006
"Oh Dèi, è dunque vero che anche nell'Ade resta veramente una psiche e un'ombra dell'uomo!".
Odissea, X, 495, XI, 207.

giovedì 15 febbraio 2007

Foto scattata nel 1966:Umberto Grancelli

Foto scattata in lessinia nel 1966: Umberto Grancelli sulla sinistra con gli occhiali e assieme all'amico pittore Federico Bellomi